Nunc et in hora mortis nostrae amen – Il Gattopardo e i gattopardini

di Simone Palmieri

Appartengo ad una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due.”[1]

Noi siamo così e non vogliamo cambiare. Ce l’hanno dimostrato i tanti Carminati e Casamonica di questo Paese: abbiamo l’attitudine al paradigma! Quello che Brancati individuò nella continuità di uomini dal regime fascista alla democrazia cristiana; lo stesso che dalle contestazioni studentesche del ’68 ci ha portato agli anni di piombo, alla strage di Bologna, a Tangentopoli, fino allo scandalo P2.

Noi siamo così: non ci siamo evoluti, ci siamo adeguati. Abbiamo cambiato lo stile, ci siamo aggiornati, abbiamo fatto la muta, ma, in sostanza, siamo rimasti un popolo divertito dallo scandalo delle logiche di potere; potere massmediatico e politico che solo vent’anni fa si era concentrato nelle mani di una sola persona, a capo di tre reti televisive, due case editrici, due quotidiani e molte altre imprese nel settore cinematografico. Potere che oggi rivela non poche ambiguità da parte di una buona frangia del PD coinvolta nelle ultime indagini di Mafia Capitale. Roma come Palermo, come Milano e come Napoli: cambia la location, non il copione!

E noi? Ci siamo assuefatti all’impotenza civile, al gusto del pettegolezzo, come se in realtà non fosse cambiato nulla. Prima era la parata del re, ora il grande ballo delle piccole iene.

Come aveva anticipato qualcuno :«…quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti»[2], ma a parte il tramonto dell’aristocrazia, a quasi sessant’anni dal successo editoriale del “Gattopardo”, nulla sembra essere veramente cambiato. La nobiltà di palazzo esiste ancora; ha smacchiato la giubba, rinnovato il suo guardaroba, un po’ come il frac di Don Calogero ma taglia slim fit, più aderente. Di fatto, il nuovo che avanza ha il volto del vecchio: indossa “D.C.”, twitta e usa facebook. Anche le gaffe sono rimaste le stesse: un discorso imbarazzante davanti al Parlamento Europeo, può essere inopportuno tanto quanto un selfie durante un incontro bilaterale a Strasburgo. Poi, come sempre, ad applaudire o a dissentire c’è la corte degli intellettuali che intavola dibattiti nei blog, tra le colonne dei giornali, in diretta nei talk show oppure online su Youtube, generando solo confusione.

Insomma, (ri)leggere il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un po’ come osservare il cielo da sott’acqua: il movimento è apparente, perché sopra di noi tutto è immobile. Questa è la descrizione che si dà della società italiana tra il 1860 e il 1910: risorgimentale ma estremamente statica nella sua perenne trasformazione, nata già stanca, decadente. Qualsiasi tentativo di riconfigurazione economico-politica, appare inutile, tardivo, così come l’imposizione di un ordinamento più “democratico”, che in realtà non tiene conto dell’eroica resistenza delle minoranze. La voce di Don Ciccio Tumeo, l’umile organista di Donnafugata, è un timido sbadiglio di nobiltà, davanti al quale Don Fabrizio rimane quasi incantato: «Io, Eccellenza avevo votato “no”. No cento volte. […] Ero un fedele suddito, sono diventato “un borbonico schifoso” Ora tutti savoiardi, ma i savoiardi me li mangio con il caffè, io.»[3]

Pubblicato postumo grazie a Feltrinelli, il “Gattopardo” spaccò in due la critica, tra coloro che lo consideravano un capolavoro e quelli che lo giudicarono un frutto marcio, un fiore appassito nel panorama letterario neorealista. Proprio nel momento in cui l’Italia aveva bisogno di speranze, la sua pubblicazione   ha un po’ invertito la corrente, narrando la morte di vecchie alleanze e l’inizio di nuove ambiguità. Da una parte la nobiltà decadente, dall’altra la borghesia rampante, in mezzo un matrimonio al sapore di compromesso economico-sociale. Mutatis mutandis, se si considerano le governships di ieri e di oggi: dal primo Governo Amato alla santa alleanza antiberlusconiana del secondo Governo Prodi.

Eppure, ciò che rende il “Gattopardo” un romanzo estremamente difficile da definire è la strana prospettiva che assume nei riguardi di un personaggio anonimo, silenzioso, i cui caratteri traspaiono in maniera marginale nel corso del dialogo tra il Principe di Salina e il Cavalier Chevalley, nella stanza dei trofei. L’atmosfera è cupa e la descrizione data da Don Fabrizio è imbarazzante, perché, letta con lo sguardo di chi vive centocinquantacinque anni dopo, lascia intravedere un alone di profezia. Possibile che Giuseppe Tomasi abbia letto così a fondo nell’indole italiana?

«Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare[…]»[4], ma sappiamo benissimo a chi si rivolge il protagonista dietro la sinèddoche del popolo siciliano: a noi.

La nostra narcolessia dura da più di trent’anni! Non esistono rivolte, colpi di Stato, tragedie civili in grado di scuoterci dallo stato di dormiveglia operato dal Potere. Non bastano i morti delle stragi politiche, il crollo dell’Aquila, i fatti del G8, le speculazioni sulla TAV… ora vogliamo dormire. Abbiamo venduto la nostra capacità critica, l’iniziativa sociale, la solidarietà civile, l’attivismo e l’ interesse culturale in cambio di un benessere futile ma appagante. La comodità: è questa la parola chiave del Nuovo Millennio. Perché faticare, se possiamo avere quello che ci piace a piccole rate? L’ importante è starsene comodi e non avere alcun dubbio; accettare qualsiasi cosa che ci venga presentata, senza aspirare al cambiamento. È proprio questa la condizione che ci ha reso malleabili, inclini al predominio di chi ha tentato di traghettare l’Italia nel flusso della storia universale: «[…] chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero»[5]. In cambio del nostro torpore, i gattopardini ci hanno cantato la favola del consumismo, manipolando la nostra coscienza. Senza scomodare Pasolini, possiamo tranquillamente sederci e osservare la realtà che ci circonda.

L’entropia borghese si è finalmente compiuta: sotto il segno della mercificazione non esiste più alcuna differenza culturale. Scordiamoci le lotte operaie e la rivendicazione della classe dirigente (se ancora esiste una classe proletaria e una borghese); oggi, l’identità sociale viene definita non solo dal volume della spesa ma anche dalla capacità di seguire il trend del mercato. Ci si distingue tra quelli che possono permettersi il nuovo smartphone a piccole rate mensili e quelli che sono alla ricerca di un nuovo pc. A livello generale, tutti siamo ossessionati dall’acquisto di oggetti che possano garantirci una visibilità (virtuale), perché come afferma il Principe di Salina: «la loro vanità è più forte della loro miseria». La spinta al consumo compulsivo ci ha resi ciechi, schiavi di nuovi feticci da esibire per sentirsi sempre “aggiornati”. Poco importa se siamo in preda a contraddizioni sociali feroci: orgogliosi di vivere in un Paese universalmente conosciuto per la grande ricchezza culturale dove: «l’80% dei cittadini non mette mai piede a teatro o non entra mai in un museo»[6].

Ci sentiamo perfetti ma più del 40%[7] della popolazione giovanile è disoccupata. Vantiamo il primato dell’istruzione delle materie umanistiche ma considerando il tasso di abbandono scolastico e di analfabetismo funzionale, c’è poco di cui gloriarsi. Inoltre ancora oggi il Paese viene considerato come se fosse tagliato a metà: stando ai dati Svimez 2015, il Sud detiene il record di povertà, dove: «il 62% dei cittadini che guadagna al massimo il 40% del reddito medio»[8]. Certo, del Mezzogiorno si vantano le bellezze paesaggistiche, che fanno da motore all’industria turistica locale ma non vi si investe! Per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%); i consumi delle famiglie sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria addirittura del 59%.

Verrebbe da chiedersi a cosa sia servita l’unificazione se, a dirla con Montanelli, ci sentiamo “Fratelli” solo per onorare una squadra sportiva.

A far da cornice a questo quadro di elementi così poco rassicuranti, interviene l’osservazione del Principe di Salina, quando parla di una “compiaciuta attesa del nulla”: l’abbandono ad un pessimismo storico che il cavalier Chevalley, da buon funzionario sabaudo, non può afferrare. In effetti non si riesce a comprendere il concetto, se non si fa riferimento al nichilismo insito nell’indole italiana: a quella tendenza ad azzerare l’esame di coscienza, nella convinzione dell’immutabilità delle nostre condizioni. “Tutto cambia, per non cambiare mai”, questo è il mantra ci siamo tramandati per decenni, quasi soddisfatti per la staticità dei paradigmi. Il nulla simboleggia proprio questo: un indomabile desiderio d’oblio che sottende il vittimismo senza speranza; il ribaltamento di ogni prospettiva di riscatto, dietro la reiterazione ciclica del male. E questa concezione ci spinge ad accettare ogni evento, anche il più subdolo, pur di rimanere assopiti.

La nostra attitudine al paradigma è uno scudo dietro cui difendiamo un raziocinio mancante, esausto, spento proprio da chi prometteva già dal Risorgimento di ravvivarlo e migliorarlo per mezzo del progresso politico e civile. Un popolo stanco, privo di ragione, è un popolo privo di forze, più facile da raggirare e comprare, magari con un guanciale più morbido (che siano ottanta euro o cento euro in più). Ma quanto potrebbe durare questo stato di letargia?

Fa rabbrividire una delle ultime frasi della IV parte: «Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli»[9]. Giuseppe Tomasi di Lampedusa ultimò il “Gattopardo” nel 1956, da allora tutto è rimasto così, perché tutto è cambiato.

Note:

[1] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli Editore, 1969, rist. 2013, p. 181

[2] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli Editore, 1969, rist. 2013, p. 185

[3] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli Editore, 1969, rist. 2013, p. 122

[4] Ivi, p.178

[5] Ivi, p. 183

[6]   Benedettini Anna, Gli italiani si astengono dalla cultura, Roma, La Repubblica, 1976, art. 8 luglio 2015, consultabile http://www.repubblica.it/cultura/2015/07/08/news/federculture-118629557/?rss

[7]   F.Q, Disoccupazione giovanile, Ocse: “In Italia è a livelli inquietanti. E troppi Neet, Roma, Il Fatto quotidiano, 2009, art. 9 luglio 2015, consultabile http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/09/disoccupazione-giovanile-ocse-in-italia-e-a-livelli-inquietanti-e-troppi-neet/1858688/

[8]H.P, Rapporto Svimez 2015: sempre più divario fra sud e nord, art. 27 ottobre 2015, consultabile http://www.huffingtonpost.it/2015/10/27/rapporto-svimez-sud-2015_n_8397078.html

[9]   Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli Editore, 1969, rist. 2013, p. 185

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