Come quando fuori piove: Mariarosaria Stigliano e alcune riflessioni sull’arte contemporanea.

di Alessio Cerchi

L’arte contemporanea appare ai più come un mondo chiuso a riccio su se stesso, gnoseologicamente inavvicinabile, soggetto a leggi così stratificate ed aleatorie da intimidire chi si affaccia a questa finestra sull’irreale. E non mi riferisco solamente alla pratica artistica in sé, ma anche ad altri aspetti contingenti l’arte, ma non per questo meno importanti, quali il mercato, la promozione, la fruizione, la sponsorizzazione, l’indotto economico, la curatela, gli allestimenti museografici. Stiamo assistendo ad una fase storica in cui c’è talmente tanta offerta di eventi artistici, spesso coacervo idiosincratico di difficile assimilazione, che il primo impatto lascia confusi in un mare di nebbia. Solo l’addetto ai lavori, l’amateur, dispone del caduceo per dirimerla. Tra fiere nazionali ed internazionali che spuntano un po’ come funghi, con musei che oltre agli allestimenti permanenti ciclicamente ne propongono di temporanei, spazi espositivi fantasma che propongono mostre di dubbia attrattiva, gallerie d’arte che un po’ per gioco un po’ per vero si mascherano da portavoce delle cultura figurativa italiana, fino ad arrivare a mostre/mercato ragionevolmente improvvisate con lo scopo (supposto) di pubblicizzare questo o quell’artista.

Esiste una bussola per orientarsi? La risposta è no. Perché tutti gli eventi hanno diritto d’essere. Tutti gli artisti hanno acquisito tale titolo per merito di qualche grande mente, e guai a negarglielo. In fondo, siamo alla deriva: non esiste più un canone di giudizio.

Fortunatamente però ci sono artisti e ci sono luoghi che ci colpiscono nell’immediato, che sembrano subito familiari e con cui ci sentiamo al sicuro.

La prima volta che ho visto un dipinto di Mariarosaria Stigliano ho pensato “qui c’è dell’ARTE. Finalmente qualcosa di fresco, nel suo modo innovativo, fatto con criterio e metodo”.

E non è tanto il discutere sulla qualità estetica delle opere che spesso vengono proposte dal critico di turno come capolavori assoluti, perché se una cosa può essere affermata con sicurezza, è che Mariarosaria Stigliano soffoca qualsiasi chiacchiericcio fondato sull’inflazionato lo potevo fare anche io. Le sue qualità e abilità tecniche sono ineccepibili.

Il problema di fondo è, tornando un po’ su quanto detto prima, che data una mole così opprimente di proposte, panta rei, tutto scorre. E di ciò che vediamo non rimane memoria.

Che una concezione frenetica, frettolosa, della vita, abbia contagiato anche il modo con cui si osserva l’opera d’arte, è inutile mettere in dubbio.

Mi preme piuttosto notare come l’artista tarantina rifletta quasi in maniera ossessiva sul trascorrere inesorabile del tempo, degli attimi che sono già passati e vengono presto dimenticati. Lo sforzo, per quanto io possa leggere, base della sua poetica, è volto a cogliere quegli attimi, quei momenti, che paiono sfuggirgli dalle dita. Certo già Filippo de Pesis (1896-1956) aveva speso molto delle proprie ricerche nel tentativo di catturare la realtà registrandone le apparenze (Fig.1).

FIG.1 Filippo de Pisis - Piazza San Marco - 1947 - olio su tela 69,5X99,3 cm
FIG.1 Filippo de Pisis – Piazza San Marco – 1947 – olio su tela 69,5X99,3 cm

Ma mentre il pittore ferrarese, folgorato dall’ambiente parigino (post)impressionista, utilizza una tecnica pittorica quasi stenografica fatta di tocchi frenetici di sprezzante facilità, la Stigliano applica un filtro sconvolgente, talmente iper-reale e nel contempo trascendentale da provocare un senso di vertigine. De Pisis cerca di fermare l’attimo con l’occhio, e per questo la mano (ovvero la pennellata) deve essere svelta, deve registrare l’istante nell’attimo immediato in cui l’occhio lo percepisce. É un lavoro di squadra, simultaneo.

Mariarosaria per converso appare a tal punto analitica nel descrivere l’atmosfera, così precisa nel rendere i riflessi da incubo delle luci su strade e palazzi di metafisica desolazione, che risucchia l’osservatore nella realtà da lei creata (Fig.2).

FIG. 2 Mariarosaria Stigliano - Rosso di Notte - 2015 - olio, pigmenti e smalto su tela 65X95 cm
FIG. 2 Mariarosaria Stigliano – Rosso di Notte – 2015 – olio, pigmenti e smalto su tela 65X95 cm

Portando la mia attenzione su di un dipinto, e questo può essermi ascritto come difetto incondonabile, non posso fare a meno di contestualizzarlo sulla base delle mie conoscenze prettamente storico-artistiche.

Vedo molto, nella Stigliano, di quel Munch (1863-1944) più spettrale, malinconicamente angosciato e angosciante (Fig.3), con cui la pittrice instaura un dialogo fatto di solitudine (Fig.4).

FIG.3 Edvard Munch - Notte a Saint Claude - 1893 - pastello su tela 78,5X73,5 cm - collezione privata
FIG.3 Edvard Munch – Notte a Saint Claude – 1893 – pastello su tela 78,5X73,5 cm – collezione privata
FIG.4 Mariarosaria Stigliano
FIG.4 Mariarosaria Stigliano

Ma è ravvisabile nelle sue opere anche una certa poetica di silente realismo, dove la luce artificiale gioca quasi il ruolo di giudice indefesso e imparziale; di quella poetica intendo che vide Edward Hopper (1882-1967; Fig.5) come interprete più autorevole della disillusione e del vuoto d’animo dell’America post crisi (1929). Non credo, peraltro, da ravvisarvi un fatto casuale nella costante presenza nei dipinti della pittrice di lampioni e lampade, fonte imprescindibile, portavoce negletti e muti di una voce interiore. Ma la Stigliano va oltre, non si ferma nella ricerca, perché l’inquietudine evolve e va assecondata.

Non ricordo chi (ma il nome alla fine non è importante, è puro nozionismo, ciò che conta è contestualizzare i concetti) disse, con un’espressione felice che mi si impresse nella memoria: «l’uomo (post)moderno è figlio del Romanticismo». Ovvero: tutti noi ci portiamo dentro quel tormento nato con la nascita del capitalismo, della città industriale, dell’esplosione dell’individuo e del sentimento, del rapporto tormentato con il mondo. Basti solo accennare come molti dei capolavori impressionisti siano il frutto della fuga dei pittori dalle soffocanti città, anelanti quella pace che solo la natura sa dare. Ed il rapporto dell’uomo con la terra è ancestrale. Quando gli oratori romani tardo repubblicani stigmatizzavano i comportamenti dei contemporanei, viziati dall’ingresso nelle abitudini di costumi orientali, invocavano il ritorno ad una semplicità rurale, strettamente legata al lavoro della terra, contadino.

FIG. 5 Edward Hopper - Falchi della notte - 1942 - olio su tela 76X152 cm - Art Institute di Chicago
FIG. 5 Edward Hopper – Falchi della notte – 1942 – olio su tela 76X152 cm – Art Institute di Chicago

Già ho avuto modo di affermare che Mariarosaria Stigliano in qualche modo si faccia erede delle riflessioni sull’alienante vivere dell’uomo in città portate avanti dall’Espressionismo tedesco. I colori alquanto acidi, freddi; la pennellata così forzatamente rettilinea che partecipa alla definizione e trasmissione dell’emozione, sono sicuramente di impronta diebruckiana (Fig.6).

FIG. 6 Ernst Ludwig Kirchner - Potzdamer Platz - 1914 - olio su tela 200X150 cm - Neue Nationalgalerie di Berlino
FIG. 6 Ernst Ludwig Kirchner – Potzdamer Platz – 1914 – olio su tela 200X150 cm – Neue Nationalgalerie di Berlino

Ma la Stigliano è in qualche modo diversa da questo, perché ciò che colpisce la sua sensibilità non è l’uomo in sé, ma il suo inserirsi problematico nell’ambiente che lo circonda. E quindi si concentra sulla città, luogo fantasma abitato da spettri. Analizza il vuoto, l’incomunicabilità che si crea tra gli uomini della metropoli. E quindi guarda a Renzo Vespignani (1924-2001; Fig.7).

Esaustivo in tal caso, e funzionale per evitarmi qualsiasi avanzo di critica per cecità o incomprensione, è il piccolo dipinto “Quasi Pioggia“, esposto in mostra (Fig.8).

FIG. 7 Renzo Vespignani - Periferia - 1959 - acquarello e inchiostro su cartoncino 25X40 cm
FIG. 7 Renzo Vespignani – Periferia – 1959 – acquarello e inchiostro su cartoncino 25X40 cm

C’è molto in gioco, sono molti gli spunti da cui partire, ma – ed è una cosa ammirevole – Mariarosaria elabora queste impressioni in maniera del tutto originale, secondo declinazioni proprie.

E badate bene che il fatto che un artista abbia memoria di ciò che vede (aspetto da tenere sempre in considerazione analizzando l’evoluzione linguistica di un pittore), non è una mia intuizione. Recentemente ci si è soffermata, nell’ambito di una lezione universitaria, una persona ben più autorevole di me, la prof.ssa Michela di Macco de La Sapienza.

Mariarosaria Stigliano, Quasi Pioggia
FIG.8 Mariarosaria Stigliano, Quasi Pioggia

Concludo questo mio breve intervento, che mi preme sottolineare lungi dall’essere un atto critico, consigliando al lettore di visitare la mostra monografica “Come Quando Fuori Piove”, che si terrà fino al 15 novembre presso la Galleria Edarcom in via Macedonia (Roma). Il mio augurio è che, chiunque avrà modo di vedere i suoi quadri, abbia trovato nelle mie parole uno spunto di riflessione, un punto di vista assolutamente non univoco che stimoli e che sia fecondo per la ricerca di un personale giudizio.

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