All’ombra delle foglie (N.2)

di Claudio Caramadre

Continua il nostro viaggio attraverso le pagine dello Hagakurè.

Ecco la massima di questa settimana:

 


N. 22

I grandi uomini non amano parlare.


Un inciso brevissimo per un concetto di grande spessore e problematicità enorme. Non si potrebbe, neanche tentando con tutte le forze, spiegare in due parole per quale motivo i grandi uomini non amino parlare. Per riuscirci dovremo in primo luogo chiarire chi sono i “grandi uomini” e poi spiegare per quale motivo questi soggetti non amino parlare o magari non vogliano farlo.

Un samurai, lo dicevamo fra le righe nella scorsa puntata, non è un uomo qualsiasi ma anche questo tratto non basta per far di lui un “grande” uomo. Le qualità, nell’estremo oriente sono molto diversificate e da sempre c’è stato grande discernimento e grande economia nell’ usarle per definire qualcuno; inoltre capita spesso che aggettivi apparentemente offensivi, per noi occidentali, risultino forti complimenti per un giapponese, un cinese od un coreano. Questo accade perché possediamo logiche diversificatesi tra loro e anche perché non ci siamo mai posti il problema di una mediazione culturale profonda che non si fermasse solo ai testi ma proseguisse il suo cammino anche nella realtà dei fatti. In fondo, ci siamo sempre considerati “diversi” o “altri” gli uni dagli altri, occidentali con gli orientali e viceversa. Ne consegue che, per fare un esempio banalissimo, in Europa il cane è il miglior amico dell’uomo e in Giappone l’offesa più grande. Anche da noi dare del cane a qualcuno non si può dire che sia un complimento ma converrete con me che oltre ad essere inusuale non offende nemmeno più di tanto. Guai ad appioppare il nome di questo animale a chiunque nell’estremo oriente!

Il cane è da sempre l’essere più umile ed infimo che abbia mai camminato sulla terra. Mentre qui non ci emozioniamo di fronte ad un pavone o ad un’oca selvatica, in oriente sono proprio questi gli animali più amati, inclusi rospi, serpenti, volpi, conigli e una miriade di altri esseri viventi grandi e piccoli che sarebbe oltremodo noioso per me elencare e per voi leggere. Per gratificare una persona e farle dei complimenti sono questi gli animali che vengono accostati alle qualità del soggetto, incluso il più grande e maestoso (nonché mitico) di tutti: il drago! Dare del “drago” ad un individuo significa innalzarlo al di là persino delle nuvole, facendolo assurgere quasi a ruolo di divinità in un determinato campo (per esempio: «quell’uomo è un drago nella chimica»). Come il lettore già immagina, diversi samurai nel corso della storia poterono fregiarsi di un simile titolo. Stiamo parlando di Uesugi Kenshin, il “drago” di Echigo (una regione giapponese ndr), un samurai dotato di grandissime doti nel combattimento e ancor più grandi nella strategia; oppure potremmo citare il famosissimo Date Masamune il quale, avendo perduto un occhio in battaglia, veniva chiamato «drago da un occhio solo» (独眼竜, dokuganryū). Allo stesso modo non mancano le “tigri” come Takeda Shingen o Kato Kiyomasa.

I “grandi uomini” sono i draghi e le tigri di cui abbiamo appena accennato. Persone che hanno ottenuto questo titolo per chiari meriti sul campo, che in Giappone corrispondeva quasi sempre al campo di battaglia, e per il loro essere insuperabili in qualche ambito specifico. Chiarito dunque l’identikit dei grandi uomini, possiamo passare a sbrogliare la matassa che ci impedisce di capire per quale motivo costoro non dovrebbero amare il parlare, il dire, il discorrere, il raccontare. Si direbbe che la catena sinonimica possa fermarsi ai verbi citati, tuttavia ce n’è uno che abbiamo volutamente omesso e cioè: rivelare. Sì, perché ri-velare implica comuque un discorso, scritto o orale, al massimo un solo gesto che invece di dire rivela, cioè lascia scoprire qualcosa che prima era velato, nascosto, volto verso un lato che il nostro punto di vista non poteva osservare o contemplare. Se qualcosa venisse detto, rivelato, allora non sarebbe più segreto, o visibile a pochi. Nel nostro caso si tratta della capacità misteriosa posseduta da qualcuno in un dato campo. Poteva il drago di Echigo rivelare i segreti delle sue strategie? Poteva il drago da un occhio solo rivelare come si potesse acquisire la totale padronanza del cavallo? Certamente no.

E allora non parlare diventa non rivelare. I grandi uomini sanno fin troppo bene di essere grandi poiché la moltitudine ignora il segreto del loro successo. Una parola spesa male, o una di troppo, possono lasciar scoprire molto più di quel che si pensa. Non amare la discussione vuol dire proteggere se stessi e i propri segreti, un concetto vitale (nel vero senso della parola) per il samurai. Il segreto del samurai? Lo lasciamo al seguente aneddoto contenuto nello Hagakurè:

Yagyu Tajima no Kami era un grande spadaccino e insegnante di questa arte presso Tokugawa Iemitsu, lo Shogun (la più alta carica militare del Giappone antico, ndr) di quel tempo. Un giorno, una guardia personale di Iemitsu fece visita al maestro Yagyu cercando consigli nell’arte della spada.

Il Maestro Yagyu gli disse: “Da quel che vedo, sembri già essere uno spadaccino provetto; ti prego dimmi a quale scuola appartieni, prima che cominciamo ad intrattenere un rapporto da insegnante ad allievo.”

La guardia disse, “Mi vergogno nel confessare di non aver mai imparato l’arte della spada.”

Il Maestro Yagyu rispose così: “Cerchi di ingannarmi? Sono l’insegnante dell’onorevole Shogun in persona, e il mio giudizio non fallisce mai. Riesco ben a vedere che tu sei già un maestro!”

“Mi dispiace lasciar cadere questa onorificenza, ma io davvero non so nulla” replicò la guardia.

Questo rifiuto così risoluto da parte del visitatore dette da pensare al vecchio Maestro per un po’, poi finalmente disse: “Se dici così, così deve essere; ma sono ancora sicuro che tu sia un maestro in qualche cosa, anche se non so in cosa.”

“Se insistete, vi dirò questo. V’è in effetti una cosa della quale posso definirmi un vero maestro. Da ragazzo, mi pareva che in qualità di Samurai io non dovessi mai temere la morte in qualunque circostanza. Mi arrovellai su questo problema per diversi anni ma alla fine lo risolsi. La morte ha cessato di preoccuparmi e forse è questo quel che percepite.”

“Esattamente!” esclamò il Maestro Yagyu. “Questo è ciò che intendevo. Sono lieto di non aver commesso un errore nel mio giudizio di voi.

Poiché il segreto ultimo dell’arte della spada giace anche nell’essere completamente liberi dalla paura della morte. Ho addestrato talmente tante centinaia di allievi su questa linea, eppure nessuno di loro merita davvero il diploma finale di spadaccino.

Voi invece non avete bisogno di alcun addestramento, siete già un maestro.”

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Facebook Comments

Lascia un commento