Ieri, oggi, domani: Cultura.

di Gloria Iannucci

Inquadriamo il concetto di cultura. Non possiamo non considerare il significato che esso veicola. La cultura nel nostro immaginario collettivo è contornata da un’affascinante aura la quale probabilmente rende tanto difficile trovarle una definizione adeguata ed esaustiva.

Nel terreno sociale, il termine può essere ricondotto al concetto di kultur, nato nella Germania dell’Ottocento, e contrapposto all’idea di civilization. Il concetto di kultur enfatizza i tratti particolari di uno specifico popolo in termini quasi spirituali, è dunque qualcosa di fortemente radicato nella nazione (non a caso l’Ottocento è il secolo dei movimenti nazionalisti); la civilization invece è un concetto nato nella Francia illuminista e sta ad indicare la raffinatezza dei costumi, delle abitudini, delle tradizioni, tutti elementi in grado di condurre gli individui verso uno status migliore ed universale. Ed è proprio l’universalismo il fine ultimo della civilization, civilizzare vuol dire rendere i membri di una società migliori e dunque condurli verso il meglio, identificando questo con il progresso. Kultur e civilization sono due facce della stessa medaglia; esse si integrano e si rinsaldano nell’Ottocento, secolo in cui il concetto di cultura diviene focale in una branca delle scienze sociali: l’antropologia. Fu Edward Burnett Tylor, antropologo britannico, a definirla «un insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società». La società è dunque il cardine della cultura, senza la quale la cultura stessa non potrebbe riprodursi.  Non è un caso che uno tra i padri fondatori della sociologia, Émile Durkheim, veda la cultura centrale nella teoria sociologica. Come egli intuì, questa essenza chiamata «cultura» appare come un insieme di simboli, credenze e riti condivisi che permettono agli individui di una determinata società di comunicare tra loro creando vincoli; sono questi gli elementi che ritroviamo nella sua famosa idea di «rappresentazioni collettive». L’altro padre della sociologia, Max Weber, la definisce «una sezione finita dell’infinità priva di senso del divenire del mondo, alla quale è attribuito senso e significato dal punto di vista dell’uomo». Sembra difficile comprendere una definizione così astrusa ma in realtà il concetto espresso è ben più semplice di quanto appaia. Weber ci sta dicendo che gli individui cercano di dare un significato alla realtà che li circonda selezionando le percezioni più vicine ai loro valori, alle loro credenze. In questa accezione la cultura si identifica con tutto ciò che è ritenuto buono e giusto da un gruppo di individui.

Ma la cultura di oggi che peso ha nella società?

Non voglio sparare a zero su come oggi la cultura venga mistificata. Nonostante la tentazione sia forte, sarebbe un po’ troppo precipitoso e troppo poco oggettivo. Fu Hannah Arendt a scrivere «la società di massa oggi non vuole cultura ma svago». Alzi la mano chi osa darle torto. Siamo in una società completamente ipnotizzata dalla televisione, dai mass media e da ciò che ci propinano, da programmi che ci fanno restare incollati davanti ad essa quasi fossimo pietrificati o addirittura che ci costringono a mandare degli inutili sms per far vincere taluni invece che altri a degli altrettanto inutili “giochi”. ‹‹Televotare›› sembra quasi più influente di andare a votare alle elezioni. Ma questo è solo un parere personale, ed è solo un aspetto della cultura di oggi. Fortunatamente la cultura non è solo questa. Credo però che essa sia molto più vicina a quanto aveva affermato George Simmel. Credo dunque che siamo caduti nella «tragedia della modernità». La modernità, secondo il sociologo tedesco, conduce a due strade diverse: quella della libertà individuale e quella della desertificazione dei sentimenti. Questi due percorsi producono essenzialmente una schizofrenia tra il sé sociale ed il sé personale. La cultura nel mondo moderno diviene ipertrofica e non può che manifestarsi in una costante crescita di “cultura oggettiva”. Ma il soggetto, l’individuo che è di fronte a questo scenario? È incapace di dar vita ad una cultura oggettiva. La domanda che ne consegue sarebbe palese: perché versa in questa condizione? Per Simmel il motivo è l’eccedenza della cultura e degli stimoli. L’uomo in questa società è divenuto blasé, disincantato, indifferente, impassibile alla varietà delle cose che lo circondano. «L’essenza dell’essere blasé consiste nell’attutimento della sensibilità rispetto alle differenze fra le cose, non nel senso che queste non siano percepite – come sarebbe il caso per un idiota – ma nel senso che il significato e il valore delle differenze, e con ciò il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti». Questa condizione descritta da Simmel scaturisce dall’osservazione di una società degli inizi del Novecento che non  è molto distante, a mio avviso, dalla situazione che si riscontra osservando la nostra, che la si voglia definire contemporanea, post-moderna, globalizzata, liquida, poco importa. Con l’avvento della società di massa la cultura è divenuta accessibile a tutti, essa ci sovrasta, viene così ad identificarsi con il concetto di bildung, letteralmente ‹‹formazione››. In questo processo perfettamente spiegato da Theodore W. Adorno l’individuo esce fuori dal suo mondo soggettivo per entrare in contatto con la società. La sfera individuale entra in relazione con quella sociale. Adorno però individua un’alterazione della bildung; nella società a lui contemporanea prende forma un nuovo processo: halbbildung. Quest’ultima è la semiformazione, una formazione superficiale dovuta appunto all’eccedenza della cultura che non fa che reificarla e al contempo massificarla. Oggi possiamo arrivare a qualsiasi tipo di rappresentazione culturale, abbiamo tutti i mezzi a nostra disposizione, ma l’interrogativo che ci dovremmo porre dovrebbe essere chiaro: c’è ancora quel tipo di cultura di cui ci parlavano Weber o Durkheim? Quella cultura che fa da collante, che ha il compito di unire la società e che può condurci all’incontro con l’altro?

Mi auguro di sì, questo è uno degli obiettivi di Supernova.Television_Rules_the_Nation_by_vhm_alex

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