Da che parte passa l’Arte? È possibile, o giusto, razionalizzare?

di Maria Foti

Secondo Picasso l’arte è «un’opera di mediazione tra un mondo estraneo e ostile e noi».

Se magicamente, potessi far seguire a queste parole di Picasso quelle che vengono in mente a me, aggiungerei: è elaborazione dell’artista, inconscio che si materializza su tela e parla ad un altro inconscio. È un linguaggio tra anime, istintivo, silenzioso. Cercare di capirlo e definirlo, di scriverlo, non è possibile: esce fuori qualcosa che non è mai come la vedi, o meglio, la senti. Ma è veramente impossibile razionalizzare l’arte?

Nell’ebbrezza del romanticismo c’era un poeta, Schlegel[1], secondo il quale il linguaggio delle origini, il sanscrito, era espressione immediata: il linguaggio moderno invece è corrotto. La poesia, per lui, era ciò che supera questa corruzione ed esprime assoluta purezza: riesce ad attingere, per via magica e intuitiva, a una zona originaria e primitiva e ad esprimerla con un linguaggio puro, e universale. È rivelatrice di verità: non una verità dimostrabile razionalmente ma solo dalle emozioni.

Non so onestamente fino a che punto si somiglino arte e poesia, ma più ci penso e più mi sembrano simili, o almeno figlie della stessa forza. Sembra che tutte e due siano in grado di trasmettere emozioni pure; non le raccontano alla tua mente, ma a qualche parte irrazionale di te. Sono concetti che assumono forma, emozioni a forma di triangolo, di volto umano, di parole. Linguaggi primitivi, non verbali, illogici che, per capire, non serve intelligenza. Chissà se svestendo le opere d’arte, o le poesie, dagli anni, dal contesto storico, da eccessive razionalizzazioni si può riuscire ad arrivare al cuore vero, a questi concetti puri, al motivo per cui si crea un legame con chi le guarda, (che poi è individuale, ognuno vede la sua verità, e la sua esperienza).

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In effetti, Rudolf Arnheim, primo psicologo dell’arte alla Harvard University, nel suo libro L’immagine e le parole[2], dà due esempi lampanti: che vibrano verità. Ci dice che i concetti ‘puri’ trasmessi dall’arte è facile trovarli nei disegni dei bambini e nelle opere riuscite di arte moderna: semplificano i motivi per cui l’arte ha da dire qualcosa che ci riguarda. E ce lo dimostra accostando due immagini: Mere et enfant sur la plage, di Camille Canot, e Due forme di Henry Moore: figlie di contesti storici e persone diverse che trasmettono la stessa cosa. Una la veste, ci aggiunge occhi bocca naso e vestiti, imitando la realtà, l’altra brutalmente la presenta così come la sente, nelle sue forme essenziali, primitive. Eppure entrambe ti parlano della stessa cosa, e ti trasmettono gli stessi concetti.

Come arrivano a noi questi concetti? Com’è giusto che lo facciano? È giusto razionalizzare? Se razionalizziamo arriviamo anche da qualche parte ma, forse, percorrendo la strada sbagliata: non ci divertiamo, non ci emozioniamo. Tutte le cime che raggiungiamo razionalizzando un’opera d’arte lei te le rivela già senza che tu inizi il cammino: sono lì e quella è la sua missione, la sua ragion d’essere. Anche visivamente, l’opera d’arte spesso si presenta subito nella sua interezza, a differenza di un libro che si svela lentamente. Lei è li, e tutto quello che ti deve dire te lo dice nel momento in cui la vedi. Quando c’è bisogno di spiegare troppo, perché altrimenti l’emozione non si manifesta, c’è il rischio di cascare nell’equivoco dell’arte moderna – privata del senso estetico – se l’emozione non arriva, e quando anche il significato tarda ad arrivare, si tenta di rivelarlo, spiegarlo, ma quello sfugge, sparisce, si nasconde tra gli intenti dell’artista.

Cosa che mi sembra non ancora ‘culturalmente accettata’ dal visitatore del museo tipo, è che, molto semplicemente, andando in un museo, e anche passandoci ore, non è riuscito ad apprezzare ogni singolo quadro, pur essendosi fermato pensoso di fronte ad ogni pezzo. I musei sono luoghi di grandi aspettative. Ma l’arte, inesorabile, sfugge ad eccessive spiegazioni e se non scatta la scintilla, se non avviene quella magia per cui ciò che un artista ha creato abbandonandosi più o meno a un’idea segreta, profonda, primitiva, se insomma quella “opera di mediazione” a cui pensava Picasso non è avvenuta, se l’opera d’arte non ti colpisce, o meglio non dialoga con qualche parte di te, è inutile stare lì a pensare troppo, e cercare di trovare legami con qualcosa che non ci trasmette nulla.

Razionalizzare qualcosa di astratto è una grande tentazione. Forse facciamo così difficoltà a non farlo perché sentire è un ‘linguaggio’ controtendenza, una strada in disuso: siamo abituati a spiegare le cose attraverso chiari processi logici. Sentire è un movimento cui non siamo poi così tanto abituati. È difficile guardare una cosa e semplicemente capirla attraverso una parte di noi che non la comunica al cervello, senza sapere di che si tratta. Si cerca sempre di strapparla all’irrazionalità e di spiegarla su un piano logico, spesso anche a parole.

Ripenso alle similitudini tra arte e poesia, e forse la più grande di queste è che pare superfluo tentare di spiegare entrambe: è come se per capire l’amore lo si andasse a cercare sul dizionario: pure definizioni, irrimediabilmente parziali. Allo stesso modo le parafrasi sembrano un goffo tentativo di spiegare qualcosa di antico, emozioni assolute, impossibili da far rientrare nel dominio della logica: e se per capire servisse leggere, rileggere e rileggere, finché non si entra in quel mondo, non si riconoscono i termini e non si crea un rapporto con quella parola, quella virgola, e quei suoni? Non a caso gli inglesi anziché imparare a memoria dicono “by heart”, imparare col cuore, sentire. Più si sta in quel mondo più quel mondo entra dentro di te. Forse è questo il modo per capire una poesia o l’arte: conoscerla, non cercare di spiegarla, ma osservarla, e ricordarsela.

Ma è davvero inutile il tentativo di razionalizzare? O comunque in un certo modo lo facciamo anche quando pensiamo di non farlo? Non saprei. Ma so che l’arte appena la pronunci un po’ svanisce. E che forse ci sono cose che è meglio sentire, che pensare.

Note:

[1] 2. R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese, Letteratura come dialogo vol. 2, Palermo, Palumbo Editore, 2012

[2] Rudolf Arnheim, L’immagine e le parole, Milano, Mimesis Edizioni, 2009.

 

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7 pensieri riguardo “Da che parte passa l’Arte? È possibile, o giusto, razionalizzare?

  1. Ci sono due anime dell’arte – l’una retinica, l’altra cerebrale, sono categorie di Duchamp: l’una volta alla stimolazione visiva, l’altra alla stimolazione della materia grigia. Alla fin fine, la differenza risiede nelle popolazioni di neuroni eccitate ma, non conoscendone gli attracchi dei loro processi, perché dobbiamo fingere che guardare un dipinto possa più emozionante che ragionarci su? Ad esempio, la filmografia di Lynch, perderebbe parte del suo effetto se disgiunta dall’arrovellarsi sul suo ‘senso’.
    Persino Nietzsche – il Nietzsche “dionisiaco”, attaccava quel “pubblico di abbonati, pigro e affaticato, che viene a teatro con i sensi stanchi e fiacchi, per lasciarsi trasportare da qualche emozione”: il suo “spettatore estetico” non è uno spettatore che si fa masturbare passivamente la sensibilità e, d’altro canto, “àisthesis” è la percezione sia dell’intelletto sia dei sensi.
    Il Romanticismo, e poi via sino al ‘900 con Pascoli, Saba e D’Annunzio, per certi versi, hanno trasmesso un’idea ingenua di parola, come se essa, adeguatamente riscoperta o purificata, rispettivamente, potesse essere universale, adamitica – un’illusione che solo Montale ha demistificato: le parole – “riflessi in suoni di stimoli nervosi”, non squadrano, non comunicano, non aprono mondi, non sono legate alla realtà (fisica o interiore) da alcun rapporto di isomorfismo.
    Una soggettività che scampa al linguaggio è un fatto, probabilmente, ma accedervi è molto difficile: Mondrian ci provò con la sezione aurea ma gli studi su cui si basava si sono rilevati truccati; Klimt ha avuto maggior fortuna, con la sua estetica, ma non credo abbia ottenuto risultati davvero eccezionali. D’altro canto, basti pensare a Giulio Carlo Argan e altri che patirono una sindrome di Stendhal per dei falsi di Modigliani: molto dell’esperienza soggettiva, molte delle emozioni provocate dall’arte sono debitori al cosciente e ai suoi convincimenti; la neuroestetica ha ancora troppo lavoro da fare.
    Scampate, quindi, queste infatuazioni un po’ ingenue riguardo l’Arte e posto che una razionalità fatta “processi chiari e logici” non appartiene all’uomo che come ideale, a mio parere è evidente come il pensare sia una parte inscindibile dell’Arte, per conseguire un’esperienza completa.

    1. Ah, l’espressione “by heart” è del tutto analoga ad “a mente”, perché il sito della mente era localizzato nel cuore sino al 1600 (si pensi alle tesi esposte da Simplicio – espressione del pensiero dominante in “Dialogo sopra i massimi sistemi” di Galileo Galilei), sulla scorta dell’anatomia di Aristotele e Galeno. Tale espressione, probabilmente coniata in quel periodo secondo la ricostruzione di Andrea Moro, indica che si ritenesse che il centro del pensiero fosse il cuore, non che il ragionamento fosse “fuori dal giro” dell’esperienza poetica. La contrapposizione tra “cuore” e “cervello”, o comunque tra emozioni e pensiero è suggestiva, ma non credo sia dimostrabile, tanto meno dimostrata.

    2. Non sono d’accordo. Non completamente perlomeno.
      Ciò a cui ti riferisci è la parte “clinica” e analizzabile di un’opera d’arte. Ovviamente se parliamo della Monna Lisa c’è da dire che si tratti di una donna e dirlo non toglie assolutamente nulla all’opera in sé poiché non è una spiegazione del senso. Se il senso è piegato, riverso su se stesso, questo vuol dire che dietro la creazione, l’atto originante dell’arte, c’è un pensiero, e bada bene: questo pensiero può tranquillamente essere illogico. Se questo pensiero si dà quindi come illogico (poniamo questo caso) qualunque spiegazione del senso ripiegato è non solo inutile ma anche ridicola. La psicologia, se e quando tenta di spiegare il sociale (anche un sentire sociale da parte di fruitori di un’opera d’arte) fallisce miseramente e questo non lo dico io ma Durkheim. Quel che Foti intendeva dire è, se non mi è sfuggito nulla, che la didascalia serve a ben poco. Possiamo dire tutto di un’opera d’arte ma così facendo le toglieremo inevitabilmente qualcosa. D’altronde la trasformeremmo nel parresiasta pericoloso, portatore di un senso talmente “altro” e talmente indecidibile da essere contrario a tutti e tre i princìpi logici aristotelici, anche contemporaneamente. Accertato ciò, dobbiamo far decadere la polemica Galileiana coi neo-aristotelici poiché quella è una discussione sul dogma e sulla δοξα che qui entrano solo in punta di piedi. Un’opera d’arte è ciò che io vedo, o percepisco, e nessun altro. Definirla è meschino perché si tenta di appropriarsi alchemicamente di un residuo che non è per l’uomo (e con questo non si vuole formulare l’ipotesi “divina”). Il bisogno di spiegare ogni cosa è connaturato all’essere umano ma questo non vuol dire che anche il frutto del delirio debba necessariamente avere una sua spiegazione. Interpretazione sì ma niente altro di più o di meno. La parola, infine, è la sola portatrice della memoria linguistica. Dentro di essa si nasconde certamente l’Adamo, anche se inarrivabile, e l’arte non può essere da meno poiché è anch’essa stessa linguaggio. Parlava bene Montale e mentre diceva ciò si affidava al linguaggio della musica, ancora più impalpabile e pericoloso, ancora più profondo e inspiegabile. Se poniamo il “pensare” come “riflessione” allora posso anche seguire il tuo ragionamento ma se “pensare” è stimolo nervoso, impulso elettrico incontrollato, allora no, l’arte mantiene significato solo all’impatto. Esattamente come una nota musicale.

      1. Già, la Monnalisa. Io credo che l’esperienza fatta da Freud (e tutti gli altri) nell’arrovellarsi sul suo significato – benché a vuoto, abbia un grande valore, sicuramente non inferiore a quella vissuta da qualche gregge qualsiasi in pellegrinaggio al Louvre.
        “Logico”, “illogico”, che differenza fa?
        L’esperienza delle opere d’arte è ipocrisia, soprattutto; poi, viene il piacere – retinico e mentale (cerebrale, in ultima istanza).
        L’atto del guardare (cioè, del ricostruire visivamente) tiranneggia su un’opera ben più dell’intelletto, quindi perché farsi scrupoli da parricidi pentiti?
        Se uno aderisce a una visione materialistica del pensiero dovrebbe farlo anche per i sensi, no?

        1. Sì. Dire però che sia la via “giusta” o quella “matura” in constrapposizione ad una che si vorrebbe definire “ingenua” è un po’ troppo.

          1. La prospettiva che chiamo ingenua non è quella circa la natura metafisica della soggettività, bensì quella che rasoia tout-court il piacere mentale legato alla fruizione di un’opera d’arte. “Ragionare” e “sentire”, sono funzioni che costruiscono sempre una rappresentazione e che possono elicitare emozioni, entrambe. Trasmettere è sempre tradire.

  2. Concludo la vostra bella discussione con un’osservazione per spiegarmi meglio. Per me l’arte è simbolica: comunica attraverso simboli che sono in grado di toccare tasti del nostro inconscio. Quando dico che va ‘sentita’ non intendo farsi passivamente travolgere dalle emozioni, è che quel simbolo, e quell’idea viaggia in silenzio dentro di noi senza bisogno di accorgersene e osservarne il percorso. E da qualche parte arriva, ci arriva in qualche modo. Non lo razionalizziamo ma ci parla comunque.

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