La vita è uno sputo.

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di Claudio Caramadre

20 Maggio 2015

In quella torbida provincia assonnata nei pomeriggi primaverili di Maggio, eventi straordinari accadono nell’indifferenza di tanti. La provincia di Roma, immersa nei grandi campi di semina e incastonata fra montagne e piccoli boschi, giace nel ventre di fiumi ormai asciutti, ricolmi di case, villette e recinti per gli animali. Chi vive nella provincia ad Est della capitale sa bene di cosa parlo. Qui il sole non picchia mai troppo forte e la brezza fa rabbrividire all’alba e al tramonto per tutta l’estate. Qui la vita è dolce, sonnolenta, ripetitiva. I bar traboccano di anziani e gli anziani traboccano di vino nei pomeriggi passati a giocare a carte. Di tanto in tanto un urlo spezza la sonnolenza ma è il tempo d’un attimo e poi gli occhi tornano a socchiudersi. Il 17 Maggio, in uno di quei comuni sonnacchiosi, Palestrina, alcuni giovanissimi ragazzi si erano ritrovati in quello che tutti chiamano il “Parco del Principe” senza che nessuno ne conosca il motivo. Lì fra gli scherzi, le risate, i racconti delle gesta scolastiche, la goliardia degli adolescenti, i calci e i cazzotti dati per gioco c’è stato, probabilmente, un altro di quegli strilli dirompenti.

Stefano Salvatori, per gli amici Sté, faceva una gara di sputi coi suoi compagni lungo la ringhiera che separa il parco da un antico lastricato romano posto sei metri più in basso. La rincorsa di uno, poi di un altro, alla fine quella di Sté che avrà pensato d’aver vinto vedendosi volare al di là. Poi le urla, il sangue, il dolore di tutta una comunità risvegliata dal torpore secolare. Sté non era speciale né migliore degli altri: era proprio come tutti gli altri. Forse la vera tragedia è il suo essere stato costretto a fare quella gara di sputi perché non c’era nient’altro da fare nella provincia noiosa e monotona. Un ragazzo di vita. Del terzo millennio, certo, ma sempre un ragazzo che passa le sue giornate in giro con gli amici e si ritrova a fare i conti con la noia, terribile, e la depressione dell’ambiente in cui è immerso, dove una natura rigogliosa e vivissima incornicia la tranquillità dei paesaggi e schiaccia l’essere umano dentro un’incubatrice di carezzevole coma. Per un adulto è facile abituarsi, spesso l’adulto ricerca proprio quella sensazione di tranquillità ma per un ragazzo è una catena al collo, alle mani e ai piedi. Sté e gli altri potevano essere ovunque quel giorno ma avrebbero fatto la stessa cosa. Magari non la stessa tragica fine ma la stessa azione dello sputo, tramutato in gioco insensato e passatempo di chi ancora preferisce il rapporto umano a quello virtuale. Di chi non è ancora borghese. La sua vita è finita con uno sputo, per uno sputo. Lo sputo che è saliva, soffio vitale per gran parte delle tradizioni religiose e filosofiche orientali.

Poi sui social networks impazzano le risate, i “fantastico ‘sto qui”, i “noooo dai assurdo ahahaha” così i maiali si saziano delle carni degli innocenti e non si chiedono il perché. Non gli interessa, bisogna ridere di tutto, bisogna mettere in barzelletta anche la tragedia, perché è così che si fa, è così che la borghesia di oggi tratta il suo inferiore: con scherno. Pasolini l’avrebbe raccontata, questa storia, colmo d’amore e di sincera ammirazione per quel ragazzo, vittima del suo tempo, non di se stesso o della sua “stupidità”. Della sua incoscienza sì, forse. Tutti sono diventati il Riccetto di Pasolini, che si gira e se ne va mentre un suo simile annega tra i flutti. Tutti sono così individualisti e spettacolarizzati al punto da tramutare una tragedia in comica. Va bene anche così, Stè negli ultimi momenti non avrà visto altro che il sole e non avrà udito altro che qualche passero volargli sulla testa a dargli ombra. Non vi ha visti né sentiti e, per fortuna, non vi vedrà e sentirà mai più.

Buon viaggio Sté.

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