Libertà, fratellanza e uguaglianza?

di Michele Cavejari

Con tutta probabilità, dovremmo rispolverare l’accorata esortazione che Bradbury consegnava alla storia con il romanzo Fahrenheit 451: ricostruiamoci principiando dal fabbricare specchi, affinché l’uomo intenda ciò che gli capita guardandovi all’interno, a lungo[1]. In essi, non reperirà forse la risposta ai suoi problemi, ma certo ne incontrerà l’imago, la causa, la fonte. E sarà già qualcosa.

In altri termini, colta l’antifona, lasciamo da parte le fiacche giustificazioni, la farsa con cui ci autoconclamiamo esportatori di libertà e democrazia nel mondo, dacché l’occidente è un antonomastico guerrafondaio: popolo ostile che da secoli mina ogni concreta, reale possibilità di convivenza pacifica con l’alterità. Stendiamo insomma un velo pietoso sull’arrogante supponenza con cui, davanti alla tragicità ingiustificabile di ogni attentato terroristico, ci definiamo vittime innocenti, popolo martire.

Paghiamo lo scotto di una disgraziata politica estera? Non esattamente. L’orrendo, inumano gesto del jihadista altro non è che il prezzo pagato da un mondo altrettanto orrendo e inumano che ruota attorno al petrolio e noi con esso, placidamente.

Siamo allora innocenti vittime di un complotto plutocratico? Affatto. Solo perché l’uomo medio non si trova fisicamente a bordo dei caccia che da anni bombardano certi territori strategici, o non ne percepisce direttamente l’introito monetario, questo non significa che ciò avvenga indipendentemente dalla sua volontà. Il vero etico, aggiungo parafrasando lo scrittore Mauro Corona, muore di fame[2]. Ed a rigore, il vero pacifista può certo vestire i gadget “Je suis Paris”, ma poi non si reca al supermercato, non usa la macchina, non prende nulla che derivi dal petrolio diluito col sangue dei civili. Guerra preventiva, infatti, altro non è che l’eufemismo ingeneroso dietro cui nascondere la corsa al monopolio dei pozzi.

Allora non raccontiamoci favole, non prendiamoci in giro. Chi è radicalmente, costitutivamente, degnamente etico? L’autentico altermondista, all’indomani degli attentati, avrebbe dovuto fermarsi eccome a riflettere sul proprio stile di vita, sulle conseguenze del proprio agire, delle proprie pretese.

E invece, alcuni, per convenienza, hanno guardato solo al massimo beneficio che potevano trarre da quanto era successo; mentre la massa, dominio che ovviamente mi include, sebbene mal tollerando l’irruzione del dolore e della morte nel suo quotidiano, è rimasta devota alla performance, collassata entro il suo micro-orizzonte, ossequiosa al proprio mestiere di fedele consumatrice, con la ligia ottusità di chi sposa un mantra religioso, ancor più convinta di prima sulla giustezza del proprio “fare” dacché coagulata in fronte unico, sotto assedio.

Perciò no, probabilmente non si esagera a dire che in fin dei conti siamo gli ingenui (il che non vale come giustificazione) mandanti dei nostri aguzzini… e di rimando, assidui istigatori alla violenza. Per anni abbiamo rubato nelle tasche di quegli uomini e quelle donne che oggi ci odiano follemente. Poi, non appena ripagati con la stessa moneta, ovvero all’atto di vedere sparso a casa nostra parte del sangue che indirettamente abbiamo sparso a casa loro, eccoci di colpo martiri, pacifisti indignati e dispensatori di aforismi gandhiani.

Fuori da ogni equivoco, sia chiaro che chi scrive il presente pezzo è il primo ad essere enormemente incoerente. Nei fatti, usa l’auto tutti i giorni, bruciando litri e litri di benzina. Denuncia la xenofobia, e nella pratica non muove un dito per agevolare l’integrazione di alcuno… scrive un pezzo di denuncia allo sfruttamento, e lo fa usando un dispositivo digitale che funziona a coltan. Dov’è il pacifismo radicale in tutto questo? Per coerenza, non avrebbe nemmeno dovuto iniziare a scrivere.

Un solo antidoto esiste alla guerra, la fermezza dei “no” al fanatismo del profitto. Ipso facto, per riprendere la provocazione di Corona, la fenomenologia dell’etico quale morto di fame. Morire di fame perché, con tutta evidenza, non è possibile scendere impunemente dalla giostra: rifiutato questo stile di vita, non si dispone di alcuna alternativa liberamente declinabile per campare altrimenti. Chi non è con l’espansione dei mercati è contro l’occidente. Eccolo, il nostro tacito estremismo dal volto bonario, la religione economica che tollera gli infedeli al consumo tanto quanto l’omonimo islamico si dimostra clemente verso quelli ad Allah.

E allora, siamo davvero meglio Noi, rispetto a Loro? Chi è d’altra parte il terrorista, s’interrogava lucido e provocatorio Terzani[3] nel 2001: l’islamico imbottito di esplosivo o l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con la borsa rigonfia di piani per la costruzione di fabbriche chimiche; le quali, a ragione dell’insita pericolosità, non potrebbero mai essere costruite in un paese del Primo? Il terrorista è l’invasato di religione oppure il fanatico del profitto che disloca decine di migliaia di persone dai rispettivi territori, per costruire dighe, deviare fiumi, deforestare aree immense, alterare ecosistemi e inquinare, criptare ogni fonte di sostentamento?

Cosa vuol dire terrorista? Ammazzare in via perentoria con un kalashnikov, o dilazionata, imponendo “fuori porta” delle monocolture che suppliscano ai bisogni dell’occidente e, – riprendendo le parole di Terzani[4] – che trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica e radioline, poi li abbandona a sé stessi, quando d’improvviso è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove? Il terrorista è colui che uccide mediante un proiettile o colui che stermina interi popoli, portandoli a morire di fame?

«Il terrore vuole snaturarci. Ma noi non ci piegheremo. Non ci faremo rubare il nostro modello di vita e il nostro futuro».

Le parole di Mattarella, e con lui Renzi e Hollande, traducono l’incrollabile certezza di un Occidente già postumo, esausto perché totalmente incapace di interrogarsi e riflettere criticamente su quanto fa, ha fatto e farà. Un Occidente che non perderà tempo a interrogarsi sulla giustezza del proprio agire, per non tradire “segni di debolezza”. Il prototipo del terrorista, l’assoluto anatema, resterà l’islamista fanatico, ovvero colui che bestemmiando Allah e il Corano ucciderà sé stesso e migliaia di persone.


Ora, una meditata elaborazione del terrorismo, non significa attenuare quanto accaduto in Francia. Al contrario, una profonda interrogazione sul carattere prototipico del fanatico serve a respingerne il delirio, isolarne il messaggio, scongiurarne la profusione virale e l’attecchire nell’entourage di riferimento. Le frontiere, infatti, si possono anche chiudere domani, ma nella sostanza non risolveremmo nulla. Se a queste pseudo-manovre paventate da certi maldestri decisori politici, vi si aggiunge oltretutto l’imprudenza di altrettanto maldestri giornalisti, allora davvero diveniamo noi gli istigatori. Le barriere alimentano l’odio. Per contro, l’educazione alla diversità, il rispetto reciproco, isolano il fanatico, adducono moderazione, prevengono all’origine l’estremismo… che difficilmente giunge da clandestino, a bordo dei barconi. Semmai, attecchisce come specie autoctona nei campi seminati a zizzania.

Non esiste ideale che giustifichi la violenza, questo dev’essere un punto fermo. Ma è altrettanto vero che la macchina dell’odio non si ferma con la guerra, colpendo i civili insieme al nemico. Altrimenti, dalle macerie dei vinti, la minaccia risorgerà ogni volta più forte, e coverà sotto braci quiete una vendetta sempre più audace, senza scrupoli.

Perciò, perché non tradurre l’espressione più alta e nobile della politica democratica nel superamento della vendetta, ponendo con ciò il primo passo verso la civiltà mediante un’interrogazione critica su quanto facciamo, abbiamo storicamente fatto e intendiamo prospetticamente fare?

E invece niente. Come scriveva Giono con dolorosa, lucida partecipazione nel suo Lettera ai contadini sulla povertà e la pace, non ci si può proprio permettere che le mani dei soldati restino vuote. Date loro un fucile, una bomba, affinché non gli capiti di pensare che, sul campo di battaglia, faccia a faccia col nemico, guardandosi i palmi anneriti, e poi negli occhi, possano credere di potersi avvicinare, tendere la propria estremità, e stringere quella dirimpetto[5].

I pacifisti indignati di queste settimane, unitamente ai guerrafondai di destra, sono concordi nel dipingere i jihadisti come barbari senza cultura imbottiti di anfetamine: drogati senza civiltà. Anzi, a dipingerli, come in una vignetta in loop recentemente passata in rete, quali sagome armate, anonime, prodotte in serie su una catena di montaggio, a cui viene tolto il cervello per riempirne la cavità di sterco.

Questa è una menzogna vigliacca ed etnocentrica, una consolante bugia che ci raccontiamo pur di non accettare la macabra realtà della violenza come prodotto culturale. Il jihadista non è un deficiente manipolabile più di quanto non lo siamo tutti noi. Sfortunatamente, semmai, a dispetto nostro, lui è ancora un idealista inamovibile. La sua condizione umana, come faceva notare Domenico Quirico in una delle rare analisi di spessore passate sui media in queste settimane[6], vanta una fenomenologia dell’esperienza totalmente inattingibile per il consumatore medio. A un Occidente puerilizzato, tenuto al riparo dal dolore e dalla morte, blindato dalla finanza, privo di dio e di ogni credo sino a liquidare nella superfluità qualsivoglia ideale, giocoforza risulta incomprensibile «il dio immanente di cui il jihadista si crede l’incarnazione, la realizzazione pratica»[7].

Il terrorismo islamico rientra in un processo storico-economico di matrice culturale che davvero non si può intendere se ridotto a primitivismo barbarico, né tanto meno risolvere qualora fronteggiato con altrettanto odio, bombardando alla cieca. Solamente operando sugli assunti che lo hanno scatenato, possiamo arginarlo e respingerlo, dall’interno.

Rivedere i nostri stili di vita. L’atto di pace è questo.

I grandi statisti, al contrario, non hanno dubbi: il terrorismo non ci cambierà. Dente per dente, li distruggeremo. Non cederemo, non metteremo in discussione nulla di quanto fatto. Nessuna domanda, nessun dubbio, nessun cedimento, nessuna debolezza. Nessuno specchio, in cui guardare, lungamente.

L’Occidente, con ciò, perde la sola occasione di superare il fondamentalismo.

Sceglie di sprofondare con esso, sino ad amalgamarsi in esso.

L’odio fanatico ha già vinto la battaglia, comunque sia.

Note:

[1]«Vieni ora. Per prima cosa provvederemo alla costruzione di una fabbrica di specchi, perché dovremo produrre soltanto specchi per almeno un anno, tutti specchi, dove ci converrà guardare, lungamente.» R. Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori, Milano (2010), p.194

[2]Cfr. intervista https://youtu.be/u10IHSyUoSg (minuto 06:40)

[3]Cfr. “Tiziano Terzani risponde a Oriana Fallaci”, disponibile al link: http://www.kelebekler.com/occ/terzani.htm.

[4]Ibidem.

[5]«Se voi foste lì a mani vuote, se l’altro laggiù che via affronta restasse a mani vuote, magari sareste tentati di usare quelle mani per manifestare il piacere che in fin dei conti provate nel fare conoscenza, e stringervele.» (Cfr. J. Giono, Lettera ai contadini sulla povertà e la pace, Ponte alle Grazie, Milano (2005), p.105)

[6]Puntata di “Otto e mezzo”, andata in onda su La7 il 20 Novembre 2015.

[7]Ibidem.

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Un pensiero riguardo “Libertà, fratellanza e uguaglianza?

  1. I consumatori (e i cittadini) medi sono responsabili delle ruberie perpetrate ai danni del resto del mondo tanto quanto un ricettatore che sia costretto all’acquisto della refurtiva a posteriori, senza indicazioni sulla sua provenienza. Non ammettere che la nostra responsabilità è molto bassa, equivale a istituire un altro peccato originale.
    Ad ogni modo, chiunque sia l’artefice o il mandante di questo furto, non è detto che esso sia la causa di quest’irruzione della morte nel quotidiano; non assistiamo a una guerriglia generalizzata, cui prendono parte i cani randagi costretti a pagare lo scotto della nostra “civiltà”, che le frustrazioni e le umiliazioni trasformano in “cani rabbiosi”, bensì ad assalti pianificati e finanziati, da parte di vertici, che dal c.d. Occidente non hanno ricevuto che benefici.
    Un autentico altermondista, che diserta il supermercato, non acquista dispositivi fabbricati con coltan, non usa l’automobile e si impegna per aiutare l’integrazione è una potenziale vittima di un attentato alla stregua dell'”uomo d’affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con la borsa rigonfia di piani per la costruzione di fabbriche chimiche”. La violenza non è tutta uguale: Getano Bresci non è Bava Beccaris, Bataclan non è un Palazzo e chi ha scritto quest’articolo non è un monarcomaco – quindi il terrorismo con l’idealismo ha poco a che fare.
    Una riflessione sullo stile di vita adottato in Occidente è doverosa, semplicemente perché è insostenibile, non c’è bisogno di addossarsi colpe non proprie per farlo.

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