All’ombra delle foglie (N.3)

di Claudio Caramadre

La terza puntata della rubrica si concentra su un tema molto delicato e controverso che, purtroppo, si presta a svariati misunderstandings.


 N. 152

Yasuda Ukyo ha detto che l’ultimo bicchiere di sake è determinante. Parlando di una vita, vale lo stesso principio: la fine è determinante.


 

Il principio.

La fine.

In queste due parole è racchiuso tutto quello che il samurai è e cerca costantemente al di fuori del semplice e puro uso della forza. Il principio, nell’accezione di inizio, di preludio, è estremamente importante. Facciamo subito chiarezza sulla figura del bushi giapponese: non si tratta di un barbaro macellaio che non esita a compiere azioni malvagie per raggiungere uno scopo. Si tratta, piuttosto, di un poeta, di un pittore, di un musicista, di un amante dell’Arte in tutte le sue forme. Non è raro trovare aneddoti sui samurai nei quali compaiano pennelli, poesie o strumenti musicali. Ciò accade poiché il samurai insegue la perfezione; una perfezione del tutto astratta non rintracciabile in nulla di sensibile. La ricerca della perfezione è un’ossessione per tutte le culture dell’estremo oriente, ad essa vengono dedicate vite intere, le quali, lo dicemmo nella prima puntata di questa rubrica, non risultano essere “sprecate” per questo motivo. Arte per l’arte? Di più; arte della vita, la forma ultima possibile del linguaggio artistico. Bisognerà allora distinguere (ahimè) la perfezione formale dalla perfezione essenziale, senza perdere di vista i punti di contatto delle due possibilità.

La perfezione formale si propone il raggiungimento dell’ideale nel pratico, la messa in opera, la trasposizione dell’idealità nella realtà. Così, un samurai ricerca la perfezione nell’arte della spada e allo stesso tempo può ricercare la perfezione nell’arte della poesia o della musica. C’è un’importante precisazione da fare tuttavia: questo genere di “perfezione” non è mai qualcosa di totalmente osservabile ad occhio nudo, non si tratta di nulla che sia verificabile, di cui sia possibile fare e riportare l’esperienza, non è comprensibile (cioè inscrivibile all’interno di un senso o di un significato). Piuttosto la perfezione formale è percepibile: nonostante si basi su qualcosa di osservabile essa non può essere afferrata solo tramite l’occhio o la mente, va afferrata col cuore, col sentimento, con l’ispirazione quasi invasata. Questa tipologia di “perfezione” si sposa perfettamente con la fine, il termine, il confine fra la vita e la morte su cui torneremo fra poco.

La perfezione essenziale propone il processo inverso rispetto a quella formale. Qualcosa di inesprimibile a parole e furiosamente trascendentale viene decantata, lasciata precipitare, sino alla riduzione in un atto pratico e semplicissimo, spesso un gesto, un’occhiata o addirittura: una parola. Questo tipo di perfezione si accosta più al principio, all’origine del sensibile.

I samurai, a seconda del risultato da raggiungere, sposano l’una o l’altra in una ricerca senza posa, protesi sempre e per sempre verso l’inafferrabile, l’inconcepibile, l’inarrivabile. Vite consacrate all’arte. Quell’arte che è concetto solo della mente dell’artista e di nessun altro, il nocciolo della questione, il ponte tra il sensibile e il trascendentale. Ecco allora che ogni azione del samurai viene vista sotto un’ottica diversa, quasi avessimo posto (o rimosso?) una lente tra la nostra cultura e la loro. Ecco che l’ultimo bicchiere di sake acquista un significato simbolico non importante bensì fondamentale; un fondamentale che, ironia della sorte, prende spunto da un termine, da una fine. L’ultimo bicchiere di sake è fine e principio allo stesso tempo, determina, delimita, chiarisce tutto (o almeno ci prova). La fine è importantissima per il samurai, deve essere onorevole, gloriosa, deve spostare gli equilibri del mondo, sconquassare le montagne se possibile. La morte, dunque, (chiamiamola col suo nome) è ciò che va a determinare se una vita è stata ben spesa oppure no. Di suo, il solo fatto che sia stata vissuta sulla Via (di cui abbiamo già detto) la rende piena e degna d’essere ricordata, tuttavia il suo finire deve confarsi al samurai e al ruolo che egli gioca nella società giapponese.

Kusunoki Masashige ha fatto scuola, almeno in questo. Lui, fedele servitore dell’Imperatore, si immolò per permettere al suo signore di ritirarsi e continuare a vivere. Solo, abbandonato dall’esercito in rotta e in ritirata, con solo la sua spada al fianco, dette al mondo intero un esempio inequivocabile di come e quanto il dovere e la ricerca della perfezione fossero predominanti per la casta guerriera giapponese. Leggenda vuole che si scagliasse contro un centinaio di nemici, già certo del “finale”, indomito e fedele fino alla fine. Il modo in cui ebbe termine la sua vita lo rese immortale, rese la sua stessa vita perfetta, impareggiabile, inarrivabile, intangibile, un’ispirazione per tutti coloro che sarebbero venuti dopo. E poiché abbiamo già accennato al fatto che lo scopo del samurai è “morire”, possiamo essere certi del fatto che Kusunoki abbia avuto successo. Di storie simili ne esistono decine e decine ma forse mettere sotto osservazione un evento molto più vicino a noi nel tempo può essere utile a chiarire di che cosa si sta parlando e di che cosa si tenta goffamente di rendere conto tramite questo articolo.

Il 25 Novembre 1970 nel centro di Tokyo andò in scena uno spettacolo inaspettato e macabro. Lo scrittore Yukio Mishima, insieme a un gruppo di suoi fedeli seguaci requisì il piano di un palazzo del Ministero della Difesa giapponese e, dopo aver pronunciato un celebre discorso ai giapponesi radunatisi sotto la balconata, si tolse la vita coi suoi compagni. Commise un sacrificio rituale, il seppuku, utilizzato dai samurai come ultima risorsa per mantenere l’onore e la perfezione formale della propria vita. In questo rito, il samurai si apre con un pugnale (il tanto, ndr) il ventre senza mostrare il minimo segno di cedimento o di dolore. Alle sue spalle un altro samurai si prende l’onorevole compito di tagliargli la testa alla fine dell’atto o prima, se il suicida dà segni di sofferenza. Come ci diceva Yamamoto Tsunetomo, autore del libro che stiamo esaminando, “la fine è determinante”. Mishima si tolse la vita poiché non riconosceva più il suo paese, lui che aveva vissuto la vita con lo spirito del samurai – visto che questi non esistevano più già da un secolo – non capiva la folle modernità capitalistica a cui il suo paese s’era votato. Il suo impegno per mantenere vive le tradizioni dell’antico Giappone è stato visto, in Occidente (e dove se no?), come chiara esternazione dell’appartenenza all’estrema destra del letterato giapponese. Se così fosse, non si spiegherebbe la militanza nell’estrema sinistra e le proteste di piazza cui partecipò per i diritti della classe operaia giapponese. Eppure questo non lo rende oggi un uomo di sinistra. Mishima era un profondo amatore della propria cultura, la amava seppur con tutte le sue contraddizioni, le sue omissioni, le sue ossessioni. Morire (come ebbero a titolare una canzone in suo onore i CCCP) fu l’atto terminale più consono ad una vita votata alla perfezione assoluta. La morte rituale del samurai è la fine determinante che riunisce in un sol atto la perfezione formale e quella essenziale giungendo ad una completezza di senso della vita e di senso universale. Vivere per morire, morire per vivere, per sempre.

Le sue ultime parole?

«Nella fervida speranza che possiate rinascere come uomini e come guerrieri.»

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