«Seri biogna esserlo, non dirlo», Pasolini e Confucio sullo studio e l’educazione dei giovani.

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di Claudio Caramadre

Può capitare sovente di astenersi dallo studio. Lo fanno gli studenti, certo, ma lo fanno anche coloro che hanno raggiunto una posizione sociale e professionale dopo aver passato una vita sui libri, o almeno così si spera. Astenersi, meglio forse “trattenersi” dallo studiare è una colpa o una necessità? Accanirsi e darsi allo studio matto e disperatissimo può essere una prospettiva che getta luce nel futuro, sovente cupo, di un qualsivoglia giovane? Pasolini e Confucio, due personaggi divisi da tempo, spazio, ideologia e attitudine potrebbero trovarsi d’accordo nell’affermare che studiare non è un’opzione: è l’unica cosa che dev’essere fatta. Il giovane che desidera fare altro, darsi al puro svago o all’infinito e noioso divertimento, termine che peraltro già contiene in sè una parte di traviazione e distorsione dell’animo, dovrebbe riflettere sul ruolo che occupa e che andrà ad occupare un giorno nel teatrino della sua società. Constatando poi che lo studio può essere un investimento nel futuro, un investimento su se stessi e una scommessa col destino forse non tutti sarebbero giustamente e lecitamente tentati di fare dello studio la propria ragione di vita. Erroneamente secondo chi vi scrive. Se infatti oggi sempre più giovani cercano il guadagno facile investendo, invece che in ciò che hanno all’interno del proprio corpo, in ciò che sta al di fuori di esso e che li fa apparire come belli e buoni, è altrettanto vero che non rappresentano un accrescimento nè culturale, nè spirituale e nè sociale per il mondo in cui si muovono e vivono. Questa è chiaramente una scelta dettata dal fatto che la cultura non paga e quando paga dà l’impressione di fare l’elemosina. Eppure in tempi lontanissimi e in altri tempi per nulla lontani, qualcuno ha ipotizzato che la vera lotta che ogni giovane deve combattere deve combatterla dentro se stesso, vincendo la propria natura di cacciatore di farfalle per lasciare spazio ad un individuo più consapevole e più preparato alle sfide che la vita gli potrà porre davanti. Per Confucio un giovane non avvezzo allo studio non è altro che un inutile lavativo, pericolosissimo per la società in cui vive: «

«Studiare senza riflettere è vano, riflettere senza studiare è pericoloso.»

Colui che studia e non si fa domande su ciò che ha studiato e cioè si ferma alla mera introiezione delle nozioni necessarie al loro scopo (voti, lauree, medie ecc..) non ha compiuto il suo dovere fino in fondo ma ha effettuato un’azione meramente meccanica e serva della mnemotecnica a fini temporanei e non permanenti (la teoria del campo psicologica, per intenderci). Questo è quello che va per la maggiore al momento, anzi no, si divide esattamente al 50% col resto di quelli che hanno sposato la seconda parte della proposizione di Confucio. Coloro che infatti hanno riflettuto senza studiare sono addirittura pericolosi. Sono, questi, quelli che hanno osservato il mondo ed i suoi fenomeni e si sono fatti un’idea (o, nei casi peggiori, più d’una) assolutamente derivante dal sensibile; un mondo sensibile che è viziato da preconcetti di classe, vizio, e imprinting familiare o conoscenziale praticamente impossibili da rimuovere senza l’ausilio dello studio approfondito e rielaborato. Eppure c’è da dire che la visione che il filosofo cinese ha dei giovani è volutamente e chiaramente tendente alla subordinazione di questi alla famiglia, in particolare a genitori, nonni e fratelli maggiori: «

«Il Maestro disse: in privato un giovane dovrebbe amare i genitori e in pubblico rispettare i superiori, essere coscienzioso e sincero, amare indistintamente e coltivare l’amicizia con chi è dotato di benevolenza. Se poi ha ancora energie, dovrebbe riservarle allo studio.»

Ne deriva un giovane totalmente puro ma anche insanabilmente sottomesso ad una società di cui lui è il futuro. Questo giovane è obbligato alla serietà, non ha altre possibilità, non ha altri svaghi se non la coltivazione di se stesso. Coltivare se stessi o coltivare l’ambiente in cui si è, non per scelta, inseriti? Pier Paolo Pasolini non potrebbe far altro che essere d’accordo sulla sincerità necessaria e non vendibile, per un posto fisso, una promozione o un premio, del giovane e sarebbe ancor più d’accordo sul concetto di benevolenza, cioè su quella purezza che lo scrittore friulano era convinto si trovasse in ogni giovane, anche in quello reazionario. Lo scontro avviene sul campo del risultato, della mossa successiva allo studio e all’educazione. Se da una parte Confucio chiede al giovane di capire, comprendere e quindi rispettare ed accettare la società piegandosi al volere dei suoi superiori (esemplificabile nella sua massima: “Che il re sia re, che il suddito sia suddito, che il padre sia padre, che il figlio sia figlio…”), dall’altra Pasolini chiede l’emancipazione completa e allo stesso tempo veritiera e sincera, non schiava delle logiche borghesi e capitaliste, scevra da qualsivoglia subordinazione a chi dovrebbe amarlo per contratto naturale e invece lo vessa e lo costringe con lacci e corde.

«La serietà! Dio mio la serietà! Ma la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre: è uno dei canoni di condotta, anzi, il primo canone, della piccola borghesia! Come ci si può vantare della propria serietà? Seri bisogna esserlo, non dirlo, e magari nemmeno sembrarlo! Seri si è o non si è: quando la serietà viene enunciata diventa ricatto e terrorismo.»

In effetti, messa in questo modo, la questione diventa, ancora una volta, uno scontro fra chi vuole preservare lo status quo (Confucio) e chi sente la necessità di sovvertire l’ordine costituito (Pasolini). Preservare lo status quo significa produrre giovani educati ad una morale che non hanno sviluppato da sè ma che gli è stata inculcata e insegnata come necessaria, imprescindibile e naturale dai superiori (genitori, fratelli maggiori, sovrani). Sovvertire questo stato di cose implica l’abbattimento di tutta una serie di convenzioni che porterebbero alla rifondazione di un’etica universale e non accadde questo nel 1968, come Pasolini aveva ben capito. Il ’68, e gli anni successivi fatti di proteste studentesche, scontri con la polizia e ancor peggiori lotte fra studenti di destra e di sinistra, segnano la distanza che Pasolini percepisce tra sè e la nuova (forse indedita) situazione sociale dell’Italia. L’esempio che il poeta friulano porta è famoso; egli parla dei poliziotti che hanno ingaggiato gli studenti a Valle Giulia come delle vere vittime di tutte le proteste studentesche. Sono essi, figli di contadini, di operai, cresciuti nelle periferie, spesso malfamate e che proprio per questo hanno incendiato in quei ragazzi il desiderio di un mondo migliore dove la legalità prevalesse sulle nefandezze, ad essere nel giusto. Quegli studenti senza virtù, borghesi, figli di papà, che lottano per un ideale che in fin dei conti non si sospinge affatto verso la parità sociale bensì in direzione dell’affermazione di un nuovo ordine sociale, sono il nemico del povero e del proletario. Di più, questi giovani studenti sono esattamente l’immagine dei loro genitori e Pasolini lo sottolinea nella poesia che dedica loro il 16 Giugno 1968 dalle pagine de L’Espresso:

«[…] il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.
»

Ecco dunque Confucio. Ecco la morale confuciana che s’affaccia nello spirito dei giovani. Poco importa se qui stiamo parlando di giovani occidentali piuttosto che orientali dacché l’uomo è uguale sempre e ovunque. I giovani sessantottini di Pasolini hanno sposato la morale paterna (sul termine “paterna” potremmo aprire un lungo dibattito sull’origine di tale rapporto, cioè quello dell’individuo occidentale col Pater inteso come simbolo augusteo e maschilisticamente romano e, forse, greco), lo hanno fatto perché sono sottomessi e vogliono ottenere gli stessi privilegi di coloro che gli sono maggiori per età e per posizione sociale. Sono conformisti e diniegano “l’altra metà del Cielo”, per dirla alla maniera di Mao Zedong, rappresentata dalla loro madre “Mater” (intesa come società matriarcale preesistente a quella patriarcale almeno in Asia). Studiano, riflettono e combattono per essere sicuri di non aver bisogno in futuro di combattere per qualcosa di culturalmente più rilevante. Come abbiamo visto, Confucio li vuole amorevoli coi genitori ed ubbidienti nei confronti dei superiori, infatti a Valle Giulia gli studenti non si scagliano contro lo stato, i loro professori, i decani, i ministri, essi si scagliano verso la proiezione fisica delle loro paure: la povertà e la condizione del proletariato. Seppure Confucio e Pasolini abbiano, in tempi certamente diversi, dato una grandissima importanza ai giovani e alla loro educazione, è vero anche che non potrebbero avere concezioni più differenti l’uno dall’altro per quanto concerne la loro condotta. Se Confucio vuole un giovane assuefatto, che aspetti il proprio turno per godere del mondo e manipolarlo in qualità di Pater familias tramutandosi allo stesso tempo in un piccolo borghese (cosa che in fin dei conti divenivano i letterati cinesi che sostenevano e passavano con merito gli esami per entrare a corte degli imperatori), dall’altra Pasolini vuole che costoro studino per rendersi conto del cambiamento necessario che va attuato nella società e cerca di spingerli a ribellarsi ai privilegi piuttosto che alle usanze. La questione resta aperta, anche se probabilmente oggi lo scontro è definitivamente morto e pare che i giovani si siano completamente rassegnati a raccogliere le briciole che i dinosauri lasceranno cadere sotto il tavolo. Tuttavia, oltre che abbandonare la speranza di Pasolini stanno abbandonando (o gli viene imposto di abbandonare) anche tutto ciò che riguarda uno studio coscienzioso e consapevole preferendo l’apparire seri all’esserlo, preferendo studiare senza riflettere e riflettere senza studiare. Pasolini era cosciente di questo pericolo e aveva individuato nella scuola media il momento preciso nel quale la borghesia e il buon costume si imponevano sugli scolari “discoli”, rendendoli di fatto conformi all’ideologia borghese di moderazione, autocontrollo e conformismo. Pasolini lanciò la sua soluzione in due punti, volutamente provocatori:

«1) Abolire immediatamente la scuola media dell’obbligo.
2) Abolire immediatamente la televisione. Quanto agli insegnanti e agli impiegati della televisione possono anche non essere mangiati, come suggerirebbe Swift: ma semplicemente possono essere messi sotto cassa integrazione.
»

Veritas filia temporis.

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