25 Aprile, o l’eterno ritorno dell’Uguale.

25 Aprile, o l’eterno ritorno dell’Uguale.

 

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di Giovanni Ruggeri

Anche quest’anno ho partecipato ai festeggiamenti per la commemorazione del 25 Aprile a Monte Sole, comune di Marzabotto, provincia di Bologna. Abitando a pochi minuti di auto, le rare volte che mi sono trovato con la voglia e il tempo di celebrare il 25 Aprile ho sempre deciso di farlo lì, anche se in giro per l’Italia esistono decine di cerimonie pubbliche di vario tipo volte a ricordare questa ricorrenza.

La particolare rilevanza di Monte Sole, però, deriva dal fatto che qui, tra il settembre e l’Ottobre del 1944, le forze armate tedesche e fasciste compirono una serie di azioni di rappresaglia anti-partigiana che portarono complessivamente alla morte di quasi mille persone, facendone il teatro di uno dei peggiori episodi di violenza sui civili di tutta la seconda guerra mondiale. Da allora, ogni anno, a Monte Sole il 25 Aprile si festeggia l’anniversario della liberazione dall’occupazione nazista, in una cornice bucolica formata da un grande prato in mezzo ai boschi che digrada dolcemente verso un palco su cui si alternano musica dal vivo e interventi di personalità del mondo politico e associativo. Una folla di – ad occhio – due/tremila persone ogni anno si accampa su quel pratone, tira fuori teli, panini e bottiglie di plastica piene di vino rosso caldo, si toglie le magliette con le stampe psichedeliche, si sfila i sandali dai piedi e inizia a girare in una cartina qualsiasi cosa abbastanza secca da essere accesa e fumata, preparandosi ad assistere alla “commemorazione”.

Dopo una breve serie di cerimonie civili e religiose in luoghi significativi dei dintorni, verso mezzogiorno nel pratone di cui sopra comincia ad affollarsi la gente. Al ristorante/centro visite Il Poggiolo cominciano a preparare la polenta, arrivano delle bancarelle che vendono collanine “africane” e compare una selezione di libri scrupolosamente bipartisan che va da “Pomigliano: perché non bisogna cedere” all’opera omnia di Antonio Gramsci. Il vino comincia a scorrere, i primi panini ungono le prime mani, e quando i due fonici sono finalmente riusciti a montare il palco che ospiterà sei gruppi in quattro ore, comincia la musica dal vivo.

Come ebbe a dire l’ottimo Quit the Doner nel suo reportage “Il festival del bottiglione”, in Italia la musica dichiaratamente schierata a sinistra è andata incontro a una progressiva mummificazione che l’ha bloccata, in uno stato di vita apparente, nelle condizioni in cui si trovava dieci o quindici anni fa. La maggior parte dei gruppi propone un repertorio con i piedi saldamente cementificati nel reggae, nello ska, nel folk (possibilmente salentino), nei canti popolari (possibilmente delle mondine dell’alta Padania) e in un’inossidabile riserva di ritornelli partigian-comunisti che garantiscono di far levare al cielo tutti i pugni chiusi a disposizione. Da Stalingrado alle cover degli Ska-p, da Bandiera Rossa a De André – per l’ennesima volta eletto simbolo nolente di tutto ciò che al mondo c’è di giusto, corretto, profondo e in ultima analisi umano – passando per tutto ciò che si può suonare con una chitarra in levare e una tromba, malauguratamente la selezione musicale riporta tutti quelli abbastanza maturi per ricordarselo a quando si andava alle manifestazioni del liceo, traboccanti di confuse buone intenzioni e di una remota speranza di rimorchiare.

L’atmosfera si riscalda e il rosso scorre sempre più copioso. Lo zenit si raggiunge poco prima delle 5, quando il pubblico che volteggia nei propri pantaloni di lino deve aprirsi per fare largo a due tizi ben piantati che, alla seconda damigiana di vino del contadino, decidono di salire sul palco e prendere il controllo della situazione. Al terzo giro di Bella Ciao ubriaca l’organizzazione riesce finalmente ad allontanarli, e loro si vendicano urlando cose irripetibili alla povera ragazza che sul palco cerca di riportare la calma.

La musica dal vivo e l’evento tutto si chiudono in orario pre-cena, quando il gruppo di musica popolare della penisola iberica riesce finalmente a cacciare a casa anche i pochi che ancora si attardano sul prato.

Se fino a qui il resoconto è sembrato un po’ astioso non è perché io abbia qualcosa contro i festeggiamenti per la Liberazione, i picnic all’aperto o qualsiasi gradevole combinazione dei due. Sono convinto dell’importanza di mantenere vivo il ricordo di quello che hanno significato il fascismo e il nazismo per l’Italia e l’Europa, e della necessità di non abbassare la guardia soprattutto in tempi, come sono questi, che vedono rialzarsi teste nere in diversi punti del continente. Il 25 Aprile, così come la Giornata della Memoria, così come ogni singola lapide, monumento, stele, racconto, libro o film sulle dittature del Novecento e sulle loro vittime, sono un patrimonio simbolico che deve essere alle fondamenta della nostra vita sociale e politica.

Il problema è che questo tipo di manifestazioni, così come si sono strutturate negli anni, non assolve nemmeno lontanamente questo compito. Non vedo come un raduno di fricchettoni generalisti e nostalgici sessantottini possa celebrare in qualsiasi modo la Liberazione, così come, ad esempio, non capisco perché una festa nazionale sia diventata una festa di sinistra, anzi una festa in sostanza comunista nei simboli e nelle parole. Se il fatto che Adelmo Cervi, nato nel 1943 da uno dei sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti a Reggio Emilia, si rivolga alla folla apostrofandoci tutti come “compagni” non può stupire, per età e storia personale del personaggio, mi stupisce sì la generale – e generalmente accettata – strumentalizzazione che di questa festa ha fatto, da decenni, una sinistra italiana che ormai più sinistra non è, se non quando si riunisce in queste occasioni.

Il problema di fondo è proprio questo. Parafrasando Nietzsche, nel corso degli anni le ricorrenze come il 25 Aprile sono passate da essere “storia critica”, tipica dell’uomo che soffre nel relazionarsi con il proprio passato e lotta per metterlo sotto processo e farci i conti; a “storia monumentale”, ovvero della quale si ricordano selettivamente ed acriticamente le grandi gesta per prenderle come modelli; per approdare infine alla “storia antiquaria”, in cui l’ossessiva riproposizione di ogni singolo dettaglio collegato al passato finisce per costruire una gabbia ideologica che impedisce il rinnovamento e la crescita. La stragrande maggioranza della sinistra italiana si è coagulata intorno a una serie di luoghi simbolici – il 25 Aprile, l’antifascismo (e volendo, in tempi relativamente più recenti, l’antiberlusconismo), i partigiani, certi sfumati e volontariamente mai ben delineati diritti civili per i quali però ci si guarda poi bene dal combattere davvero – sui quali si è cristallizzata un’identità che anche quando non si definisce in negativo, come nel caso dell’antifascismo, fatica ad approfondire i temi che sbandiera con tanta insistenza.

È sufficiente essere antifascisti per dirsi di sinistra? Due anni fa, sempre durante i festeggiamenti per la Liberazione a Marzabotto, il mondo della politica era rappresentato dal neo eletto presidente del Senato Pietro Grasso. Durante il suo intervento, tra l’altro dignitoso e perfettamente in tono con l’occasione, un genio con la faccia da iscritto nelle sezioni giovanili del PD (i giovani democratici!) si alzò in mezzo alla folla e gli diede del fascista, urlandogli di stare zitto perché “voleva vedere i partigiani”.

Se è vero che non si condanna un partito, né tantomeno un colore politico, per l’azione di un singolo, è altrettanto vero che questo atteggiamento credo sia la spia di qualcosa. Questa musealizzazione acritica di simboli come il Partigiano, non più uomo ma esempio assoluto e astorico; questa totale assenza di comprensione del contesto; la mancanza di riflessione su cosa vuol dire essere di sinistra nel 2015; la latitanza più completa di qualsiasi dubbio sul fatto che forse dovrebbe essere qualcosa in più che “andare a vedere i partigiani” una volta l’anno e vestirsi come John Lennon che cerca di rimorchiare Rosa Luxemburg travestendosi da Ernesto Guevara – questo, in definitiva, è quello che ci ha impedito negli ultimi trenta o quarant’anni di avere una sinistra degna di questo nome in Italia. Il progressivo sclerotizzarsi di un’identità di partito intorno a simboli ormai vuoti, perpetuati sempre uguali, che assumono valore di per se stessi e non perché, in quanto simboli, rimandano ad altro e quindi dovrebbero spingerci a pensare, a capire, ad evolverci.

L’invasione da parte del centrosinistra di alcuni spazi di creazione del discorso pubblico gli ha permesso di costituire questi spazi come caratteristici e distintivi di un’appartenenza politica per poi adagiarsi, subito dopo, sulla sicurezza identitaria che questo garantiva, salvo poi abbandonarsi a una consensualità muta quando il Paese – e non solo – galoppava verso l’orgia ultraliberista nella quale sguazziamo tutt’ora. Ci ritroviamo così con un paradosso come il Primo Maggio: la festa dei lavoratori, storicamente a forte connotazione socialista, viene celebrata ogni anno da un popolo “rossastro” che è ormai sempre più borghese, nella sua connotazione politica oltre che socio-economica; nel frattempo quelli che un tempo sarebbero stati definiti “proletari” votano sempre più in massa Lega Nord, oppure la carica distruttiva e cieca di un Beppe Grillo, in grado di fornire risposte immediate e (solo apparentemente) efficaci ai bisogni di un ceto sempre più orfano di rappresentanza politica. Il fatto che le soluzioni di un Salvini o un Di Battista siano impeti intestinali senza nulla che assomigli a un vero ragionamento politico e strategico, senza un piano di lungo periodo o un tentativo di comprensione delle dinamiche in gioco, non toglie che al momento questi personaggi siano quelli che mostrano più attenzione alle richieste degli strati sociali meno tutelati.

Tutto questo accade mentre la sinistra è bloccata in una dicotomia tragica, che la intrappola tra due posizioni opposte: da un lato la deriva centrista che colpisce il suo corpo principale, ormai orbo di una serie di riferimenti etici e di strumenti logici con cui era solito interpretare il mondo, sostituiti dalla protezione di quello che assomiglia sempre di più a uno scudo crociato; dall’altra le frange più nostalgiche, bloccate in una catacomba di lotte di classe e sistemi di produzione, di assemblee partecipate e innalzamento del livello dello scontro, che non riescono ad emanciparsi da strutture mentali ormai pesanti, desuete e inadatte a comprendere una contemporaneità così fluida.

Naturalmente non voglio spingermi a dire che, se non riesco a trovare un partito da cui sentirmi rappresentato nel panorama politico nazionale, dev’essere colpa del modo in cui festeggiamo il 25 Aprile. Queste occasioni rappresentano però una falla, una breccia nel solito scorrere della routine istituzionale italiana, nella quale è proprio l’esagerazione della retorica utilizzata – sia a livello ufficiale che dell’uomo della strada – che permette di cogliere la difficoltà sottostante. Se riuscissimo a smettere di pensare per categorie politiche preconfezionate decenni fa, a capire che non basta leggere gli articoli su Berlusconi di Repubblica.it per essere di sinistra, forse riusciremmo ad innescare quel processo di riflessione e ripensamento così necessario a costruire un nuovo progressismo moderno e vivo, di cui tanto ha bisogno non solo un elettorato privo di riferimenti in Parlamento, ma anche la sana ed organica alternanza democratica di un Paese in difficoltà.

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