I (ri)Cicli della Politica.

Cosa abbiamo imparato sullo stato di salute della politica italiana dal raduno delle destre di domenica 8 Novembre a Bologna

salmelber

di Giovanni Ruggeri

 

La manifestazione delle destre riunite in piazza Maggiore, ben lontana dall’essere il trionfo di partecipazione[1] sbandierato da Matteo Salvini, dovrebbe però fare suonare qualche campanello d’allarme. Sia i discorsi dei tre leader (Giorgia Meloni, lo stesso Salvini e un redivivo Silvio Berlusconi) che sono intervenuti dal palco, sia il contesto nel quale si è svolto il comizio e i movimenti di reazione allo stesso, infatti, sono rivelatori di un grave stato di paralisi delle dinamiche democratiche italiane, su almeno due piani diversi. Questi due fattori di rischio per il malato Italia, pur agendo a livelli differenti e con cause e modalità varie, trovano un punto di contatto nella ormai evidente assenza di un riferimento istituzionale e partitico a sinistra.

ANTIRENZISMO IS THE NEW ANTIBERLUSCONISMO

La seconda metà del ventennio berlusconiano, a partire dai primi anni 2000, è stata caratterizzata da una progressiva perdita di mordente della sinistra italiana, evidentemente abbagliata dalle piroette e dalle boutade di un Cavaliere sempre più anziano e – forse proprio per questo – sempre più provocatorio e ingestibile. Il Partito Democratico ha perso man mano lungo la strada la capacità di agire autonomamente, limitando la propria attività politica a deboli e scomposte reazioni alle uscite quotidiane del premier, mentre le (troppo?) diverse anime che lo componevano si tenevano occupate formando correnti, combattendosi le une con le altre e sabotando i propri stessi governi.

In un punto non meglio determinato del continuum temporale 2001 – 2011, ci siamo improvvisamente resi conto che l’unico collante che teneva insieme i mattoni dell’edificio Partito Democratico era l’avere un nemico in comune. Silvio Berlusconi, l’odiatissimo, lo spauracchio, la fonte di tutti i mali, era l’unico motivo per cui le componenti del PD non divorziavano istantaneamente. La parola d’ordine era disarcionare il Cavaliere, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, compresi certi espedienti extrapolitici che alla fine si sono rivelati i più efficaci. Golia alla fine è stato abbattuto a colpi di processi. E certo, la certezza della pena è sacrosanta in uno stato di diritto; e certo, (spero) nessuno si beva la storiella delle “toghe rosse”; e certo, i reati commessi dal Presidente del Consiglio, così come quelli commessi da chiunque altro, vanno puniti. Ma il fatto che un partito di sinistra all’opposizione non sia riuscito a sconfiggere nell’arena politica e con i mezzi della politica un avversario, potente sì, ma con una carriera politica costellata da tanti scivoloni, colpi di reni, madornali errori, figuracce e attentati alle cariche e alle istituzioni statali, è una grossissima sconfitta per chiunque si consideri di sinistra, o anche solo abbia a cuore la buona salute dell’alternanza democratica in Italia.

Finalmente, dopo questi anni bui, nel 2013 la succitata alternanza torna a farsi valere e il PD ottiene la maggioranza per guidare il Paese, chiudendo la parentesi del governo tecnico Monti. Sappiamo tutti quello che succede dopo: Enrico Letta, l’ingresso un po’ a gamba tesa dell’allora sindaco fiorentino Matteo Renzi, e l’inizio della trasformazione definitiva di quello che era nato come un partito di centro-sinistra in un grande “Partito della Nazione” centrista, guidato dalla volontà dell’uomo forte di Firenze.

Le formazioni della destra nel frattempo si ritrovano un po’ allo sbando, complice anche l’inarrestabile ascesa del Movimento 5 Stelle. Alfano da una parte con l’NCD, Forza Italia priva di leader da un’altra; la Lega che cresce e cambia identità come un adolescente confuso, inventandosi una vocazione nazionale e sotterrando mentre nessuno guarda l’idea della Padania libera; il marasma dei partitucoli più o meno extra-parlamentari e più o meno legati al fascismo, come Fratelli d’Italia, fa un po’ di casino quando può.

E poi arriva domenica 8 novembre, arriva la grande manifestazione di Bologna, i famosi Centomila di Salvini che come nuovi garibaldini marciano sulla Città Rossa per rifondare il centrodestra. Meloni, Berlusconi e Salvini parlano dal palco davanti al Palazzo Comunale. Ognuno si lancia sui temi cari al proprio elettorato e sui cavalli di battaglia di sempre: la prima contro l’ideologia gender, l’Europa, i radical chic e la necessità di salvaguardare la cristianità contro la minaccia dell’invasione culturale. Il secondo presenta un abbozzato programma elettorale in sei punti; meno tasse, Stato ed Europa, più aiuto a chi ne ha bisogno (sic), più giustizia (cfr. “toghe rosse”) e più sicurezza. Il terzo riesce a mettere insieme in un quarto d’ora la lotta ai videopoker, Valentino Rossi italiano vero, lo ius soli, la necessità di eliminare i prefetti e quella di estendere il diritto di voto a 16 anni.

Ruspe per Salvini: il logo della manifestazione
Ruspe per Salvini: il logo della manifestazione

Tutti e tre i leader della wannabe nuova destra, però, hanno un punto in comune nei loro discorsi: l’attacco a Matteo Renzi e al suo governo. Non è un semplice e ragionevole attacco a un avversario politico al governo, è qualcosa di più. È l’ossessione per il nemico comune, è la volontà di scaricare su un unico parafulmine tutte le nefandezze che rendono il mondo un posto brutto, significa lavorare dentro ai ventri delle persone per indirizzarne le energie peggiori, più becere, verso un capro espiatorio. Significa anche, anzi soprattutto, trovare un obiettivo comune che tenga insieme tre formazioni politiche diverse, che fino a poco tempo fa vivevano un rapporto difficile e spesso antagonista, e che hanno numerosi punti dei rispettivi statuti e pensieri cardine in attrito insanabile tra loro. Significa cercare di ravvivare con la benzina dell’antirenzismo quello che qualche mese fa sembrava il ruggente incendio leghista, ma che adesso assomiglia sempre di più a un fiammifero nel vento[1]. Suona familiare?

Sì, perché è esattamente quello che faceva il PD quando al governo c’era Silvio Berlusconi. Se l’antiberlusconismo è stato la malta che teneva insieme i democratici, adesso sembra che l’opposizione a Renzi sia l’unico punto in comune tra i leader sul palco di Bologna. La deriva personalistica dei partiti, inaugurata in Italia dallo stesso Cavaliere, il cui esempio è stato poi seguito da Renzi e di recente dallo stesso Salvini, ha portato non solo a concepire le formazioni politiche come espressioni della persona del leader, ma anche il confronto politico come guerra al capo di turno. Non si instaura una contrapposizione sulla base dei punti di un programma, ma si sta “con qualcuno” o “contro qualcuno”, a prescindere da ciò che il capo dice o pensa di voler fare e delle sue linee guida. Quando queste esistono: perché un altro aspetto messo in luce dalla manifestazione è stato proprio l’assenza di un programma concreto tra le fila di questa destra neonata e composita.

L’ORFANITÀ POLITICA DELLA SINISTRA

Il secondo, grave ordine di problemi evidenziato domenica non si è palesato tanto in piazza Maggiore, quanto sul ponte di via Stalingrado e negli altri punti di raduno delle contro-manifestazioni, così come su Facebook e i social network. Per tutto il weekend le bacheche sono state invase da stati come “Fuori le merde leghiste da Bologna”, “Rimandiamoli a casa” e, soprattutto, “È una vergogna che il sindaco/il Questore/il PD abbiamo permesso questa manifestazione”.

Purtroppo, e lo sottolineo, la Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia sono formazioni politiche legittime, legali e presenti in Parlamento, e in quanto tali hanno tutto il diritto di chiedere alla Questura – e vedersi concedere – il permesso per manifestare in Piazza Maggiore a Bologna. Né il sindaco, né il Questore, né tantomeno il Partito Democratico avrebbero potuto o dovuto fare qualcosa al riguardo.

Avrebbero sicuramente dovuto fare qualcosa per i quattro vermi che, in piena piazza e a pochi metri dai cordoni di Polizia, mostravano il braccio destro teso e gridavano “Duce! Duce!”, invitando le persone di colore a “Tornarsene in Congo”[2]. Ma si sa che l’apologia di fascismo è un reato raramente punito in Italia.

"Sterile contrapposizione", screenshot da video, 2015. Via Fanpage.it

"Sterile contrapposizione", screenshot da video, 2015. Via Fanpage.it
“Sterile contrapposizione”, screenshot da video, 2015. Via Fanpage.it

Data per assodata la legittimità dell’evento salviniano, era comunque auspicabile che in risposta si mobilitassero delle contro-manifestazioni per contestare gli assunti della politica presentata sul palco dai tre leader. In fondo in Parlamento esistono degli schieramenti contrapposti, e i tre partiti rappresentati nel raduno appartengono senza dubbio a uno di questi.

E qui sorge il problema. Dov’è l’altro schieramento? Perché in piazza a manifestare c’erano solo i soliti “giovani dei centri sociali”, uniformemente (e illegittimamente) ammucchiati dai giornalisti in questa massa amorfa dal sapore anarco-insurrezionalista? Perché le reazioni a una manifestazione della destra nel cuore di una delle città storicamente più schierate a sinistra in Italia erano in mano alla gente comune e ai collettivi resistenti cittadini? Perché, insomma, la sinistra istituzionale italiana non era presente in piazza quella domenica, e non si è praticamente fatta vedere né sentire nemmeno nei giorni successivi?

In un mondo ideale, i partiti dovrebbero essere la culla della civiltà politica di un Paese democratico. I partiti di sinistra avrebbero quindi dovuto essere presenti per far sentire la propria voce: non per negare legittimità alla presenza della destra in piazza, ma per controbattere alle idee espresse su quel palco. L’assenza del Partito Democratico (e non solo), invece, è stata clamorosa e offensiva come la proverbiale bestemmia in una cattedrale.

I partiti di sinistra, inoltre, avrebbero dovuto essere presenti anche per guidare la contro-manifestazione, impedendo ai partecipanti di compiere due madornali errori. Il primo, già illustrato, è quello di aver confuso il dissenso sulle idee con la negazione della legittimità politica, malattia questa presente in ampi settori della popolazione di sinistra in Italia, che, sentendosi legittimata dalla tradizione della Resistenza e continuando ostinatamente a confondere tutte le destre col fascismo, è convinta di essere la sola ad avere cittadinanza politica. Ma, che piaccia o no ai ragazzi che manifestavano, un italiano e mezzo su dieci vota Matteo Salvini, e in democrazia questa cosa va tenuta in considerazione. Altrimenti si finisce come Berlusconi, a dare del coglione a chiunque non la pensi come lui[3].

Il secondo, ancora una volta, è quello di manifestare il proprio dissenso con modalità vecchie di 40 anni, non prive di una certa ingenuità buonista data dalla sensazione di avere ragione a priori, per i motivi illustrati poche righe qui sopra. Un partito serio dovrebbe essere in grado di ripensarsi criticamente col tempo per rinnovarsi nel vocabolario e negli strumenti, lasciando però intatti alcuni punti cardinali del proprio pensiero che fungono da paletti e da guida. Volendo ostinarsi a considerare il PD un partito di sinistra, quello che ha fatto è esattamente il contrario: le modalità di confronto politico e il linguaggio sono rimaste le stesse, invecchiando e diventando meno efficaci, mentre il baricentro costituito dal nucleo di convinzioni etiche, filosofiche, sociali ed economiche si è progressivamente spostato verso il centro. E se il partito di riferimento non riesce a rinnovare i proprio strumenti, come può farlo da solo il militante medio? Non possiamo stupirci se le contestazioni di piazza vengono portate avanti con gli stessi strumenti simbolici, le stesse trite formule, persino gli stessi slogan e cori che venivano utilizzati negli anni Settanta. Dobbiamo renderci conto che non è utile né efficace contrapporre a un muro di berretti col Sole delle Alpi che urlano “Andate a lavorare, zecche rosse!” una manciata di ragazzini con la keffiyah e la faccia colorata che cantano e suonano i bonghi, e aspettare finché le due schiere non si stufano di rimpallarsi coretti stantii. In questo modo non si fa altro che perpetuare degli stereotipi politici che radicalizzano il confronto a livello irrazionale, senza apportare nessuna reale utilità o scambio. La sensazione è quella che il Partito Democratico sia ormai fuori dai radar di chiunque cerchi un partito di riferimento a sinistra. Proprio in queste settimane stiamo assistendo alla nascita di una serie di formazioni politiche “a sinistra del PD”, come Possibile e Sinistra Italiana. Non ci resta che sperare, a me come a tutti quelli che ancora si riconoscono nell’universo ideologico della sinistra politica, che uno di questi diventi finalmente un partito progressista moderno e in grado di gestire le sfide di questo secolo con strumenti di questo secolo, un laboratorio di crescita politica teorica e pratica e un valido contrappeso ai particolarismi nazionalisti e xenofobi che stanno crescendo sempre di più, in Italia come in Europa.

 

Note:

[1] https://news.vice.com/it/article/lega-nord-bologna-manifestazione.

[2] http://youmedia.fanpage.it/video/aa/VkDloOSwu9G9UV7U.

[3] https://www.youtube.com/watch?v=dtdJOajB668.

[1] Vedere alla voce “sbufalare”: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=22788.

 

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