Figli di Prometeo e figli di Asia: la nascita sensuale di Occidente e Oriente.

di Claudio Caramadre

THE EARTH:
Ere Babylon was dust,
The Magus Zoroaster, my dead child,
Met his own image walking in the garden.

That apparition, sole of men, he saw.

Prometheus Unbound, P. B. Shelley

Un piccolo e misconosciuto mito greco racconta di come Prometeo si fosse invaghito ed innamorato di Asia, figlia di Oceano il titano. Tale mito potrebbe insinuare il dubbio che molto di quello che fu detto e scritto in Grecia provenisse da oriente. Non è raro infatti imbattersi in passi in cui i grandi filosofi della Grecia arcaica e classica affermano di aver mutuato il loro sapere dall’Est, dall’Oriente. In questo senso, Prometeo, semi-divino essere altruista, vero protettore degli esseri umani e disvelatore di verità e conoscenza altrimenti appannaggio dei soli dei olimpici, diverrebbe – sposando Asia – il vero ed unico padre della φιλοσοφìα, l’amore per la sapienza. Prometeo concede agli uomini quello che gli dei non hanno voluto concedere: il fuoco, e con esso tutta una serie di capovolgimenti sensuali della stessa vita umana, prima fredda e oscura, ora calda e illuminata. Un passaggio dal caos all’ordine? Forse. Quel che è importante tenere a mente è che in occidente dal fuoco (che è cosa “naturale”, cioè possibile in natura poiché parte di essa) fu fatto discendere tutto un apparato di oggetti che nulla avevano a che vedere con la natura umana. Un φαρμακον – per dirla come avrebbe fatto Jacques Derrida – che da una scintilla faceva nascere logos e polemos, benedizione e dannazione allo stesso tempo.

Contestualmente, in Asia, si raccontava un’altra leggenda riguardante un vecchietto curvo e calvo, sempre appoggiato al suo bastone di legno quando non cavalcava un decrepito bufalo d’acqua. Nel periodo immediatamente precedente alla nascita della filosofia in Grecia, questo “piccolo uomo delle grandi pianure” (vedasi: “Dersu Uzala, il Piccolo uomo delle grandi pianure” di A. Kurosawa, film del 1975) si apprestava a lasciare i luoghi in cui aveva cercato di “insegnare” la Via. La sua destinazione era l’occidente. Prima di varcare per sempre la frontiera e far perdere ogni sua traccia, questo piccolo uomo chiamato Laozi venne costretto a mettere per iscritto i suoi insegnamenti, cosicché non andassero perduti nel corso del tempo. Egli aveva detto più e più volte che essi non erano esprimibili tramite il segno scritto perciò quel che è arrivato fino a noi è un testo di incredibile difficoltà interpretativa.

Prometeo ed Asia si incontrarono, si sposarono, ma ognuno dei due si ritrovò presto a percorrere strade nettamente diverse dal consorte: da una parte il logos artificiale, dall’altra quello naturale. Stesso ragionamento vale per una riflessione che voglia osservare, con fare arguto e libero da accademismo, la storia delle due parti. Si osserverebbe un occidente perennemente impegnato nella difesa delle sue posizioni e nella determinazione e definizione di se stesso allo scopo di “differire” dal resto del mondo con un anelito di chiusura e opposizione ad un universo di βαρβαροι, che venivano giudicati inferiori già solo perché non erano greci, con fare esclusivo. D’altro canto si vedrebbe un oriente inclusivo, tentato dall’annettere il mondo intero ed inscriverlo all’interno della sua visione totalizzante tanto del mondo quanto dei popoli che lo abitavano; da qui il tentativo persiano di conquistare la Grecia o quello cinese di unire in un solo grande impero tutti i regni nati (e a volte cresciuti a dismisura) tra la catena dello Himalaya e i deserti della Mongolia.

Nasce in occidente l’idea di consequenzialità della Storia, una successione di eventi con cause ed effetti più o meno evidenti mentre in oriente si continua insistentemente a vedere tutto come un immenso giro di ruota (il richiamo qui è tanto al Tao quanto alla ruota buddista del dharma). Da una parte tutto prosegue, dall’altra tutto torna. In questo contesto, il pensiero generale (ché non voglio parlare solo di quello filosofico) dell’uomo occidentale si arrovella su stesso, cresce in termini di riflessioni sviluppando tematiche sempre più complesse che si accavallano le une sulle altre, si negano, si riportano in vita a vicenda, si scontrano, si incontrano, deviano, diventano sempre meno universali in favore del personale, distruggono la logicità della natura e la rimpiazzano con una logicità tutta umana – che spesso e volentieri è in totale contrasto con essa – e al tempo stesso producono storia o storie, se non altro filologie. Più verso levante le riflessioni girano in tondo, ruotano senza sosta intorno ai problemi universali del mondo e dell’uomo, i temi classici della filosofia. Ecco allora che la separazione diventa più netta e se i contorni da un lato si “definiscono” maggiormente, dall’altro si sfumano. L’occidente vuole ad ogni costo delimitare il sensibile, la vita, ciò che può essere conosciuto, vuole definizione in ogni campo, distinzioni nette, separazioni finali; l’oriente cerca la commistione, la miscela vitale. E così si arriva al Daodejing lasciatoci da Laozi la cui prima stanza recita:

Il Tao che può essere nominato

non è l’eterno Tao,

il nome che può essere nominato

non è l’eterno nome.

Senza Nome è il principio

del Cielo della Terra,

quando ha nome è la madre

delle diecimila creature.

Perciò chi non ha mai desideri

Ne contempla l’arcano,

chi sempre desidera

ne contempla il termine.

Questi due hanno la stessa estrazione

anche se diverso nome

ed insieme sono detti mistero,

mistero del mistero,

porta di tutti gli arcani.

Laozi non ci sta forse rendendo conto di due modi differenti di interpretare la realtà, la vita, l’uomo e l’universo? L’occidente che cerca di delimitare ogni senso tramite il nome, questa meravigliosa istituzione madre di tutti gli errori, che cerca in esso la definizione e l’idealità dell’oggetto non sta sbagliando? Del resto se l’oggetto può essere affermato vuol dire che già non appartiene più alla sfera ideale ma ha un vicario tangibile o quantomeno visibile nella realtà fattuale e fenomenale. La volontà di spiegare e comprendere tutto (un tutto inteso come totalità dei sistemi che compongono l’universale) non è esagerata? Il principio del Cielo e della Terra non ha nome, non può essere definito, non può essere afferrato, non può essere compreso e potranno prodursi enormità di volumi su questo ma non si arriverà mai da nessuna parte. Infatti, nel momento in cui si attribuisce al principio un nome, Dio per esempio, ne viene fatta discendere ogni cosa. Dunque, il ragionamento di Laozi arriva a cercare di afferrare per quale motivo ci siano questi due modi di pensare e a cosa essi portino, con un’ovvia predilezione per quello orientale. L’oriente contempla il mistero, lo osserva, non cerca di catturarlo o di comprenderlo, semplicemente lo ispeziona e semplicemente se ne meraviglia, l’occidente al contrario ne ricerca il termine, cioè la definizione possibile. Eppure entrambi i modi di pensare hanno la comune intenzione, situata all’interno del cervello umano, di indagare sull’origine. Il pensiero orientale vuole guardare al problema nel suo aspetto totale ed universale mentre il pensiero occidentale vuole scendere nel particolare sempre più minuziosamente. Ne consegue che se il primo guarda la natura delle cose, l’altro indaga più a fondo e mette le mani dentro le cose. Su questo potremmo innestare un confronto fra il metodo medico occidentale e quello orientale per osservare come si cerchi da una parte di “alterare” la natura per servirsene e come dall’altro lato si cerchi di sfruttare la natura così com’è senza accanirsi per ottenerne il meglio. Ancora: si potrebbe a questo punto stimolare una riflessione sul desiderio tutto nostrano di far andare ogni cosa esattamente come noi desideriamo, con l’accettazione tutta orientale della realtà così com’è, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Esattamente l’atteggiamento di Prometeo e Asia: la voglia di sviluppare – di forzare le serrature – da un lato, e la voglia di progredire e di elevarsi al di sopra dei fenomeni dall’altro. Il desiderio di essere padre e quello di essere madre, quindi il desiderio di essere padrone del figlio e il desiderio di esserne nutrice. Il desiderio di piantare il seme e il desiderio di farlo crescere indisturbato, il desiderio di farlo crescere ritto e il desiderio di farlo crescere nel totale libero arbitrio. Ciò che viene prodotto, il risultato di un’addizione, un figlio, è sempre un incomodo; non si intende qui dire che Prometeo e Asia vogliano liberarsi di una loro probabile prole ma che questa stessa prole rappresenti una incombenza e un problema. Ai figli in quanto prodotti bisogna prestare attenzione e nessuno ha ancora ben capito se è meglio accudirli amorevolmente o severamente. Se Prometeo l’occidentale, è estremamente severo coi suoi prodotti e tende a ricordare loro di esserne il padre, l’artefice e il padrone, Asia li lancia nel mondo senza imporgli nulla. Tuttavia dire che in Asia i prodotti (siano essi oggetti o figli) vengano, o siano stati in qualche imprecisato tempo, gettati nel mondo senza pretendere nulla da essi in cambio della vita e dell’esistenza sarebbe affrettato, per non dire errato. Si potrebbe infatti obiettare che il confucianesimo abbia avuto un ruolo determinante nella formazione del pensiero pedagogico dei paesi dell’estremo oriente (Cina, Coree e Giappone) e che i suoi codici di condotta siano molto severi per quanto riguarda il rispetto che i subalterni devono riservare ai superiori. La società cinese di un tempo, confuciana, e quella giapponese ancora oggi tendono ad imbrigliare il prodotto in un labirinto di doveri e norme spesso non scritte ma questo modo di pensare e di agire non è quello originario della cultura sinica né tantomeno quello primordiale della cultura giapponese. Laozi, di cui parlavamo poc’anzi, è stato il padre della filosofia cinese e Confucio, con la sua dottrina, non è stato altro che la reazione ad un modo di pensare estremamente libero da qualsivoglia costrizione. Nella seconda stanza del Daodejing si legge:

[…] il santo

permane nel mestiere del non agire

e attua l’insegnamento non detto.

Le diecimila creature sorgono

ed egli non le rifiuta

le fa vivere ma non le considera come sue,

opera ma nulla si aspetta.

Compiuta l’opera egli non rimane

e proprio perché non rimane

non gli vien tolto.

In principio, Asia faceva in modo che i suoi prodotti si auto-determinassero senza imporre loro nulla. Essa dava la vita e non si aspettava ringraziamenti o riconoscenza perché di fatto non era nemmeno lei la Madre, piuttosto era l’intero meccanismo dell’universo ad aver messo al mondo dei prodotti, l’invisibile e senza posa alternarsi dello Yin e dello Yang. Proprio perché non si può considerare madre, Asia non verrà mai privata di nessun figlio. Di contraltare Prometeo è sempre attento a non far allontanare il prodotto, a marchiarlo come suo con simboli inequivocabili, disprezzando il metodo di Asia che non fa altro che produrre senza preoccuparsi di prendere possesso e diritto d’autore invadendo gli spazi del marito che punta sulla qualità piuttosto che sulla quantità. I figli cresciuti da Prometeo saranno dei perfetti greci, pieni di sé e fedeli al marchio del Padre mentre i figli cresciuti da Asia saranno ingenui (ma non stupidi) e fedeli solo alla propria natura. Questo accade poiché il φαρμακον è stato usato con modalità del tutto opposte. Alterando il senso del “fuoco” (o logos) facendolo passare da elemento naturale a prodotto utile a disumanizzare l’essere umano in nome della comodità e della “definizione”, i figli di Prometeo hanno dimenticato di essere animali. Mantenendo immutato il senso del “fuoco”, i figli di Asia si sono attenuti fin troppo alla loro natura di animali. In entrambi i casi il risultato è stato l’abominio e la crudeltà di uomini su altri uomini; da parte dei figli di Prometeo si è cercato di inventare modi sempre più infallibili di difendere il proprio marchio di fabbrica mentre da parte dei figli di Asia si è usata la propria natura “animale” come giustificazione per i crimini più orribili ai danni della stessa umanità e con l’arrivo del confucianesimo le cose non sono migliorate, semmai sono state alterate. L’intera storia dei popoli egemonici occidentali (sia da un punto di vista politico e militare che da un punto di vista culturale) mostra come questi si siano sempre preoccupati del limes, il confine che li separava del resto delle popolazioni con un differente grado di sviluppo e progresso o più semplicemente con una diversa formazione culturale. Questo limes non è stato mai solamente politico, il minimo che si possa dire d’esso è che sia stato simbolico. Il Sahara, il Vallo di Adriano, le fortificazioni sul Reno, erano tutti limes (naturali o artificiali) che oltre alla loro propria funzione naturale ne svolgevano una seconda, semiotica. Sempre volendo permanere nella sfera romana potremmo portare l’esempio di un confine sancito dalla lingua, quella ciceroniana, del «O tempora, o mores» che intende decretare una presa di posizione netta in difesa dei costumi antichi, in difesa della tradizione degli antenati e degli avi contro la novità, la diversità del nuovo che avanzava. Non è un caso che la virtus ciceroniana facesse riferimento proprio a quell’uomo il quale tenesse in gran conto le tradizioni e i valori dei suoi predecessori senza cedere il passo a tendenze interne (nel migliore dei casi) o addirittura esterne (nel peggiore). Non è questo, dopotutto, il crimine etico di cui si macchia Marc’Antonio che va a vivere in Egitto per giacere e regnare insieme a Cleopatra? L’aver sposato l’esteriore, il differente, il resto… l’Asia. E non è altrettanto vero che potremmo essere portati a credere che la Grande Muraglia Cinese (大长城) assurgesse allo stesso scopo? Per certi versi così è ma questa serviva a separare coloro che si sentivano cinesi, o volevano diventarlo, da coloro i quali non avevano alcuna intenzione di divenirlo. Quando i popoli barbarici irruppero all’interno dei confini di Roma capitò raramente (per non dire mai) che si piegassero alle tradizioni e alle usanze che trovarono, un po’ per loro stessa indole e volontà, un po’ perchè la cultura latina di fatto li rifiutava. In Cina, quando i mongoli riuscirono a prendere il potere, non poterono fare altro che lasciarsi includere nella grande famiglia di etnie già presente. Adottarono un nome cinese: Yuan (元朝) e lentamente si assopirono al punto da non essere più facilmente distingubili dai cinesi di più antica discendenza. Questo li portò prima alla totale inclusione e in seguito al ripristino di una dinastia d’origine cinese, i Ming (明朝). Il rifiuto e l’esclusione in occidente, l’accettazione inclusiva dell’oriente. Entrambi gli esempi finiscono però nel sangue. Di Marc’Antonio conosciamo già la triste fine e gli Yuan non furono da meno, venendo ricacciati in Mongolia a forza di sanguinose battaglie.

In definitiva, Prometeo e Asia hanno ancora molta strada da fare per riuscire a stare insieme e hanno ancora molto da imparare l’uno dall’altra. Il loro, più che un matrimonio d’amore sembrerebbe un matrimonio organizzato e forzato dal fatto che entrambi condividono lo stesso letto che è indivisibile perché solo la presenza del letto matrimoniale, del talamo, assicura loro l’esistenza. Senza questo mondo ed i suoi confini naturali infatti, non potremmo parlare né di Prometeo né di Asia, tantomeno dei loro screzi o delle loro incomprensioni. Il problema risulta essere il vecchio proverbio “fra moglie e marito non mettere il dito” ma l’umanità è nel mezzo, noi siamo i loro figli e se non gli facciamo notare di essere il loro lascito finiranno per litigare, trasformando un matrimonio in tragedia, greca o giapponese che sia.


Per approfondire:

Lao Tzu, Tao te Ching, Mondadori 2009.

Jacques Derrida, La farmacia di Platone, Jaca Books 2007.

M. Sabattini, P. Santangelo, Storia della Cina, Laterza 2008.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Facebook Comments

Lascia un commento