Prometeo e Asia: sul problema del dire e del significare.

di Claudio Caramadre

Parlare o non parlare? Questo è il problema.

All’epoca in cui l’occidente scopriva la filosofia e più propriamente la logica, nell’accezione di percorso compiuto dal pensiero per dirimere ed “es-primere” il nodo di Gordio dei fenomeni esterni ed interni alla natura umana, v’era in Grecia una figura definita “oscura” per il pensiero che tentava faticosamente di far emergere: Eraclito.

Parlare di Eraclito oggi corrisponde a parlare di un filosofo che ai suoi tempi fu liquidato duramente e frettolosamente tanto dai contemporanei che dai posteri. Tuttavia il suo pensiero ha meritato e continuerà a meritare un’approfondita riflessione non tanto, e non solo, per coloro che apprezzano la filosofia occidentale ma anche e soprattutto può divenire terra di conquista o terreno fertile per chi si interessa di filosofia orientale. Eraclito, poco compreso da Platone e addirittura osteggiato da un Aristotele che gli lasciava aperta la porta del “non intendere quel che poi si dice”, aveva postulato la possibilità che tutto quel che noi riteniamo ben definito, differenziato, emancipato ed opposto fosse in realtà un mero scherzo di quella ci ostiniamo a chiamare logica. Il principio di non contraddizione aristotelico non poteva permettere che due enti per “definizione” opposti fra loro (giorno – notte) potessero in realtà essere due espressioni della medesima cosa. Insomma: o esisteva l’uno o esisteva l’altro in un dato momento. Impossibile vederli coesistere allo stesso tempo. La logica infatti ci porta a ritenere che se è giorno non è notte eppure noi sappiamo, perché percepiamo, che l’esistenza del giorno v’è solo perché conosciamo la notte. La discussione però si complica se proviamo a spostare questa analisi da un fenomeno come quello dell’alternarsi della luce e dell’oscurità a qualcosa di estremamente più complesso: il linguaggio.

Comprendere Eraclito apre nuove vie che non possono essere sottovalutate se vogliamo conoscere appieno i meccanismi della nostra logica. Ma cosa dovremmo comprendere? Eraclito o le sue parole? Ecco dunque che la riflessione si sposta sul significato: è l’uomo che compie l’azione del significare o sono le parole? Senza inoltrarci più approfonditamente nel dibattito tutto occidentale sul tema, consideriamo quale è stata la risposta a questo quesito in Oriente, più precisamente in Cina. Se è vero che le parole hanno un significato è anche vero che lo stesso significato può essere mimato dalle azioni. Di più: anche le non-azioni hanno un significato. La non-azione ha un significato tutto intrinseco che diviene estrinseco nel momento in cui non solo si impone come causale d’una conseguenza ma porta ad una com-prensione dell’atto stesso. I taoisti chiamavano la non-azione Wu Wei (无为), questo principio divenne un vero e proprio cardine all’interno della filosofia taoista la cui comprensione è estremamente ardua e il cui esaurimento (dal punto di vista riflessivo) è pressoché irraggiungibile. Analizzarne la composizione in caratteri cinesi può aiutarci a dare un’idea più approfondita e “definitiva” del termine; la lingua cinese, infatti, procede per associazioni di immagini a idee precostituite mentali (da qui il nome errato di “ideogrammi”). Il primo carattere indica una mancanza e la sua antica raffigurazione è la seguente:

 

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Un uomo (o una donna) tiene qualcosa in entrambe le mani. Non è chiaro se sia un solo oggetto o se siano due, in ogni caso questo oggetto somiglia, a parer mio, ad un’antica bilancia o a qualcosa che comunque abbia lo stesso peso sia sulla destra che sulla sinistra. Un’altra ipotesi vuole che tale figura rappresenti una danzatrice ma non riesce a dare una definizione degli oggetti “appesi” al corpo. Si potrebbe pensare alle enormi e larghe maniche dei vestiti cinesi riservati alla danza femminile ma resterebbe il mistero sul perché tale carattere indichi una mancanza. In ogni caso, anche le maniche avrebbero stesso peso e questo mi porta a pensare ad una sorta di bilanciamento fra qualcosa e qualcos’altro, una sorta di astensione e quindi una mancanza di decisione, un’afasia di giudizio.

Il secondo carattere invece rappresenta, secondo lo studio della pittografia, una mano che guida un elefante, per la precisione una mano che indica una direzione ad un pachiderma.

 

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Si tratta con tutta probabilità dell’esplicazione artistica del “pro-cedere” o dell’incedere verso qualcosa o addirittura verso il futuro; l’idea è quella di una sospensione della causalità poiché il procedere (e quindi il “fare”) risulta sempre nel causare “qualcosa”. Il suggerimento dato dal 无为 potrebbe quindi essere: “non causare nulla”, non consapevolmente almeno visto che il Tao stesso fa sì che le cose siano senza sapere di esserne la causa.

Seguendo il principio della non-azione anche parlare risulta inutile o dannoso, a seconda dei casi. Sovente i maestri taoisti tacciono dinanzi alle domande anche quando queste vengono reiterate all’infinito. Laozi stesso, il capostipite di questa dottrina, odiava parlare e ancor più scrivere (Socrate porta avanti lo stesso atteggiamento ma lo farà secoli dopo). Come l’oracolo di Delfi, Laozi non dice e non nasconde bensì semanein cioè: ‹‹Fa segno›› e lo fa senza dire una parola, nella maggior parte dei casi. Quando verrà obbligato a scrivere produrrà un dettato così oscuro da cui ancor oggi è difficile ottenere un “significato” chiaro, netto ed univoco. Eraclito e Laozi si sarebbero trovati d’accordo su molte cose visto che anche il filosofo greco preferiva significare attraverso un gesto o un atteggiamento e l’episodio del ciceone rende bene l’idea.

Dunque dire ma senza dire; produrre logos senza di fatto in-verare il logos, agli occhi di chi sposa la visione aristotelica in toto, deve di certo apparire assurdo e, più ancora che assurdo, illogico. Anche il mostrare o l’azione dell’indicare non sono logiche e di per sé possiedono solo il fantasma di un significato che si possa dire certo o addirittura vero. Quel che si indica non può mai essere registrato. Anche usando le più moderne tecnologie, un cenno, un movimento della mano o degli occhi, risiedono sempre in un’ambigua regione indefinita dalla quale si può evincere tutto il contrario di tutto. Ma se dal segno si può evincere A e allo stesso tempo B (ma anche C, D, E, F e così via) c’è da chiedersi se il segno in sé e per sé ha valore alcuno o se piuttosto non sia esso stesso il mediale tramite il quale si invera una comunicazione. Non solo: se il segno racchiude una molteplicità di significati (vi invito a riprendere uno dei caratteri cinesi sopra illustrati) allora vuol dire che esso è un contenitore ed un involucro di sensi. Separa e racchiude allo stesso tempo, intromette ed estromette in un movimento unisono perciò possiamo tranquillamente affermare che il segno è un’origine. Questa origine è unita in sé come racchiudente e divisa in sé dal momento che contiene un minimo di due altri da sé. Ne consegue, in definitiva, che il segno ha allo stesso tempo valore numerico 1 e l’infinità degli altri numeri; esso è uno ma doppio, singolare, plurale e neutro nello stesso istante perciò instaura passato, presente e futuro e risulta talmente arbitrario da avere significato e allo stesso tempo non avere significato.

Per Approfondire:

F. Jullien, Parlare senza parole: Logos e Tao, Laterza, 2008.

 

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