Stato e cittadini: verso nuovi paradigmi politici.

di Gloria Iannucci

Se dovessimo trovare una collocazione dell’Italia all’interno di una piramide che indichi lo sviluppo di una nazione, senza alcuna ombra di dubbio tenderemmo ad inserirla in una posizione medio-alta. Non possiamo considerarci infatti un paese arretrato; lo siamo, è vero, considerando alcune dimensioni sociali, ma nonostante ciò nulla ci porta a dire il contrario.

La povertà è però una realtà, lo è in Italia così come nelle grandi metropoli globali americane e così come nei piccoli villaggi rurali cinesi. Sempre più, oggi, la povertà è sotto gli occhi di tutti ma ancora molti fingono di non vederla. La si nota virtualmente in televisione, la si guarda realmente nelle nostre città, toccandola spesso con mano. Uscendo, ad esempio, da grandi stazioni metropolitane spesso vediamo coloro che vivono ai margini della società, gli passiamo davanti, a volte accorgendocene, altre invece semplicemente dandole per scontate. Dai dati riportati dal rapporto ISTAT del 2014 emerge che il 5,7 % delle famiglie residenti in Italia sono in condizione di povertà assoluta, dato che si mantiene stabile rispetto al 2013, mentre il 10,3% delle famiglie sono in condizioni di povertà relativa. Ben riflettendo, questi dati non sono comunque positivi e confortanti poiché in una società sviluppata, tecnologica, moderna e modernizzatrice anche l’1% della povertà assoluta deve risultare una nota stonata.

Ma cosa è la povertà? Sociologicamente la si definisce un “problema sociale”.

Cos’è un problema sociale allora? Una condizione che minaccia i valori di un determinato gruppo e l’appartenere ad un gruppo è un punto fondamentale poiché vuol dire condividere credenze normative e cognitive e quindi poter interagire. Dunque la povertà oggi, come in passato, è un ostacolo da superare sia per i Paesi sviluppati sia per quelli sottosviluppati. Assodato che la povertà sia un problema sociale, proviamo a conferirgli una definizione che ci permetta di comprendere meglio. Inevitabilmente essa è legata sia ad una privazione di risorse sia ad una distribuzione delle risorse disuguale. Può, inoltre, essere tipizzata in: assoluta o relativa.

La prima si riferisce ad una determinata soglia economica al di sotto della quale le persone vengono considerate povere; essa è cioè ‹‹il valore monetario […] del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza[1]››.

La seconda tipologia di povertà, quella relativa, fa riferimento ad una povertà rispetto ad un certo standard definito dallo stile di vita degli altri cittadini. Guardando alla povertà come ad una questione prettamente economica con conseguenze, inevitabilmente, sociali dobbiamo chiederci se esisteranno sempre persone più povere di altre all’interno dello stesso paese e se esisteranno sempre Paesi più poveri di altri.

Il 25% della popolazione mondiale vive al limite della sopravvivenza e lotta per le risorse, di per sé scarse. Le teorie tradizionali hanno individuato quattro fattori che sono alla base dello sviluppo economico: risorse umane, risorse naturali, capitale e tecnologia. Per quanto riguarda le risorse umane appare necessario creare strumenti (e in Occidente in parte ci siamo riusciti) in grado di ridurre la mortalità infantile e di assicurare le giuste ed adeguate cure mediche così da aumentare le speranze di vita; le risorse naturali sono anch’esse un problema poiché nelle aree con scarse risorse economiche ma con molte risorse naturali, quest’ultime vengono accentrate da élite del paese o da multinazionali di altre aree, non permettendo l’effettivo sfruttamento da parte della popolazione autoctona. Per quanto riguarda il capitale, poi, nei paesi poveri gli investimenti non possono esistere ed allora si ricorre a finanziamenti esteri. Se i governi non hanno risparmi interni si crea debito estero, portando ad un carico di interessi che frena lo sviluppo (intervengono, infatti, istituzioni internazionali che pongono vincoli alla sovranità nazionale). Infine la tecnologia: essa si importa da paesi avanzati attraverso risparmi o investimenti diretti dall’estero.

Capiamo quanto sia difficile per le aree sottosviluppate ribaltare la loro condizione, ma per gli stati-nazione? Quali strategie sono state messe in campo?

Sono state attuate nei modelli europei due forme di sostegno: una previdenza sociale, cioè interventi che offrono indennità ad alcune categorie, e un’assistenza sociale che consiste in interventi per cui è necessario superare un accertamento della condizione economica. Si considera quest’ultima forma fondamentale, pertanto degna di un approfondimento. In primis quando parliamo di assistenza sociale ci riferiamo essenzialmente al welfare state. Tutti sappiamo più o meno di cosa si tratta ma pochi sono a conoscenza del nuovo modello che, nelle società in cui il neoliberismo è il padrone di casa, si vuole sostituire al welfare, cioè il workfare. Il termine welfare state è stato utilizzato per la prima volta in Germania nel 1879 da A. Wagner il quale teorizzò il ruolo interventista assunto dallo stato per garantire benessere ai cittadini. Il suo processo di istituzionalizzazione va rintracciato quindi nella Germania della fine del XIX secolo, il cui scopo era “affermare delle assicurazioni sociali e delle casse mutue[2]”.

La rivoluzione industriale è stata uno dei fattori che ha permesso l’emergere di questo concetto, così come il consolidarsi della società di massa e le guerre mondiali; tutti elementi che hanno contribuito a creare consenso intorno allo sviluppo di questa tipologia di politiche. Senza dubbio il Rapporto Beveridge[3] degli anni ’40 del Novecento ha influenzato l’impalcatura e la strutturazione del welfare, grazie soprattutto ai principi universalistici a cui si rifaceva. Nel secondo dopoguerra il concetto tenderà sempre più a concretizzarsi e a consolidarsi contribuendo ad uno sviluppo economico senza precedenti; è in questo periodo che si è affermata la golden age: l’accesso ai servizi si è diffuso velocemente e ampie fette della popolazione hanno preso parte al benessere sociale. Nei paesi anglo-scandinavi si diffuse un modello universalistico[4], mentre in Europa continentale un modello occupazionale[5]. Ma cosa è fondamentalmente il welfare state? A risponderci è D. Carbone che lo definisce «un complesso sistema politico-amministrativo che i diversi stati nazionali hanno istituzionalizzato per far fronte alla minaccia di disintegrazione sociale causata dall’espansione incontrollata del mercato».

Lo Stato si impegna ad occuparsi di alcuni aspetti cruciali dell’economia e della vita sociale, i governi democratici divengono, come li definisce Heclo (1983), “manager sociali”. Si affermarono così risultati positivi e per un certo periodo stabili che hanno creato delle aspettative, cioè dei servizi successivamente taken for granted. Con la crisi economica degli anni ’70 si è cominciato a ripensare il welfare, andando alla ricerca di modalità alternative. Le critiche mosse a questo sistema erano inerenti principalmente i costi, l’efficienza e l’eccesso di regolamentazione[6]. Negli anni ‘80 si cominciarono infatti ad intraprendere strade diverse puntando sull’alleggerimento del bilancio pubblico e il taglio della spesa. Si posero le basi per quello che è stato denominato workfare. Cos’è accaduto?

Nei Paesi occidentali c’è stato un cambiamento di paradigma attraverso il passaggio da politiche keynesiane a politiche schumpeteriane[7]. Si è affermata una diversa struttura capitalistica che chiamiamo in termini politici ed economici: neoliberismo. Il vecchio modello di welfare non poteva funzionare a causa dei tanti cambiamenti a cui non era più in grado di rispondere: la de-industrializzazione, l’affermazione di una società post-democratica, l’invecchiamento della popolazione, le crescenti aspettative dei cittadini e l’avvento della globalizzazione. Per rispondere alle nuove sfide inizialmente sono stati intrapresi tagli; successivamente, a questa manovra è stata affiancata una razionalizzazione e una ristrutturazione che puntava alla diffusione del cosiddetto workfare. È a partire dagli anni ’90 che si è cercato di porre rilevanza a misure attive, investendo maggiori risorse in questa direzione. Nel 1994 l’OCSE ha pensato ad una Strategia per l’occupazione che prevedeva riforme riguardanti il mercato del lavoro e la sicurezza sociale, così come l’Unione Europea, che si è orientata verso politiche che permettessero di incoraggiare la partecipazione all’occupazione della fascia più a rischio (donne, lavoratori non qualificati, lavoratori anziani, persone con disabilità). Le politiche che hanno caratterizzato gli anni ’90 e che giungono a noi sono politiche, dunque, che ridefiniscono i sistemi di welfare cercando di rendere i cittadini partecipi ed autonomi rispetto ad uno Stato erogatore di sussidiarietà.

L’andamento è palesemente orientato al mercato, sotto il velo della partecipazione e del coinvolgimento attivo dei cittadini c’è qualcosa in più che si tende a rendere nascosto: lo Stato, o meglio la politica, ha cercato in questi anni di depoliticizzarsi. Non è questo contraddittorio? Certo che sì, ma allo stesso tempo è un processo evidente. Lo Stato ha cercato di mettersi dalla parte del mercato e di cooperare con esso coordinando azioni volte a sostenerlo. Il sistema del workfare si basa su politiche pro-attive delle tutele del lavoratore, controllando lo stato di disoccupazione involontaria di coloro che percepiscono l’indennità e prevedendo la disponibilità del lavoratore disoccupato di iniziare a breve termine un lavoro, senza la possibilità di rifiutarlo. In caso di rifiuto si perde il reddito al sostegno. L’Italia dove sta andando? È in linea con le direttive europee che spingono sempre più verso forme di workfare? Ovviamente il Jobs Act va in questa direzione. Si è teso ad un mercato del lavoro più flessibile grazie soprattutto all’annullamento dell’articolo 18, nonostante il “contratto a tutele crescenti” apparentemente sembri mostrare il contrario, e si è creata un’Agenzia Nazionale delle politiche attive che provvederà, attraverso servizi finalizzati, a trovare una nuova occupazione ai disoccupati.

Il paradigma degli anni ’70 non può funzionare più, la società è cambiata e di conseguenza gli individui che la compongono sono cambiati. Viviamo in una società in cui i grandi movimenti, le lotte e i problemi di rilevanza collettiva sono divenuti individuali. Un problema quale quello dell’occupazione non può essere dipinto come una problematica individuale, sappiamo benissimo che è qualcosa che riguarda una pluralità di soggetti e pertanto ha una rilevanza collettiva. Con la globalizzazione, che ha coinciso con ciò che Z. Bauman ha definito “modernità liquida”, c’è stato un nuovo modo di percepirsi parte di un tutto, anzi si è verificata una frantumazione che ha condotto l’individuo a riconoscersi come soggetto isolato ed abbandonato. Gli individui si percepiscono come singoli attori che devono far fronte a problemi individuali. Lo Stato allo stesso tempo non ha perso potere ma si è concentrato su fattori non politici, spostando la sua attenzione verso il mercato e deponendo la responsabilità di tutelare i cittadini. Se, dunque, workfare vuol dire lasciare ai cittadini potere di decidere individualmente riguardo le problematiche di loro interesse, allora possiamo considerare questo sistema davvero idoneo?

 

Per approfondire:

-Documentario Lezioni di economia: “Sviluppo e sottosviluppo”: http://www.economia.rai.it/articoli-programma/lezioni-di-economia-sviluppo-e-sottosviluppo/23400/default.aspx

– http://www.istat.it/it/archivio/povertà

-S. Spattini, Dal welfare al workfare: l’attivazione di politiche passive. ADAPT.

– T.Sullivan, Politiche sociali. Un approccio sociologico ai problemi sociali, Milano, 2014

– Y. Kazepov, D. Carbone, Che cos’è il welfare state, Carrocci Editore, Roma, 2012

 

Note

[1]Cfr. T.Sullivan, Politiche sociali. Un approccio sociologico ai problemi sociali, Milano, 2014

[2]Cfr. Y. Kazepov, D. Carbone, Che cos’è il welfare state, Carrocci Editore, Roma, 2012.

[3]Il rapporto Beveridge è un documento fondamentale del welfare state, elaborato da Lord Beveridge nel 1941, il quale presiedeva il Comitato Parlamentare britannico con il compito di riordinare il sistema previdenziale. Egli notò che la perdita di reddito era la causa della povertà. Elaborò così un Piano per la sicurezza sociale che mirava all’offrire servizi a livello universale.

[4]Esso prevede una copertura universale, basandosi su principi egualitari e finanziato tramite gettito fiscale.

[5]Prevede regole e forme di prestazioni variegate e differenziate finanziato tramite contributi fiscali.

[6]Cfr. Y. Kazepov, D. Carbone, Che cos’è il welfare state, Carrocci Editore, Roma, 2012.

[7]Per politiche schumpeteriane intendiamo il regime di workfare post-nazionale sviluppatosi con la crisi dei meccanismi classici di solidarietà sociale. Invece che puntare sulla promozione dell’occupazione, sulla pianificazione economica e sul primato di politiche sociali, fattori che fungono da molla per la coesione sociale, com’era nelle politiche keynesiane, si mira alla competitività e al primato di politiche che favoriscano lo sviluppo economico. (Cfr. G. Moini Teoria critica della partecipazione. Un approccio sociologico. 2012)

 

 

Facebook Comments

Lascia un commento