Roma: bella e dannata

di Gloria Iannucci

L’intento del seguente articolo è quello di prendere in esame la situazione di una città bella e dannata, specchio del nostro Bel Paese: Roma.

Una città decadente e sublime allo stesso tempo, una città ricca di storia ma imbruttita dalla corruzione e dall’immoralità di chi crede che il bene privato sia necessariamente superiore a quello pubblico, alimentando ritardo nello sviluppo sociale, culturale, economico e politico.

Quasi per caso qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo pubblicato dall’Espresso nel Dicembre del 1955 intitolato “Capitale corrotta=Nazione infetta”.  Guardando il titolo, incuriosita e anche un po’ amareggiata, mi sono imbattuta nella lettura. Il breve articolo di presentazione era seguito da un’inchiesta di Manlio Cancogni, “Quattrocento miliardi”, dedicata alla speculazione edilizia e agli introiti che la classe politica stringeva con i grandi e potenti imprenditori e, poi, da un dibattito tra alcuni illustri giornalisti attorno alla tematica della scelta di Roma come capitale d’Italia.

L’articolo di Cancogni illustrava con acutissima lucidità il rapporto che legava l’allora sindaco di Roma, Salvatore Rebecchini, ai costruttori che speculavano sui prezzi dei terreni e su aree fabbricabili.

Scrisse Cancogni: “[…] se Roma non ha sviluppo industriale la colpa è di chi specula sulle aree: se ventottomila famiglie  vivono nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del campo Parioli, la colpa è degli speculatori sulle aree […]”.

Questa breve descrizione della situazione romana della metà degli anni ’50 non appare molto distante da  quella attuale. Ricordiamo la  vicenda della speculazione edilizia romana che ha coinvolto imprenditori potenti come Caltagirone, Ligresti, i fratelli Toti e molti altri nomi famosi.

A tal proposito considerevole è l’inchiesta condotta da Report nell’Aprile del 2008, “I sette Re di Roma”[1] che racconta quanto è accaduto. Nel 2008 infatti, grazie al nuovo Piano Regolatore, si prevedeva la costruzione nei successivi dieci anni di ben settanta milioni di metri cubi, nonostante la crescita fosse pari a zero; in pratica si riteneva opportuno costruire pur avendo la consapevolezza che non tutto sarebbe stato venduto e soprattutto sapendo che il territorio non necessitava di nuovi locali abitativi. Questo perché alcune zone periferiche sono diventate delle centralità, cioè delle aree blu acquistate da privati influenti, i quali allettavano coloro che erano intenzionati ad acquistare appartamenti e locali, promettendo servizi e futuri sviluppi dell’area, mai realizzati effettivamente.  Ciò è stato permesso essenzialmente grazie all’Accordo di Programma elaborato sotto la Giunta Veltroni, avvantaggiando grandi imprenditori edili.  

Insomma quello della Roma corrotta sembra proprio apparire un modello che mai questa città ha evitato di seguire; tattiche intimidatorie, benefici di tangenti, favoritismi e introiti sono di casa da queste parti!

Le ritroviamo all’Expo, le ritroviamo al Mose di Venezia così come a Roma, però taluni sono ancora convinti che solo il Sud possiede un germe mafioso.

Il problema di questo paese è che la mafia e la corruzione sono insite nel sistema politico. Il problema di questo paese risiede nel fatto che non abbiamo una vera cultura della cosa pubblica, probabilmente perché c’è sempre stato insegnato così.  I due modelli di exemplum per l’Italia sono stati, fin dalla notte dei tempi, lo Stato e la Chiesa, entrambe istituzioni che non si sono certo sempre comportate in modo retto ed esemplare e che molto spesso hanno messo davanti ai loro compiti gli interessi economici.

Perciò considero questo un problema non solo politico ma anche e soprattutto culturale. Non potremo mai progredire culturalmente se continuano ad accadere cose di questo genere.

L’attitudine dell’italiano medio è cercare di ingannare il prossimo: far prevalere il proprio interesse e rendere la propria utilità massima. Se sposassimo la teoria  smithiana questo comportamento in parte porterebbe al bene di tutti ma poiché non credo che questa sia una legge economica efficiente, la soluzione va cercata altrove. Il New York Times parlando di Mafia Capitale ha scritto: “Perfino per un paese in cui la corruzione è data per scontata nella vita quotidiana le rivelazioni hanno sbalordito i cittadini”.

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Proprio così però gli italiani dimenticano presto; sono più impegnati a “riflettere” su altre questioni. Così la preoccupazione per gli scandali di Mafia Capitale che ha coinvolto “due ex assessori di Alemanno, diciotto consiglieri comunali, cinque presidenti di municipio e cinque assessori di Ignazio Marino[2]” è improvvisamente sfumata dopo qualche giorno grazie al bombardamento dei media sugli sbarchi e sulle problematiche legate all’immigrazione, tema sicuramente delicato ma che ha alimentato tutt’altre preoccupazioni nelle case degli italiani, i quali temono di più persone disperate che scappano dalle loro terre poiché esasperati da realtà difficili e critiche piuttosto che una classe politica e  un’élite economica che usufruiscono di soldi e beni pubblici per ingigantire le loro già grandi tasche.

La situazione che abbiamo davanti è una situazione di impoverimento, un impoverimento che è in primis culturale, che ci rende ingiusti con chi non lo merita e che ci inebetisce nei confronti di coloro che meriterebbero tutta la nostra rabbia. Giorgio Fabretti in HuffingtonPost ha ripreso la definizione data da Mark Twain nel 1867 all’Italia, un paese di “Miseria e nobiltà”, per parlare dello stato  brutale in cui è ridotta la Capitale, e intanto gli italiani “preferiscono essere incoraggiati da qualche discorso elegante, piuttosto che poggiare i piedi su una realtà[3]”.

Si conviene, dunque, che l’attuale situazione in cui versa Roma, pestata dai potenti, non è una situazione anomala, non è un’eccezione, tutt’altro. É la regola!

Come scrisse Elio Vittorini “ Il guaio di Roma è che codifica i difetti italiani, li rende ufficiali. Certi difetti che forse sparirebbero se l’Italia avesse un’altra capitale, con Roma capitale diventano invece difetti tipici, anzi sotto un certo aspetto sono virtù italiane. […] Roma è quindi come uno specchio: riflette l’Italia quasi fedelmente. Ma purtroppo ne mette in risalto la parte peggiore[4]”.

[1] Puntata del 4 Aprile 2008, servizio di Paolo Mondani

[2] Mafia Capitale, Buzzi chiede di patteggiare 3 anni e 9 mesi di carcere, Il Fatto quotidiano.

[3] Roma tra Mafia Capitale e Giubileo: un’Italia da “miseria e nobiltà”, HuffingtonPost di Giorgio Fabretti

[4] Va bene Roma Capitale? , L’espresso, 26 Maggio 1957

 

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