DA AL-QA’IDA ALLO STATO ISLAMICO. Il passaggio di consegne dell’islamismo jihadista.

di Giovanni Ruggeri

Qualcuno si ricorda di al-Qa’ida? Avanti, alzate la mano. Nessuno? Dai, i supercattivi degli anni Zero! Quelli che giravano assieme ai Taliban, che hanno fatto saltare in aria DUE VOLTE il World Trace Center di Manhattan. Quelli guidati da quel tizio alto e con la faccia triste, sempre con il dito ammonitore alzato, manco fosse quel cretino del Moralizzatore de Le Iene. Vi dice qualcosa?

Ecco. Sapete perché non ve ne ricordate quasi per niente? Perché da qualche anno i jihadisti di Osama bin Laden, gli spauracchi dell’Occidente, i castigatori degli infedeli, sono stati completamente soppiantati da una nuova, terribile minaccia, nata dal tronco morente di al-Qa’ida e prosperata come vigoroso pollone nei territori subito a est del Mediterraneo: lo Stato Islamico. Proveremo a spiegare com’è successo.

Al-Qa’ida viene fondata da bin Laden intorno al 1988 in Afghanistan, e inizialmente è un nucleo ben definito composto da “arabi afghani” (i jihadisti venuti da tutto il mondo islamico per contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan) che si stringono intorno alla figura carismatica e alle possibilità finanziarie del giovane Osama[1]. Con la fine del jihad afghano Osama raccoglie un manipolo di fedelissimi e comincia una peregrinazione che lo porterà prima nella natia Arabia Saudita, poi nel Sudan della rivoluzione islamista di Hasan al-Turabi. È soprattutto durante il periodo sudanese che la macchina economica, militare ed organizzativa di al-Qa’ida si struttura e si espande; anche per questo, nel 1996, il governo del Sudan comincia a guardare con sospetto il manipolo di jihadisti di Osama, espellendoli dal Paese. E così al-Qa’ida è costretta di nuovo a fare armi (letteralmente) e bagagli e a tornarsene in Afghanistan[2].

Qui, nel frattempo, gli studenti coranici guidati dall’impenetrabile mullah Omar hanno costituito il movimento dei Taliban e sono riusciti a conquistare gran parte del Paese, compresa Kabul. Il mullah Omar offre ospitalità a bin Laden, che per gli Afghani era ancora il pio guerriero che aveva contribuito alla sconfitta dell’invasore sovietico[3]. Trovato quindi un porto sicuro presso un regime amico, isolato a est dal Pakistan (principale sponsor dei Taliban), a ovest dall’Iran (lo Stato-canaglia per eccellenza) e a nord dalle Repubbliche centroasiatiche (il “giardino di casa” del colosso russo), al-Qa’ida è pressoché irraggiungibile dal Satana americano e può quindi dedicarsi alla preparazione degli attentati che la renderanno famosa. Prima le bombe alle ambasciate Usa di Tanzania e Kenya nel 1998, poi gli attentati dell’11 settembre fanno balzare alle stelle lo share di qualsiasi cosa tratti anche solo tangenzialmente dello “sceicco del terrore”.

Ma l’impatto della macchina militare Usa dopo l’attentato alle Torri Gemelle, unito al costante lavoro di intelligence con il quale la coalizione Nato cerca di tracciare e distruggere le reti jihadiste, costringono l’organizzazione a ritirarsi sugli inaccessibili picchi e nelle valli nascoste sul confine afghano-pakistano, dal quale la “Centrale” – il nucleo fondante di al-Qa’ida, composto da bin Laden, al-Zawahiri e i loro luogotenenti – dirige le operazioni dei militanti sparsi per il mondo[4].

Contestualmente, in virtù dell’incredibile esposizione mediatica, al-Qa’ida diventa un brand famoso in tutto il globo. Molti movimenti islamisti militanti, dai nuclei yemeniti all’eclettico Boko Haram nigeriano passando per cellule formatesi spontaneamente in Europa, giurano fedeltà allo “sceicco del terrore” e stringono legami con la Centrale, con la quale però non hanno che rapporti sporadici, basati fondamentalmente sul supporto finanziario, economico ed operativo. Ai comandanti regionali è garantito un alto livello di autonomia in cambio della fedeltà incondizionata alla figura carismatica di bin Laden. Al-Qa’ida, di fatto, è diventata un franchise[5].

Da uno di questi gruppi eterogeni nasce l’ISI, lo Stato Islamico in Iraq. Fondato nel 2003 dal suo comandante, il veterano giordano Abu Musab al-Zarqawi, il gruppo iracheno inizia subito a dimostrare una certa indisciplinatezza nei rapporti con la Centrale. La situazione si deteriora quando, nel 2010, la nomina di Abu Bakr al-Baghdadi al posto del defunto Zarqawi viene presa in autonomia dai generali dell’ISI senza consultare il gruppo afghano, per il quale il nuovo leader era uno sconosciuto. Ai malumori della “vecchia guardia” jihadista per le politiche dell’ISI, spesso considerate eccessivamente sanguinarie e rivolte a fare piazza pulita dei contendenti al potere – anche musulmani – più che contro gli infedeli, si aggiunge l’insubordinazione.

Poco dopo infatti al-Baghdadi, pressato e minacciato sempre più dalle forze Usa in Iraq, manda uno dei suoi giovani luogotenenti in Siria, con l’idea di approfittare del disastroso scenario della guerra civile per recuperare le forze e crearsi un pied-à-terre in luogo sicuro. Il piano ha molto più successo del previsto, tanto che Jabhat al-Nusra, il nuovo fronte siriano, diventa in breve tempo troppo potente per i gusti di al-Baghdadi. L’ISI a questo punto decide di giocare d’anticipo: comunica la fusione con Nusra sotto il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (conosciuto come ISIS nell’acronimo inglese) e si dichiara indipendente dalla Centrale qaidista. Abu Muhammad al-Joulani, il giovane comandante a capo di al-Nusra, declina l’invito, ribadisce la propria fedeltà ad al-Qa’ida e chiama la Centrale a dirimere la contesa.

Nel frattempo però – siamo nel maggio 2013 – Osama è morto, ucciso da un raid Usa nel suo compound di Abbottabad, e al suo posto è salito Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano che di fatto è il cofondatore di al-Qa’ida. Zawahiri purtroppo è molto meno carismatico del saudita, ed è sempre più isolato nel suo nascondiglio da qualche parte nelle aree tribali pakistane: l’intercessione della Centrale non riesce a riportare l’ordine in Siria e Iraq, e la crescente brutalità dello Stato Islamico conduce, tra 2013 e 2014, a una coalizione di tutti gli altri gruppi islamisti della regione contro i jihadisti di al-Baghdadi. Da questo momento in poi le televisioni di tutto il mondo saranno inondate delle immagini del pilota giordano arso vivo in una gabbia, dei monumenti di Palmira distrutti a picconate, delle notizie di bambine mandate a farsi esplodere in mezzo al mercato e tutta una serie di altre atrocità commesse dall’ISIS. Il movimento, anche conosciuto come Da’ish in arabo, riceve pian piano l’adesione di parecchi gruppi islamisti che combattono in Libia, in Bangladesh, in Pakistan e altrove.

Ecco, è più o meno a questo punto che si perde ogni traccia mediatica di al-Qa’ida. Perché?

La mia ipotesi ha a che fare con il concetto di spazio di senso islamico mondiale, mutuato da Gilles Kepel[6]. A partire dagli anni Settanta alcuni attori, in primis l’Iran e l’Arabia Saudita, hanno provato prima a delineare e poi a ottenere l’egemonia di un immaginario islamico transnazionale, comune a tutti i credenti. Questa idea si trova già in nuce nel concetto coranico di Umma, la totalità dei musulmani nel mondo, ma viene a mio avviso articolata per la prima volta nella sua forma moderna con la nascita della questione palestinese. È il triste destino dei correligionari palestinesi, schiacciati dal tallone israeliano, a costituire la prima vera causa islamica mondiale in grado di attirare combattenti da tutta la Umma. Essendo in grado di mobilitare l’opinione pubblica in una sola direzione, facendo leva a livello emotivo sul senso di pietas del credente, la causa palestinese diventa un motore simbolico potentissimo, e i sauditi in particolare cercano di appropriarsi della potestà della lotta di liberazione palestinese; potestà che verrà loro tolta con la creazione di Hamas e dell’OLP, con le quali i palestinesi recuperano il controllo della propria battaglia.

Nonostante la Palestina rimanga la causa islamica per eccellenza, nel tempo altre le si sono affiancate. Tra le più importanti, anche in quanto fucina di gran parte di quello che sarà il movimento jihadista internazionale, figura la causa afghana: quando l’URSS invade l’Afghanistan nel 1979, fiumi di ferventi musulmani si riversano in Asia Centrale per aiutare i fratelli nella fede a combattere la superpotenza atea.

E poi arriva bin Laden. Il suo carattere di reduce della guerra afghana, la sua fervente religiosità, il suo ingente patrimonio e il suo innegabile ascendente sulle persone gli consentono di fondare al-Qa’ida, che deflagra sugli schermi mondiali alla fine dell’estate 2001: nonostante la Umma sia profondamente divisa al riguardo, una parte dei musulmani del mondo parteggia innegabilmente per questo umile saudita che, invece di godersi la vita nei palazzi di famiglia a Riyadh, si rintana nelle grotte delle montagne pakistane per combattere i nemici della fede. A livello di spazio di senso islamico al-Qa’ida si rivela un temibile giocatore, occupando – anche grazie a un sapiente uso dei media – le menti e i cuori di mezzo mondo, tant’è vero che, dopo gli attacchi al WTC, migliaia di musulmani (anche occidentali) si mettono in fila per arruolarsi nei ranghi qaidisti. Come direbbe Marcel Mauss, l’arrivo di al-Qa’ida al grande pubblico è un fatto sociale totale, che coinvolge tutti i livelli del discorso islamico, ed ingombra con la sua presenza l’immaginario mondiale.

Come abbiamo visto, però, l’organizzazione di Osama pian piano si ritira, per difficoltà contingenti e pressione esterna, soprattutto dopo la morte del suo fondatore nel 2011. E solo un paio di anni dopo Da’ish balza sul palco: stessi personaggi, stesse bandiere nere con la shahada scritta in bianco, stessa crudeltà e stessa capacità di pubblicizzarla nel mondo. Nonostante le differenze tra le due formazioni, sia a livello dottrinario che, conseguentemente, a livello operativo, entrambe combattono per vincere la cintura di paladine dell’Islam contro gli infedeli; e si sa, la cintura la può portare solo un campione alla volta.

Per questo al-Qa’ida, che al momento naviga in cattive acque sia a livello di consensi che a livello economico, sta perdendo clamorosamente terreno ed è di fatto sparita dai radar internazionali. Se nessuno ne parla più, se per nessuno la lotta qaidista è più rilevante, nessuno finanzierà i suoi guerriglieri e le sue strutture, senza contare che la morte di Osama ha privato l’organizzazione di un formidabile fundraiser. La situazione è così disperata che, stando a una fonte interna ad al-Qa’ida, gli operativi della Centrale in Waziristan, roccaforte jihadista in Pakistan occidentale, sono stati costretti a un certo punto del 2014 a vendere i propri portatili e le proprie auto per pagare cibo e alloggio[7].

Da’ish, al contrario, mediaticamente parlando è sulla cresta dell’onda. Tutto il mondo segue con interesse le gesta dei guerrieri dell’Islam in Siria e Iraq, e una parte della Umma ha probabilmente deflesso i propri finanziamenti dagli arabi afghani in favore dei ragazzi di al-Baghdadi, i quali comunque hanno già un bel daffare a vendere opere d’arte e petrolio e confiscare beni proibiti per raccogliere fondi[8]. Nonostante questo alcuni sembrano convinti che al-Qa’ida non morirà in questi anni, e già fanno progetti a lungo termine al riguardo; mentre i recenti sviluppi in Medio Oriente – la bilancia mondiale che pende sempre più verso l’interventismo, considerata soprattutto la discesa in campo della Russia – lasciano prevedere tempi duri per l’IS.

L’attacco russo alle postazioni non solo dello Stato Islamico, ma anche dei ribelli anti-Assad, potrebbe significare che il Cremlino ha già previsto uno scenario in cui non sarà più necessario preoccuparsi di al-Baghdadi, ma bisognerà avviare un processo di normalizzazione della vita politica e della rappresentanza siriane. In quest’ottica è quindi una tattica lungimirante quella di colpire sì il nemico principale, che si suppone cadrà presto, ma di attaccare anche gli avversari del proprio protetto in modo da sgombrargli il campo per quello che verrà. Il fatto che Putin stia già lavorando per un prossimo futuro senza IS fa prevedere per i jihadisti siriani ed iracheni un’aspettativa di vita piuttosto breve.

Un’ipotesi alternativa è la balcanizzazione del territorio conteso. La progressiva radicalizzazione delle forze in campo – Stato Islamico, esercito regolare di Assad, Esercito Siriano Libero, Jabhat al-Nusra, i Curdi in Iraq – potrebbe portare a una situazione in cui i contendenti sopravvissuti, stremati da anni di guerra, decidano per una divisione della terra in base agli schieramenti. Già i movimenti migratori interni alla Siria stanno portando verso un’omogeneizzazione etnico/religiosa delle diverse aree; al punto in cui siamo oggi dubito che i ribelli siriani sarebbero disposti a farsi governare ancora dagli Alawiti, così come alcune frange più aderenti all’ideologia dell’IS non potrebbero più tornare sotto uno Stato di impianto essenzialmente secolare.

 

[1] Cfr. G. Kepel, Al-Qaeda: i testi, Roma-Bari: Laterza, 2006; R. Kim Cragin, Early history of al-Qa’ida, in The Historical Journal, vo. 51, numero 4 (dicembre 2008).

[2] P. Bergen, Holy War, inc.: Osama bin Laden e la multinazionale del terrore, Milano: Mondadori, 2001, pp. 102-122.

[3] Si veda L. Carlino, Il Jihad sotto la bandiera dell’Emirato Islamico di Afghanistan: l’evoluzione dei rapporti tra al-Qa’ida e i Talebani afghani, Cisip Occasional Papers, Anno 1, N. 2, ottobre 2010, pag. 5.

[4] Rimandiamo all’estesa trattazione in A. Rashid, Caos Asia: il fallimento occidentale nella polveriera del mondo, Milano: Feltrinelli, 2008. Da consultare anche R. Gunaratna, A. Oreg, Al-Qaeda’s organizational structure and its evolution, in Studies in conflict and terrorism, 33:12.

[5] B. Hubbard, The franchising of al-Qaeda, The New York Times online (www.nytimes.com), 25 gennaio 2014.

[6] G. Kepel, Jihad ascesa e declino, Roma: Carocci Editore, 2001, p. 81.

[7] S. Malik, A. Younes, S. Ackerman, M. Khalili, How Isis crippled al-Qaeda: The inside story of the coup that has brought the world’s most feared terrorist network to the brink of collapse, The Guardian online (www.theguardian.com), 10 giugno 2015.

[8] A. Asher-Schapiro, Questi leak rivelerebbero da dove provengono i soldi dello Stato Islamico, Vice News online (https://news.vice.com/it), 8 ottobre 2015.

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