La montagna: tra ritiro e ispirazione.

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di Claudio Caramadre

 

Le grandi vette del mondo ma anche le piccole e solitarie sono da sempre luoghi in cui l’uomo trova una dimensione diversa da quella in cui lo costringe la società. Una montagna è il luogo dell’anima e del corpo, della mente e del sentimento. L’Asia oltre ad essere la casa dell’Himalaya è anche un continente ricchissimo di montagne solitarie e dalle forme più disparate; montagne che hanno ispirato poeti, eremiti, generali, contadini e scienziati. I poeti cinesi sono stati fra i più grandi cantori di questi luoghi così misteriosi e al tempo stesso mitici, dedicando bellissimi versi alle vette più suggestive della loro terra. Per il poeta Du Fu, il Monte Tai diventa l’elevazione dello spirito alla massima potenza, il termine ultimo di una ricerca interiore dedicata all’accrescimento del proprio potere spirituale, trasformandosi in una sorta di “titanismo” in versione cinese. Questo perché Du aveva sperimentato la vita militare ed era stato costretto a combattere lontano da casa. L’orrore di cui erano costellati i suoi ricordi lo aveva certamente indirizzato verso la ricerca di una pace prima di tutto interiore anche se spesso la sua volontà di potenza si facesse largo e scendesse dal pennello come accade in “Guardando il Monte Tai”: «Oh picco dei picchi, quanto alto si erge! / Un prato sterminato che separa due Stati. / Una meraviglia fatta dalle mani della Natura, / che sulla luce e sulla tenebra domina. / Da essa s’alzano le nuvole che bagnano il mio petto; / Stringo gli occhi per vedere uno stormo d’uccelli. / Salirò il crinale della montagna; / nani saranno tutti i monti sotto i miei piedi.»

In questo caso il poeta si serve della montagna per elevare lo spirito verso l’invincibile, quell’inarrivabile meta agognata dal soldato (cosa che Du Fu era nel profondo dell’animo); in altri casi è la solitudine che la vetta regala ad essere impressa in versi dolci e morbidi. Questo è il caso di Meng Haoran che, scrivendo “Il Monte Lu visto da Xunyang al tramonto”, ragiona sul silenzio e la via ascetica: «Per miglia e miglia veleggio e navigo; le montagne famose sono difficili da trovare. / Sulla riva ormeggio la barca, poi intravedo il monte simile all’incensiere. / Conoscendo la vita e la via dell’eremita, amo questo suo rifugio solitario. / La sua capanna non è lontana, al tramonto null’altro odo eccetto una campana.»

Meng era un vero e proprio naturalista. Ogni qual volta il suo impiego da funzionario statale glielo permetteva, era solito inoltrarsi nella natura più profonda alla ricerca di boschi, ruscelli, animali e, come abbiamo appena visto, montagne. Il suo è un vero e proprio amore già solo per le sembianze del monte; la sua perfezione formale offre rifugio all’eremita che non ne può più delle beghe umane divenendo quindi una sorta di compensazione per ciò che ci si lascia dietro visto anche che, la società cinese antica, aveva formalizzato all’estremo qualsiasi forma di civile convivenza secondo i dettami di Confucio. Sovente questo ritiro, questa spasmodica ricerca della pace, non è semplicemente e banalmente momentanea bensì definitiva. Fu così per Tao Yuanming (chiamato anche Tao Qian), il quale ancora non proprio anziano decise di passare il resto della sua vita sui monti senza però isolarsi completamente dagli uomini come questa sua poesia senza titolo testimonia: «Ho costruito la capanna fra le case degli uomini, / eppure non v’è rumore di carri o cavalli. / Mi chiedi: -Signore com’è possibile? / “Un cuore solitario s’inventa la propria solitudine”. / Colgo i crisantemi sul crinale orientale, / poi guardo lontano verso le colline a Sud. / L’aria montana rinfresca sul finire del giorno; / gli uccelli in stormi fanno ritorno. / In ciò si cela un grande insegnamento; / vorrei riferirlo, ma ho dimenticato le parole.»

Tao Yuanming è uno dei mostri sacri della poesia cinese e questo caso specifico lo dimostra in modo egregio. Notoriamente la poesia cinese sottende molti significati che, passando ad un livello superiore di comprensione, diventano astrusi o “nascosti”. Questo è il caso in questione. Nei primi versi Tao ci informa della sua decisione di andare a vivere in ritiro sulle montagne eppure non scappa dagli uomini, non rifiuta la società e tantomeno si rinchiude in se stesso. Lui costruisce la capanna fra gli uomini e non è disturbato dai cavalli, che s’usavano per spostarsi, né dai carri, simbolo di guerra o di nobiltà in Cina. Come è possibile questo? Lo è perché “Un cuore solitario s’inventa la propria solitudine” e, se un cuore è in grado di fare ciò, non gli è necessario fuggire lontano o su montagne inaccessibili. Ciò che gli basta è se stesso e questa montagna (che potrebbe anche essere del tutto illusoria se il cuore del poeta è in grado di isolarsi così bene) considerata il luogo in cui dimora la natura, dove crescono i fiori simbolo dell’imperatore (i crisantemi) e quindi dove dimora il «Mandato Celeste» che il Cielo, secondo le credenze cinesi, affida all’Imperatore quando si insedia. Gli uccelli vi fanno ritorno perché la montagna è la casa di questo Cielo divinizzato, inteso come totalità degli esseri viventi che sotto di esso dimorano, che secondo i miti e le dottrine confuciane ha regalato alla Terra la Natura. Infine, come lo stesso Tao Yuanming afferma, in tutto questo si cela la più grande delle lezioni, il più grande degli insegnamenti, quello che tutti cercano, l’origine di ogni cosa e il suo scopo. Ma egli non ha parole per esprimerlo. Diventa, perciò, una sorta di viaggio nella mente del poeta, non a caso infatti i taoisti nel disegnare l’insieme delle interiora del corpo umano usavano delle metafore visive che avevano a che fare con la natura esterna al corpo. In questo disegno le montagne rappresentavano la mente, i picchi erano i pensieri e le astrazioni che la mente è in grado di fare. Quello del poeta è forse un viaggio interiore, è la ricerca della montagna dentro di sé e magari l’insegnamento più grande potrebbe essere la comprensione del fatto che siamo parte della Natura, con tutti i nostri difetti, i nostri pregi e le nostre aspirazioni e non c’è bisogno di andare a cercare «vette famose» per trovarsi dentro se stessi, è sufficiente capire di quale meccanismo gigantesco siamo parte.

 


 

Per approfondire:

T. Lippiello, La costante ricerca del Giusto Mezzo. Zhongyong, Marsilio, 2010.

L. Liu, L. Cassata, R. Vatteroni, 120 Poesie Tang, Casa Editrice delle Lingue Estere di Beijing, 2011.

Y. Xu, 300 Tang Poems, Casa Editrice delle Lingue Estere di Beijing, 2006.


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