Al di là del Bene e del Mare.

Al di là del Bene e del Mare.

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di Gloria Iannucci

 

‹‹I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni.›› (Zygmunt Bauman, Nascono sui confini le nuove identità, Corriere della sera, 24 Maggio 2009)

I confini uccidono.
Nella scorsa notte e in molte altre passate i confini sono apparsi come una vera e propria fonte di morte. Dividono gli uomini, li allontanano gli uni dagli altri alimentando la nascita delle differenze sociali ed economiche. La speranza di una vita nuova, migliore, anzi la speranza di una vita dignitosa, ha condotto alla morte probabilmente quasi settecento persone nel Canale di Sicilia la scorsa notte. Un peschereccio, partito dall’Egitto, avrebbe caricato a bordo in Libia più di settecento migranti. Si parla di un’ecatombe, di una strage senza precedenti. Ma essa, per quanto grande, è l’ennesima strage in mare.
Ne abbiamo viste molte negli ultimi anni.
Quante immagini apparse in TV, quanti articoli letti sui giornali, quanti servizi ascoltati frettolosamente?
Ma sembra che queste tragedie non insegnino nulla.
Continuano a morire degli esseri umani, la cui unica “colpa” è quella di avere ancora qualcosa in cui sperare. Noi invece, ormai disillusi e frustrati, non possiamo comprendere sino in fondo le ragioni di ciò. La nostra società ci ha condotti ad un’incapacità di sperare nel futuro, ad un’incapacità di credere in qualcosa, attraverso anche il benessere superfluo di cui siamo circondati, tanto che le ragioni che spingono un migrante a salire su un barcone poco sicuro che lo porterà in una terra “migliore” non verranno mai comprese totalmente. Notizie come quella di oggi suscitano in molti commenti dettati da idee razzisti o tutto al più, dai più sensibili, qualche minuto di dispiacere che verrà soffocato poco dopo con distrazioni sicuramente più imminenti.
Questo dramma però non deve passare inosservato, non può.

Le vittime non devono essere soltanto dei numeri presenti su un barcone riempito in modo inimmaginabile, non devono essere una pura astrazione.
Esse devono rappresentare un nuovo modo di agire, un nuovo modo di rispondere a problemi legati alla povertà, un nuovo modo di fare politiche migratorie, un nuovo modo di pensare la vita.

Una vita passata tra scontri, bombardamenti, miseria, fame, dolore fisico e psicologico è vita?
Un diciasettenne, sbarcato in Italia tra l’11 e il 13 Aprile 2015, ha raccontato la sua storia (http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/14/immigrazione-testimoni-save-the-children-400-morti-in-naufragio-barcone/1590742/):

Nei pressi di Tripoli abbiamo vissuto per quattro mesi in una fabbrica di sardine. Eravamo più di mille persone. Mangiavamo una sola volta al giorno e non potevamo fare nulla. Se qualcuno parlava con un amico o un vicino, veniva picchiato. Tutto questo per estorcere altri soldi. Ti facevano chiamare a casa, dicendo che stavi per morire e nel frattempo ti picchiavano, così i tuoi familiari sentivano le tue urla.

Cosa è questo se non un atto di disumanizzazione estrema degli individui? L’unico sentimento che dovremmo davvero tutti percepire è la rabbia.
Si, la rabbia.

Dettata dalla consapevolezza che la natura dell’essere umano è feroce, brutale ed efferata.
Rabbia che si accumula ad altra rabbia se si pensa alla scarsa capacità di fare nostro questo problema. Non per benevolenza o per una qualche inclinazione filantropica ma semplicemente per il fatto che queste persone hanno vissuto in un paese con problemi più gravi dei nostri, legati alla sopravvivenza.
La nostra fortuna dunque non dovrebbe essere un’ arma attraverso cui difendersi ma un’occasione per riflettere su chi lotta per poter vivere.
Ulrich Beck, sociologo tedesco, avrebbe sicuramente parlato di questo episodio come di una conseguenza della nostra società, la società dei rischi. La società di oggi, sviluppata e progredita, non crea soltanto ricchezza ma è anche causa dei rischi legati all’innovazione di cui è portatrice. Così oggi i rischi si percepiscono come degli effetti imprevisti. D’altro canto Zygmunt Bauman potrebbe parlare dei “nuovi poveri”, gli outsiders del mondo globalizzato. Sono coloro che spaventano gli insiders, generano ansia e insicurezza e vengono usati dal mondo politico per distogliere l’attenzione da problemi che la politica stessa è incapace di risolvere, non avendo più gli strumenti di legittimazione.

‹‹Le immagini dei ʻmigranti economiciʼ e dei ʻrichiedenti di asiloʼ rappresentano entrambe gli ʻscarti umaniʼ, e indipendentemente da quale delle due figure viene utilizzata per suscitare rancore e rabbia, l’oggetto del rancore, e il bersaglio contro cui va sfogata la rabbia, restano più o meno identici. Resta uguale anche lo scopo dell’operazione: rafforzare (recuperare? ricostruire?) i muri muffi e scrostati che dovrebbero proteggere la venerata distinzione fra il ʻdentroʼ e il ʻfuoriʼ, in un mondo in via di globalizzazione che la rispetta poco o per nulla, anzi la viola abitualmente.›› (Zygmunt Bauman, Vite di scarto, Laterza Edizioni, Bari, 2008).

È ora di smetterla di pensare attraverso le dicotomie che sino ad oggi il “mondo sviluppato” ha costruito. Abbattiamo le nostre barriere mentali; è ora di far pressione affinché la politica si occupi di questo problema. Non si può continuare a “scaricare” il problema costantemente da una parte all’altra.
Esiste l’Europa. Un’Europa che sul piano economico è in grado di produrre leggi e dettare linee da percorrere; ebbene, deve esserci allora un’Europa che si occupi di questo enorme problema che riguarda tutti noi. Che riguarda la vita degli esseri umani.
Perché anche noi molti anni fa partivamo con la speranza di trovare “un cielo sempre più blu”.

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