Critica dell’EXPO al cittadino: note sulla globalizzazione.

di Giorgio Astone

Inizia, con Ottobre del 2015, l’ultimo dei mesi dell’Esposizione Universale di Milano dedicata al tema dell’alimentazione, ai problemi che affliggono l’agricoltura contemporanea da punti di vista ecologici e legali e alle soluzioni agronomiche proposte dagli esperti. Alla fine di un evento che ha messo l’Italia sotto i riflettori mondiali per molti aspetti e che ha causato diverse contestazioni sulla scena nazionale (a cominciare dalle accuse di speculazione edilizia e violenza nei confronti del territorio, per proseguire con la contestata partecipazione di sponsor delle multinazionali di junk foods[1] ed il dibattito attorno ai contratti per i lavoratori che hanno preso parte al progetto con garanzie e termini di contratto di natura precaria[2]) è possibile interrogarsi sull’evenemenzialità dell’avvenimento a prescindere dagli incidenti di percorso o dalle eventuali irresponsabilità individuali riguardo alla sua organizzazione e alla gestione delle risorse governative in tempi di crisi. In questo senso, più che scandagliare l’ipotesi paradossale che verte sulla considerazione della sponsorizzazione di esposizioni potenzialmente impegnative e rilevanti per un’educazione civica collettiva, improntate ad un approccio ecologico e alla lotta allo spreco, come armi di distrazione di massa, ciò che ci preme tastare in queste brevi riflessioni è la rappresentazione della “globalizzazione” che l’EXPO ha fornito ai suoi visitatori e gli effetti avvertiti da quest’ultimi riguardo al sentirsi o meno partecipi del “destino del mondo”, membri di quel villaggio globale della teoria mcluhaniana.

Riflettere sul concetto di “sfera globale”, con tutte le sue incrinature e gli angoli smussati, è in certo senso “imposto” dalla decisione di ospitare una tale iniziativa nelle terre lombarde; dalla volta di Shanghai nel 2010 a quella di Yeosu nel 2012, rimbalza fin qui non soltanto la necessità di mostrare il fitto legame fra problematiche solo a prima vista nazionali e particolari, ormai affrontabili unicamente con un piano d’azione transnazionale: ci tocca e viene incontro a noi una “visione” globale, più o meno definita a seconda dei preconcetti con la quale la si affronta. Quella che il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach chiamava Gattungswesen (l’essenza della specie, in riferimento all’umanità in toto) trova in un certo senso un corpo fra i padiglioni e le bandiere accostate l’una all’altra della fiera mondiale; nella richiesta (alla base dell’intento di sensibilizzazione che ogni Stato, tramite un percorso tematico fatto di slogan, cartelloni, fotografie e video, era chiamato a seguire) di comunicare ad un “pubblico mondiale”, nel considerare abbattute le barriere linguistiche e, in parte, anche quelle delle idiosincrasie culturali nazionali, pulsa la nobile intenzione di creare una coscienza mondiale. È innegabile, a ben vedere, come tale meta sia stata vista raramente come un’utopia nel corso della modernità occidentale: per tacere delle plurime accezioni che nella pretesa universalistica delle scienze si annidano fin dai primordi nella storia dei saperi, basti pensare agli echi comuni che l’internazionalismo comunista e l’idea del mercato globale neoliberista hanno condiviso, pur nel loro opporsi come modelli contrastanti.

Alla ricerca di un simbolo di “comunione” troviamo, dinnanzi al padiglione dell’Italia, l’installazione architettonica denominata Albero della vita; lo spettacolo di luci, suoni e giochi acquatici segue, a ben vedere, le ondulazioni d’una “storia della Terra”. Dal predominare di colori tenui, fra il verde ed il blu, e l’adagiarsi di ritmi che alludono ad un’âge d’or di reciproca appartenenza uomo-natura, si assiste alla fantasmagoria frenetica di laser rossi, sonorità elettroniche simili alla dubstep e una rappresentazione furiosa del rischio prometeico del dominio dell’uomo, inquinante e privo di remore. È possibile, nella conclusione dell’esibizione, con la cadenza riconciliatoria di tutti di elementi e l’accensione di proiettori più forti, dorati, ravvisare l’inizio di una nuova era d’armonia fra la popolazione globale e l’ambiente tramite nuove tecniche?

Replicare a questa domanda porta a scoprire un altro snodo cruciale che ha caratterizzato l’esposizione italiana: si accompagnava alla spiegazione didattica di ogni padiglione una latente (invisibile ai più proprio perché posta con “naturalezza”) ostentazione dei mezzi tecnologici. Che la complessità di un tale intreccio di potenze mondiali sul campo abbia necessariamente comportato dei confronti, in miniatura, di natura geopolitica ed economica è indubbio; ciò nonostante, dal paese più piccolo che ripiegava su antiche tradizioni rurali da preservare a quello più industrializzato che vantava una conversione pressoché totale degli impianti energetici classici in rinnovabili, la presenza di elementi multimediali, la subliminale richiesta di interagire con i propri apparecchi portatili e l’insistenza sui miracoli della tecnica finora compiuti e da compiersi sembravano fare da specchio rispetto all’imperante pregiudizio tecno-centrico più che insistere sulle responsabilità individuali e collettive dei danni all’ambiente (mancava, ad esempio, una presa di posizione precisa di qualsiasi tipo nei confronti di trusts inquinanti multinazionali). Una delle attrazioni di maggiore interesse per i visitatori era l’interazione multimediale stessa, al di là dei suoi contenuti: basti pensare alle chilometriche code nei pressi del padiglione tedesco a causa delle cosiddette «seedboards», tavolette sintetiche che, se disposte in una posizione adeguata rispetto ai proiettori digitali, diventavano degli iPad provvisori dove gli astanti potevano “sfogliare” diverse pagine ricche di informazioni.

Al di là degli strumenti di mediazione tecnologica e dell’alfabetizzazione digitale crescente (che nel migliore dei casi unisce fun ad engagement, nel peggiore distanzia il cittadino comune dalla possibilità effettiva del formarsi e ragionare criticamente sui problemi del suo tempo), si fa presto ad indovinare come uno dei veri problemi sociologici da considerare a partire dall’intersezione empirica di individui comuni ed istituzioni è quello imperniato sulle modalità di coinvolgimento, informazione e deliberazione del supposto cittadino globale. Celebre e allo stesso tempo ancipite era la valutazione del sociologo tedesco, recentemente scomparso, Ulrich Beck: tramite il concetto di «individualizzazione» (articolato soprattutto nella sua più importante opera, Risikogesellschaft[3], nel 1986) il pensatore esprimeva come i singoli individui venissero in qualche modo interpellati, con la frammentazione delle mediazioni corporativistiche (come sindacati e partiti) della seconda modernità, a rispondere e deliberare insieme alla classe dirigente nella presa di decisioni che avrebbero avuto ripercussioni sul loro benessere psicofisico (riferimento che diede grande eco al lavoro di Beck fu quello al nucleare, subito dopo il disastro di Chernobyl). L‘individualizzazione, che attribuiva in modo inedito un peso tragico al singolo attore sociale e rischiava inizialmente di appiattire a fallimenti individuali esiti drammatici molto più complessi, apriva allo stesso tempo a nuove possibilità: solo con il maggiore coinvolgimento dell’individuo nel potere politico-deliberativo sarebbe stato possibile sgominare una certa tendenza all’inerzia culturale, permettendo al contempo di superare l’asfittica competenza tecnocratica della razionalità scientifica affiancandole una razionalità sociale[4]. Beck, come Jürgen Habermas, Anthony Giddens ed una schiera di intellettuali europeisti, non perde l’occasione per sottolineare quanto vitale possa essere l’intenzionalità alla partecipazione deliberativa dell’homo novus globale.

Eppure l’EXPO, come una piccola Chernobyl priva dello stesso πάθος, in quanto evento mondiale che ha esplicitamente assunto in sé il ruolo di risveglio di una coscienza globale ha anch’essa una valutazione da farci, un inquietante ed incontrollabile sollecitare che capovolge il nostro classico porci come critici degli eventi e delle istituzioni dietro di essi; pur con i suoi limiti ed un descrivere edulcorato, che non mostra la vera faccia delle rivalità economiche e dei conflitti che stanno dietro ai più grandi interessi, la sua pretesa universale comunicativa non può fare a meno di chiederci quanto siamo pronti ad essere “cosmopoliti”.

Ricostruire la storia dell’idea di cosmopolitismo occidentale o rilevare che tipo di “appesantimento” potrebbe derivare da un sentirsi sempre e comunque corresponsabili degli avvenimenti che incidono nella rete degli esseri umani sarebbe un percorso eccessivamente lungo per le pretese di brevitas del presente articolo. Malgrado ciò, è lecito aprire (e lasciare spalancato) un quesito più ristretto e preciso, riguardante non più la sfera politico-morale bensì quella antropologico-psicologica: è realmente possibile per il soggetto individualizzato, à la Beck, riuscire ad appropriarsi in maniera sufficiente di una serie di nozioni che gli permettano di formulare un giudizio su un campo così sterminato? Globalizzazione ed internazionalizzazione potrebbero scontrarsi contro un recinto troppo alto, quello dei limiti di comprensione e coinvolgimento empatico del cittadino medio: è questo ciò che, mutatis mutandis, intendeva affrontare il filosofo tedesco Günther Anders nel plasmare il suo concetto di dislivello prometeico; se fra l’uomo e le sue creazioni tecnologiche, in primis i calcolatori e le loro capacità di elaborazione dei dati, cresce una Gefälle (discrepanza) che causerebbe nel primo un sentimento di vergogna e di defezione verso i propri impegni, si può traslare la stessa identica criticità nel rapporto fra singolo cittadino nazionale e problematiche globali.

Indubbiamente i campi dello studio e della ricerca accademica risentono già, positivamente, di una tendenza all’internazionalizzazione ed il «capitale culturale», per usare una formula bourdieusiana, come i flussi finanziari di valuta liquida tende ad essere più facilmente trasmissibile. Ciò che sembra sacrosanto e legittimo da una prospettiva conoscitiva e scientifica potrebbe nondimeno portare molteplici effetti collaterali sulle vite dei cittadini comuni, lavoratori e non, e su un potere democratico che propende già di per sé ad affievolirsi. Il vivere pienamente la globalizzazione non comporterebbe più un “guardare oltre la frontiera”, per superare le angustie innate della propria mentalità socialmente costruita, ma vivere nell’assenza di frontiere. Un sogno romantico che sembra essere diventato un destino e che, trascurato, fa riemergere provincialismi culturali o sciovinismi xenofobici. Ma non è forse la “circoscrizione” dei problemi la conditio sine qua non per un lavoro concreto, sentito come vicino, per la loro soluzione? Aprire una finestra su un orizzonte globale e guardare oltre essa causerebbe una nuova forma di vertigo infinitatis: davanti al bivio fra l’integrazione verso un “sentire globale” dei problemi o un ritorno alla “concretezza del vicino” ci sussurrano guide entrambe valide; tutto ciò che non è permesso, però, è continuare a rimanere affacciati, astanti di una mostra, senza il pensare un agire politico concreto. Ci è realmente concessa una democrazia su scala planetaria, al di là di una simile esteticizzazione della crisi comune? Infine, se la risposta fosse affermativa, possediamo realmente quel background culturale adeguato per poter prendere parte a questa sfida?

Per approfondire

Il Fatto Quotidiano, Expo 2015, 645 giovani rifiutano contratto di lavoro a 1300€ netti al mese, presso: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/22/expo-645-giovani-rifiutano-contratto-1300-euro-netti-mese/1613069/

Il Sole 24 Ore, Assunzioni rifiutate per l’Expo, i sindacati: «L’agenzia di selezione faccia chiarezza», presso: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-04-24/assunzioni-rifiutate-l-expo-sindacati-l-agenzia-selezione-faccia-chiarezza-153601.shtml?uuid=AB2tVvUD&refresh_ce=1

Elisa D’Ospina, Expo 2015, l’ennesima sconfitta: Mc Donald’s e Coca Cola sponsor, Il Fatto Quotidiano, presso: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/28/expo-2015-lennesima-sconfitta-mc-donalds-e-coca-cola-sponsor/1463991/

Ulrich Beck, La società del rischio, Roma, Carrocci, 2000.

Maurizio Ghisleni, Walter Privitera, Sociologie contemporanee. Bauman, Beck, Bourdieu, Giddens, Touraine, Torino, UTET, 2009.

Note

[1]Si legga in merito l’opinione concisa e diretta di Elisa D’Ospina, Expo 2015, l’ennesima sconfitta: Mc Donald’s e Coca Cola sponsor, Il Fatto Quotidiano. Reperibile al seguente link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/28/expo-2015-lennesima-sconfitta-mc-donalds-e-coca-cola-sponsor/1463991/

[2]Per una prima ricostruzione, l’articolo della redazione del giornale Il Fatto Quotidiano, Expo 2015, 645 giovani rifiutano contratto di lavoro a 1300€ netti al mese, reperibile al seguente link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/22/expo-645-giovani-rifiutano-contratto-1300-euro-netti-mese/1613069/. Sulle polemiche relative alla supposta faziosità del rifiuto dei contratti e la reazione dei rappresentanti di Cisl e Uil, si veda l’articolo della redazione del giornale Il Sole 24 Ore, Assunzioni rifiutate per l’Expo, i sindacati: «L’agenzia di selezione faccia chiarezza», reperibile al seguente link: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-04-24/assunzioni-rifiutate-l-expo-sindacati-l-agenzia-selezione-faccia-chiarezza-153601.shtml?uuid=AB2tVvUD&refresh_ce=1

[3]Cfr. Ulrich Beck, La società del rischio, Roma, Carrocci, 2000

[4]Cfr. Maurizio Ghisleni, Walter Privitera, Sociologie contemporanee. Bauman, Beck, Bourdieu, Giddens, Touraine, Torino, UTET, 2009, pp. 44-74.

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