All’ombra delle foglie (N.4)

 

di Claudio Caramadre


N. 79

Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando un acquazzone ci sorprende, cerchiamo di non bagnarci affrettando il passo, ma anche tentando di ripararci sotto i cornicioni ci inzuppiamo ugualmente. Se invece, sin dal principio, accettiamo di bagnarci eviteremo ogni incertezza e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose.


Questa situazione sarà certamente capitata ad ognuno di noi. La pioggia ci mette fretta. Appena iniziano a cadere fresche gocce dal cielo le persone in strada affrettano il passo e cercano di ripararsi nel più breve tempo possibile anche quando e se hanno un ombrello. Nonostante queste misure non ho mai visto nessuno riuscire ad uscire da un temporale completamente asciutto. Ci si bagna in ogni caso, non importa quante pozzanghere evitiamo o quanto corriamo forte: arriverà il momento in cui l’acqua avrà la meglio su di noi. Ciò è del tutto normale eppure notoriamente si fa di tutto per evitare che l’inevitabile accada. Non è forse così?

Non facciamo forse di tutto per conservarci asciutti? La conservazione di noi stessi, si badi bene, non ha nulla a che vedere con l’istinto di sopravvivenza visto che il nostro corpo e la nostra mente sanno bene che l’acqua che cade dal cielo non è un pericolo immediato per la nostra stessa esistenza. Ciononostante abbiamo inventato gli ombrelli e ne abbiamo inventati di tutte le forme e colori. L’invenzione di questo oggetto è tutta estremo orientale ma il suo scopo originario era proteggere dal sole, non dalla pioggia. Comunemente associato alla donna (almeno in Giappone) l’ombrello serviva a non abbronzare la bianchissima pelle delle figlie di nobile famiglia o anche delle geishe, le quali tuttavia ricorrevano anche al trucco data la scarsità di denaro. L’iconografia artistica giapponese riserva un colore della pelle più bruno ai contadini e agli umili in generale mentre la cute era tanto più raffinata quanto s’avvicinava al colore dell’alabastro o della giada bianca. Come spesso accade, le cose cambiano. L’ombrello diventò l’oggetto primo della difesa personale dagli agenti atmosferici come la pioggia, la grandine. L’umanità, con l’ombrello, corse ai ripari, cercò cioè di evitare l’inevitabile come dicevamo prima. Il samurai un atto del genere non avrebbe potuto accettarlo. Oggi, in questa folle società contemporanea, noi (tutti) cerchiamo di non invecchiare, di non avere rughe, di non avere capelli bianchi, di non avere pelle raggrinzita, di non avere imperfezioni percepibili da chi ci sta davanti. Cerchiamo in tutti i modi di non bagnarci. Se i nostri vestiti si bagnassero che figura faremmo agli occhi degli altri? La pioggia disfa la nostra vanità. Piega i capelli, li raggruppa e raggruma, scioglie il belletto, fa cambiare colore agli abiti e li fa aderire alla pelle. Come è indisciplinata ed incontrollabile! Come osano quelle nuvole rovinare l’apparenza esteriore di così tante persone? Ecco che l’essere umano allora corre ai ripari: botulino, chirurgia estetica, tinte, trucchi sempre più sofisticati. Tutto, ma proprio tutto, per nascondere la realtà. L’ineluttabilità spaventa. La vecchiaia va abolita (attenzione a non abolirla nei modi suggeriti da Aldous Huxley in Brave New World), il corpo è visto in maniera molto buddista al giorno d’oggi, viene considerato un tempio e in quanto tale non deve avere nessuna macchia. Non fraintendiamoci: il samurai curava molto il suo corpo, prima di tutto proprio perchè era buddista (nella maggior parte dei casi) ma la sua cura non era rivolta all’estetismo bensì alla funzionalità che un certo aspetto poteva assicurare. Portava abiti lavorati per distinguersi dagli umili, certo, ma anche per distinguersi dai nobili. Si allenava duramente ma non per maschilista vanità come accade oggi ed ogni suo muscolo non era allenato per fare capolino tra le aperture del kimono ma per assicurargli la massima efficienza in battaglia.

Non è folle questo nostro correre ai ripari? Cerchiamo di eludere il destino, scappiamo dalla morte come se essa fosse innaturale o malvagia. Non riusciamo a capire che essa fa parte della vita (con buona pace di Epicuro che, appunto per questo, è osannato in occidente) e soprattutto non riusciamo ad accettarla quando sopraggiunge. Per questo gli insegnamenti di un samurai possono essere estremamente utili. Yamamoto sembra dirci: “Che fai? Scappi dalla pioggia? Ti bagnerai comunque.” Se fin dal principio accettiamo il “contratto” della Vita eviteremo di disperarci quando ci bagneremo. Porteremo con orgoglio ogni capello bianco ed ogni ruga avrà una storia da raccontare e la nostra età non dovrà più essere nascosta semmai sbandierata, allo scopo di mostrare quanta esperienza abbiamo accumulato.

Yamamoto Tsunetomo voleva dirci esattamente questo: se riusciremo a comprendere che esistono eventi inevitabili smetteremo anche di preoccuparci per essi e otterremo una consapevolezza maggiore della vita e del mondo che ci circonda. Di nuovo torniamo a quel famoso assunto dei samurai:

«Se ogni giorno ci si concentra sul pensiero della morte come si potranno compiere azioni turpi?».

Se saremo consapevoli della caducità di ogni cosa come potremo preoccuparci di “correre ai ripari”? Bagniamoci dunque! Laviamo via gli obblighi imposti dalla società e dalla “normalità”, accettiamo la vita e la natura senza cercare di intaccarla o di “alterarla”.

 

 

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