Lo Snowpiercer e il moto perpetuo della società. Tra fantascienza e vita sociale.

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di Gloria Iannucci

6 Giugno 2015

1. Conflitto e ordine: due facce della stessa medaglia

Essere un tassello di un grande mosaico non richiede una levatura intellettuale particolare, soprattutto se questo tassello è l’individuo. Alcuni potrebbe però reclamare la volontà e la capacità di autoaffermazione dell’essere umano, sostenendo la sua autonomia e la sua libertà.
In questo grande marasma, che ha il nome di società, è difficile capire il ruolo dell’individuo, ancor più difficile è trovargli una collocazione ben precisa all’interno di essa. Alcuni hanno tentato di farlo concependo una società contraddistinta da lotte continue tra individui per l’affermazione dei propri interessi; una società, dunque, costituita da dominanti e dominati costantemente in lotta tra loro; altri, invece, hanno guardato alla società come un insieme perfettamente ordinato, in cui ciascuno ha la propria funzione.

Due binari totalmente distanti tra loro che cercherò di far convergere, con la convinzione che nel loro substrato si celi qualcosa che li avvicini più di quanto non si possa immaginare.
Tra i teorici della prima prospettiva senza dubbio è necessario ricordare Karl Marx, il quale grazie al suo maestro, Friedrich Hegel, vedeva nel conflitto la forza trainante della società. Egli unì la teoria hegeliana, che guardava alla storia dell’umanità come un processo formato da conflitti e da cambiamenti logici e inevitabili (gli stadi storici), ad un’economia basata sulla detenzione dei mezzi di produzione da parte della classe capitalistica. La teoria del conflitto marxiana permise di smascherare gli interessi reali che sono alla base della società e che generano disuguaglianze sociali e lotte.
Della seconda prospettiva, quella funzionalista, il cui metodo venne formalizzato da Merton, facciamo essenzialmente riferimento a Talcott Parsons. Quest’ultimo, partendo dalla domanda durkheimiana inerente a cosa tiene unita la società, indagò il problema dell’ordine sociale. Il sociologo americano negli anni Cinquanta del Novecento ha delineato un’immagine positiva della società, in cui l’ordine (da intendersi nella concezione hobbesiana del termine e quindi come una struttura esterna all’individuo) domina la realtà e in cui ogni sistema sociale svolge una funzione prestabilita, confinando il conflitto ad un mero fenomeno secondario patologico. In questa prospettiva la società appare un insieme di parti interconnesse tra loro, in cui il cambiamento di una genera un cambiamento di tutte le altre. Parsons considerava rilevante la socializzazione come processo in grado di condurre all’apprendimento di competenze, valori, norme e ruoli all’interno della società, assicurando ordine sociale.

Allora la contemporaneità nella quale siamo immersi è dominata da un conflitto inarrestabile pur essendo impercettibile o risponde ad un ordine ben preciso e strutturato tramite il quale si reifica?
A questa domanda ha tentato di rispondere Bong Joon-ho, regista coreano autore del film Snowpiercer, uscito nelle sale italiane nel 2014. Film fantascientifico, ricco di riferimenti sociologici, Snowpiercer racchiude molte delle dinamiche sociali in una micro società: una locomotiva. Al suo interno non fa che riprodursi una costante della società, originaria in se stessa: l’oppressione dei dominanti sui dominati
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Molte sono le questioni che si propongono: i problemi ambientali e l’azione dell’uomo per piegare la natura al suo volere, l’ordine prestabilito che si contrappone al caos e la rivoluzione come atto di rivendicazione dell’autonomia individuale. Leitmotiv della vicenda è la dialettica tra potenza e potere, nonostante le molte recensioni li abbiano confusi con la semplice lotta tra ricchi e poveri. La potenza è qualcosa di più radicale della stratificazione sociale, essa è secondo Max Weber «la possibilità di far valere in una relazione sociale la propria volontà» e si contrappone al potere che rappresenta «l’uso legittimo della forza». La prima, all’interno del film, è esercitata sui reietti, il secondo sui passeggeri privilegiati, che non si trovano costretti a seguire la volontà del capo ma obbediscono grazie alla legittimazione del potere stesso.

2. Tra rivoluzione e assoggettamento

La vita sul pianeta Terra sta per finire a causa del surriscaldamento globale, pertanto gli uomini potenti decidono di utilizzare il CW7, una sostanza chimica in grado di raffreddare la temperatura della terra. Non sono stati però considerati i suoi effetti collaterali che hanno provocato un’era glaciale, determinando l’estinzione degli esseri viventi. Gli unici sopravvissuti a questo disastro sono alcuni uomini, saliti a bordo di una treno progettato da un potente: Wilford.
Il treno compie un moto circolare perpetuo in tutto il mondo. Al suo interno i vagoni sono suddivisi sulla base della stratificazione sociale: i potenti alla testa e i poveri alla coda. I poveri sono costretti a vivere in condizioni disumane: mangiano delle barrette proteiche a base di insetti (considerate un pasto di lusso dal momento che, prima che venissero create, per sopravvivere erano stati costretti a praticare il cannibalismo), dormono in cucce microscopiche e sono sottoposti ogni giorno a controlli da parte delle forze dell’ordine. I ricchi invece godono di privilegi, vivono in ambienti agiati e sono dotati di tutti i comfort. A guidare il treno vi è Wilford, il quale non si mostra mai né ai poveri né ai suoi “cani da guardia”. In diciassette anni di viaggio continuo, molti hanno tentato di ribellarsi fallendo miseramente. A volerci riprovare nel 2031 è un caparbio uomo, Curtis, aiutato dall’anziano Gilliam, che lo incoraggia, e da Edgar, un giovane pronto alla rivoluzione a tutti i costi. I tre aspettano il momento opportuno per porre fine all’ordine precostituito, stanchi di essere gli ultimi, vogliono riscattare gli oppressi e rendere giustizia a tutti coloro che sono stati bistrattati, umiliati e massacrati dai detentori di potere.
Danno vita ad una rivoluzione, sostenuta da tutti i passeggeri di coda, riuscendo a creare disordine anche grazie all’aiuto di un prigioniero asiatico e di sua figlia, capaci di aggirare i sistemi di sicurezza. Avanzano, oltrepassano i vagoni, sfuggono ai molti ostacoli, scalando la piramide sociale passo dopo passo, vagone dopo vagone. Uccidono i nemici e vengono uccisi, come Edgar e l’anziano Gilliam che rimangono vittime di uno scontro, ma Curtis non si fa abbattere dalla sofferenza e prosegue, lottando anche per loro. Giungendo finalmente davanti la porta di Wilford, e dopo vari tentativi riesce ad entrare. I due parlano a lungo. Curtis vede il piccolo mondo dell’uomo che per anni ha esercitato dominio su di lui e sui suoi amici, e scopre una terribile verità: Gilliam in passato aveva fatta un patto con Wilford. L’anziano infatti avrebbe dovuto provvedere allo scoppio di una rivoluzione destinata a declinare in poco tempo, per questo motivo ha fervidamente incoraggiato Curtis alla ribellione. Il caos e le rivoluzioni si configurano in questa prospettiva come necessarie, esse servono ad eliminare le persone (aspetto non di poco conto se si considera che la crescita della popolazione all’interno del treno determina una scarsità di risorse per la sopravvivenza di tutti) e servono soprattutto per aizzare gli animi, farli sfogare per poi ristabilire un preciso ordine. Wilford vuole cedere a Curtis il compito di guidare il treno. Ora che l’uomo potente sta invecchiando, desidera che a prendere in mano le redini della “sacra locomotiva” sia un uomo dotato di carisma come Curtis. Quest’ultimo è in procinto di accettare, quando arriva la giovane ragazza asiatica per mostrargli una crudeltà ineguagliabile: un bambino, figlio di una donna nera, passeggera di coda che ha sostenuto la rivoluzione, è stato rapito e posto all’interno degli ingranaggi del treno affinché questo continuasse a circolare. Curtis riflette sulla sua condizione, su quella di molti che come lui hanno lottato in nome della libertà e soprattutto riflette sulle ingiustizie che schiacciano gli individui all’interno del treno. La ragazza asiatica riesce ad incendiare il treno al fine di fermarlo e nel frattempo una valanga colpisce la locomotiva, che inizia a deragliare. Questo immenso treno, dopo anni di movimento permanente, smette di incedere.
La ragazza asiatica e il bambino riescono ad uscire da uno dei vagoni in cui erano intrappolati. Poggiano per la prima volta nella loro vita i piedi sulla terra, alzano gli occhi per guardare il panorama che li circonda e vedono un orso polare sulle montagne innevate.
La vita continua ad essere.

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3. Una società in un treno

Il film fantascientifico offre interessanti spunti sociologici sui quali è necessario soffermarsi.
In primis l’intervento dell’uomo sulla natura. Ulrick Beck pubblicò nel 1986 Risikogesellschaft (La società del rischio), qualche giorno dopo la terribile vicenda di Chernobyl, in cui delineò una modernità, quella contemporanea, caratterizzata dalla scarsità delle risorse e da rischi legati allo sviluppo industriale, creati dall’uomo ma che sfuggono al controllo umano. Sono effetti non voluti del progresso. Questa è la situazione che fa da contorno al film, gli uomini hanno tentato di intervenire sulla natura per porre rimedio al surriscaldamento globale con una sostanza i cui effetti inaspettati hanno provocato l’estinzione degli esseri viventi.
L’altro aspetto da considerare risiede nel concetto di potenza e potere a cui abbiamo fatto riferimento precedentemente. La storia sociale è la storia di dominati e dominanti, di reietti e privilegiati ed è una storia presentata come naturale. Di conseguenza ciò fissa l’esistenza di un ordine sociale in cui ciascuno rispetta i propri ruoli, anch’essi considerati naturali. Vi è un capo, un Big Brother, che non si mostra mai e che indica ciò che si deve e ciò che non si deve fare, vi sono poi i suoi portavoce e i tutori dell’ordine che fanno di tutto affinché ciascuno rispetti le regole dettate dall’alto ed infine gli sfruttati che devono soltanto subire passivamente le sofferenze inflitte loro. Questo processo si reifica nella vita sociale: esiste un potere e noi, membri della società, vediamo ogni giorno i suoi “cani da guardia” ma in realtà non sappiamo chi ci sia dietro. Non abbiamo mai visto il volto del potere ma sappiamo che esiste. Ad esempio le industrie ogni si giorno quotano in borsa, seguendo le regole di un Mercato ma qualcuno ha mai visto il suo volto? I membri di una società sono chiamati ad eleggere un candidato dietro il quale si possono celare circoli e lobby di potere di cui l’elettore vede solo l’intermediario. Stessa cosa dicasi per le multinazionali che sono guidate da un amministratore delegato che, stando al significato letterale del termine, è incaricato da un terzo che noi non vediamo. Nella realtà che ci circonda siamo continuamente in contatto con intermediari che confondiamo con i più potenti, ignorando che all’apice della piramide ci sia qualcuno di cui non conosciamo il volto.

La questione dell’ordine intrinsecamente legato al dominio è fondamentale nel film. Tutto ruota attorno ad un ecosistema chiuso in cui è necessario l’equilibrio. La signora Mason, portavoce di Wilford, all’inizio del film pronuncia un discorso interessante sotto questo punto di vista. Questa, dopo che le è stata lanciata una scarpa da uno tra gli oppressi, come segno di disprezzo verso un atto di disumanità che stava compiendo su un passeggero, prorompe:

‹‹Passeggeri questa non è una scarpa, questa è disordine, questa è la rappresentazione del caos. Questa è la morte. In questa locomotiva, la nostra dimora, solo una cosa tiene caldi i nostri cuori, proteggendoli dal gelo. Abiti? Armature? No! L’ordine. L’ordine è l’unica barriera che tiene lontana la morte. Tutti abbiamo un dovere su questo treno della vita: rimanere nelle sezioni stabilite. Dobbiamo ognuno di noi mantenere il posto particolare che ci è stato assegnato. ››

E ancora:

‹‹Voi mi mettereste una scarpa in testa? Naturalmente non lo farete mai, le scarpe non sono fatte per la testa, le scarpe appartengono ai piedi e in testa si mette il cappello. Il cappello sono io, voi siete le scarpe, io appartengo alla testa, voi appartenete ai piedi. Così è, questa è la realtà.››

Sdegno, questo è ciò che si prova ascoltando il discorso della cara Mason. Nonostante ciò, il suo discorso non ricorda alcune teorie sociologiche?
Talcott Parsons pose al centro della sua prima opera, La struttura dell’azione sociale (1937), il problema dell’ordine, rifiutando l’idea di un attore sociale che agisce perché mosso da fini utilitaristici, idea di fondo della Rational action theory. Parsons riteneva che l’interiorizzazione da parte degli attori di valori e regole comuni fossero le condizioni che permettono l’esistenza del sistema sociale. L’ordine sociale è possibile soltanto se gli attori condividono valori normativi comuni.
Ancor prima è possibile far riferimento a Vilfredo Pareto, il quale aveva parlato di un “equilibrio sociale dinamico” necessario nella società. L’equilibrio dinamico è il prodotto della circolazione delle élite: una volta che gli individui che costituiscono l’élite di governo consolidano la loro posizione, perdono la loro capacità di essere guida, così la condizione di privilegio tende a distanziarli dalle condizioni sociali in cui vive la maggioranza. In opposizione all’élite di governo se ne forma una nuova, più vicina alle esigenze del momento, determinando risposte migliori ai bisogni della società. Le vecchie élite dunque sostituiscono le nuove. Andando ancora più indietro nei secoli, potremmo giungere all’idea di ordine di Hobbes come quell’insieme di norme che prescrivono il comportamento individuale. L’ordine si manifesta come una struttura esterna all’individuo, realizzata grazie ad un contratto sociale, che genera la vita associata. La società umana deve avere l’oggettività tipica della geometria secondo il filosofo:

‹‹ Se si riconoscono con egual certezza le regole delle azioni umane come si conoscono quelle delle grandezze in geometria, sarebbero debellate l’ambizione e l’avidità […], la razza umana godrebbe una pace così costante, che non sembrerebbe di dover mai più combattere. »

Il tema dell’ordine si ripropone continuamente nel film, Wilford nel discorso finale a Curtis incalza:

«Guarda, Curtis, al di là della porta le sezioni, una dopo l’altra, nel punto in cui sono sempre state e sempre rimarranno vanno a comporre…cosa? Il treno. E il numero perfetto di esseri umani adesso al loro interno, tutti al loro posto, andranno a comporre cosa? L’umanità. Il treno è il mondo, noi siamo i sopravvissuti e ora tu hai la sacra responsabilità di guidare tutti noi. Senza di te l’umanità cesserà di esistere. Hai visto cosa fanno gli uomini senza un capo? Si divorano a vicenda.
Guardali ecco come sono gli uomini, tu lo sai. Tu l’hai visto. Eri come loro. Ridicoli, patetici. Tu puoi salvarli da loro stessi […] Curtis, questo è il tuo destino.
»

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Ciò ricorda la celebre metafora dell’organismo umano: così come il corpo umano è costituito da un insieme di parti interdipendenti che permettono il funzionamento dell’organismo, allo stesso modo la società è composta da un insieme di individui, ciascuno con una propria funzione. Si conferma inoltre, anche l’importanza di un leader che sappia guidare e comandare perché gli uomini senza un capo sembra non siamo capaci di convivere.
Molti sono stati gli studi nella psicologia sociale che hanno riflettuto sui gruppi e sulla leadership. Lewin (1948) ha definito un gruppo come una totalità basata sull’interdipendenza più che sulla somiglianza ed ha delineato, insieme a Lippit e White (1939), tre tipologie di leadership: autocratica, democratica e laissez faire. Il leader nel caso esaminato è di tipo autocratico. Wilford infatti prende da solo decisioni senza giustificarle e non prende parte al lavoro comune producendo nel gruppo apatia e scarsa coesione.
Ultimo aspetto non meno importante è il ruolo della rivoluzione e dell’importanza data al fatto che oppressi e oppressori collaborino. Marx ed Engels, studiando le rivoluzioni della storia, notarono come le classi inferiori avessero un ruolo fondamentale: distruggere il vecchio regime dando vita a rivolte. Secondo i due studiosi però, queste classi spesso agivano nell’interesse delle classi sociali più alte. Le rivoluzioni si fondano sulla falsa coscienza. Ad esempio le rivoluzioni delle classi inferiori e della media borghesia intorno al 1789 e 1848 sono state dettate dall’alta borghesia:

«Il controllo differenziale degli strumenti della produzione intellettuale fa sì che le classi sociali superiori siano in grado di stabilire qual è il fine della rivoluzione e quali sono i nemici. Gli operai o i contadini provvedono a combattere, ma sono i borghesi o i nobili che dicono loro per cosa combattono.»

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Allo stesso modo accade in Snowpiercer: la rivoluzione è voluta dai potenti ed è necessario, come ricorda Wilford, che testa e coda del treno collaborino affinché le ribellioni nascano, si sviluppino e si spengano ristabilendo ordine.
Il film sembrerebbe non lasciare alcuna speranza in un primo momento, alla scoperta dell’accordo fra Gilliam e Wilford e quando Curtis sembra voler accettare la proposta del malvagio, ma l’orrore visto in tutti quegli anni prende il sopravvento. Curtis spezza le catene dell’oppressione e continua fino in fondo la sua rivoluzione.

Stupefacente il finale in cui la ragazza asiatica e il bambino africano sono gli unici superstiti.
Segno che la società deve ripartire dai più deboli?
Indice che è necessario spostare la nostra prospettiva dal Nord al Sud del mondo?
Forse è questo che Bong Joon-ho voleva comunicarci. È possibile secondo lui uscire dall’ordine prestabilito e rivendicare l’autonomia dell’individuo, ponendo un’enorme fiducia nell’essere umano. La sua è una visione positiva della società e soprattutto dell’uomo.
I lieti fine sono confortevoli, ma il più delle volte le cose vanno diversamente.


Per approfondire

U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci Editore, 2013

Bong Joon-Ho, Snowpiercer, 2013

R. Collins, Quattro tradizioni sociologiche, Zanichelli, 1996

T. Parsons, La struttura dell’azione sociale, Il Mulino, 1986

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