Prometeo e Asia: dell’ispirazione o della ricerca del non rintracciabile.

di Claudio Caramadre

Aristotele può essere considerato, alla luce di quanto detto in precedenza, il Prometeo della civiltà occidentale. Il suo dono è la logica, intesa come ancora noi oggi la intendiamo, col suo elenco di rigide e de-finite leggi. Il principio di non contraddizione, ad esempio, è lo spartiacque divisore dell’in-de-finito dal de-finito e viceversa. Prima di esso certamente non si può dire che non esistesse la logica, né che la sua influenza fosse meno incisiva che nel post-Aristotele, tuttavia tale principio segnava una svolta destinata a perdurare nei secoli, un monumento al pensiero umano e uno spettro (Revenant) col quale fare i conti. Secondo tale principio infatti, non v’è nulla che possa essere e al tempo stesso non essere. In altre parole non si può dire qualcosa che è e al tempo stesso non è, in una continua affermazione e negazione contemporanea e complementare di un ente o di un’idea. Da allontanare immediatamente è l’infrastruttura delle categorie da questo argomento: non si tratta infatti di dire “ciò che qualcosa è” e “ciò che qualcosa non è”, semplicemente la questione riguarda l’esistenza stessa non solo di un oggetto ma anche (e di più) di un concetto o di un ragionamento. Cos’è poi un ragionamento se non un intersecarsi e un susseguirsi di tasselli “coerenti”, i quali producono un pensiero non discordante con se stesso, in virtù del quale esso è accettato e recepito come plausibile e, dunque, logico? Il principio di non contraddizione separa il “fuori” dal “dentro” e pone delle regole di attraversamento dall’uno all’altro ben precise. Rende interno all’insieme della possibilità, in una cornice coerente, tutto ciò che non si contraddice e rende esterno quel che appunto “esula”[1] e non rispetta la non-contraddizione. Questa è una delle ragioni per le quali in Occidente i discorsi venivano e vengono tutt’ora giudicati a seconda della loro logicità. Più un λογος è coerente, più è apprezzato e incline ad essere accolto anche se resta sempre il dubbio, ben fondato, che non tutto il “matematicamente esatto e calcolato” sia “vero”; questo, a dirla tutta, aprirebbe la strada ad una disquisizione talmente ampia da investire tutti gli aspetti ideologici e pratici dell’umana natura, cosa che non possiamo permetterci in questa sede. Possiamo tuttavia prendere in esame questa logicità e tentare di scoprire fino a che punto sia auspicabile o preferibile a danno dell’illogico: possiamo cioè criticare la logica solamente facendo un’attenta riflessione su ciò che essa chiude fuori di sé. Non solo v’è qui una privazione ma dovremmo dire, appoggiandoci a Derrida, che qui avviene una divisione, una separazione tra il luogo dell’indicibile e il luogo del de-finibile. Questa divisione è comune ad ogni libro e specialmente al Libro per eccellenza dell’Occidente: la Bibbia. In essa infatti, il gioco fra la parola divina di Dio e l’interpretazione umana di Mosè è palese e non è la prima, od originaria che dir si voglia, divisione. Dio, ci dice Derrida, è diviso e separato in se stesso nel momento in cui decide di parlare allo scopo di farsi intendere da Mosè. In quel preciso istante, tutto intenzionale, la divisione è già avvenuta e il testo sacro (le Leggi) è un’interpretazione nella misura in cui c’è da rendere (o tradurre) un logos divino e chiaramente incomprensibile dall’uomo in un linguaggio spiccatamente umano. La “scrittura”, scrittura sacra, scrittura per gli eletti, fissata nel tempo e proveniente dall’atemporale è per forza di cose “poetica” poiché generata[2]. La sua generazione implica già la discesa da qualcosa, in questo caso Dio. La privazione di cui parliamo è, riferendoci al “logos” come discorso, una poesia; eppure non tutta la poesia si crea attraverso questo processo discendente perciò dovremo distinguere due poesie: quella discesa nel poeta e quella mimata tramite la tecnica poetica[3]. Di primo acchito dobbiamo notare che la poesia è quanto di più illogico possa prodursi, poiché pone se stessa al di fuori della logica e non lo fa sia per sua natura che per scelta (implicando quindi un’ulteriore separazione). La poesia (ποιεσις) è sostanza ambigua; ingenerata e generatrice di se stessa, già per sua stessa natura si situa al limite del principio di non contraddizione e potrebbe scegliere di uscirne nel momento in cui si lasci manipolare dall’ispirazione, quasi estatica, alla quale il suo creatore potrebbe tranquillamente lasciarsi andare. Se il creatore, poeta, facesse ciò, verrebbe certamente etichettato come φαρμακευς, un ciarlatano propinatore di sapere “altro”, differente dalla conformità e totalmente illogico, poggiante su basi che nemmeno il poeta sarebbe in grado di illustrare a chi chiedesse una spiegazione della creazione. Il problema che si viene delineando è quello della possibilità d’esistenza di un tale individuo le cui creazioni non possono essere comprese né tradotte in una lingua logica comprensibile da tutti. Il poeta deve, a causa di ciò, servirsi dell’ispirazione per muovere la mano che traccia un segno ma al tempo stesso incanalare e tramutare (quasi alchemicamente) la sua stra-vaganza in un segno accettabile dall’intelletto di un altro essere umano. Non è certo la regola ma sicuramente, nel corso dei secoli, è stata la prassi.

L’opinione di Gustave Flaubert: “La poesia è una scienza esatta, come la geometria” non potrebbe trovarci più in disaccordo nonostante sia chiaro, detto fra noi, che la poesia come tecnica ha il suo valore e una sua propria ragion d’essere. Se fossero il calcolo ed il ragionamento, in meccanica simbiosi, ad esserne i veri genitori (e non quelli “adottivi”) non avremmo poesia ma la stessa bellezza che può essere trovata in una formula matematica che disvela quel che prima ci era oscuro. La poesia non può essere ragionevole, chi ne era perfettamente consapevole era Leopardi, il quale in proposito scrisse:

Una poesia ragionevole è lo stesso che dire una bestia ragionevole.

Al fine di afferrare in modo completo il significato di quanto detto sarà bene fare un esempio in cui riconoscere quanto appena detto, per lanciarci poi alla scoperta di quell’illogicità genuina e sincera partorita in Asia e in particolare in Cina. L’esempio scelto è l’incipit di una ben nota poesia di Paul Verlaine (Chanson d’Automne) nella quale le tesi avanzate finora risuonano con fragore e danno la possibilità di avventurarsi oltre, sia grazie alla composizione stessa che al tema, per non citare la musicalità: vera valvola di sfogo dell’illogica ispirazione poetica.

I singhiozzi lunghi

dei violini

d’autunno

mi feriscono il cuore

con languore

monotono.

Verlaine non era certo il poeta che scriveva meccanicamente, o con calcolo, una poesia; piuttosto cercava in ogni modo di lasciarsi ispirare, concesso che alcune volte ricercasse ossessivamente quell’ispirazione attraverso altri “mezzi”. Nell’incipit appena citato si scorge chiaramente ciò cui accennavamo: la poesia non può essere costruita, o meglio non può essere solamente costruita. Non è l’insieme di ruote meccaniche a donare il moto perpetuo quanto piuttosto il tocco iniziale: l’ispirazione appunto. Eppure, se fosse illogica, dovrebbe riservarsi di esulare davvero dalla logica e di conseguenza dalla grammatica. Invece la grammatica (o la grammatologia) è presente, anche se ingannata. Abbiamo un chiaro soggetto (i singhiozzi), un loro attributo (lunghi), un complemento di specificazione (dei violini) che fa decadere “l’in-de-finizione”, un predicato che rende ben nota l’azione (mi feriscono il cuore), abbiamo il mezzo (con languore) e infine un altro attributo (monotono). Resta un senso inafferrabile, oscuro e impalpabile. Non conosciamo il senso anche se conosciamo il significato; abbiamo dei significanti che danno significato ed entrambi sono presenti subito alla nostra coscienza (i segni ed il loro significato, la loro orchestrata vicinanza o lontananza). Questo “senso” è subito “sensazione” di qualcosa che manca, un residuo inafferrabile che al tempo stesso è e non è. Aristotele è stato ingannato. La logica è presente in Verlaine con chiarezza sublime ma non ha la potenza totale del principio di non contraddizione. Questa “potenza”, che è sempre anche “potenziale”, resta tale perché nel momento stesso in cui un significato, per citare la linguistica, è istintivamente presente alla consapevolezza del lettore ma manca del “senso”, inesprimibile tramite segno, (men che meno il segno alfabetico) va considerata al di fuori del principio aristotelico succitato. Questo situarsi “al-di-fuori”, o “al-di-là” reca certamente con sé dei gravi problemi di interpretazione e di messa fuoco; quella messa a fuoco che, in fondo, è anche definizione. Sfuggire alla definizione è (e non è) un atto fuorilegge. Colui che pensa al “di fuori”, che pensa all’inesprimibile, non voglio dire che si candidi ad essere il parresiastes di turno ma è comunque un individuo sospetto. Quest’ultimo è anche sempre considerato straniero o, se preferiamo un termine molto più semplice stilisticamente eppure pregno di significato, esso è sempre: “estraneo”; partecipa a quella estraneità che preoccupa ed angoscia esattamente come gli esseri dell’opera di Füssli. La sua condanna ad angosciare e preoccupare è dovuta proprio allo scardinamento del principio di non contraddizione ma non solo desta i sentimenti detti poco fa; dobbiamo ammettere che anche la violenza, perpetrata verbalmente o fisicamente su un individuo del genere, è da considerare istigata dal principio aristotelico. Questa violenza è quella ben descritta da Benjamin nell’omonimo saggio. Una violenza che si presenta per monumentalizzare un diritto. In un certo senso (lato per la verità) il poeta che non ricorre necessariamente a nessi logici oppure nasconde il “gioco” del “testo” subisce la violenza di tutti coloro che prendono la non contraddizione come fede. Cieca o avveduta che sia non interessa. Quel che invece è importante segnalare è la possibilità di una poesia in cui ogni senso salta se non è messo davanti al suo autore, colui che in somma può derridianamente essere definito suo Padre. La paternità della poesia non è essenza inutile. Vero è che la poesia, come ogni altro testo scritto, può ben fare a meno di suo Padre, del suo genitore, tuttavia nel caso della poesia basata su quel “al-di-là” insensibile ed insensato agli occhi di tutti gli “altri”, la paternità pare essere quanto mai importante se si vuole definire significato ed eventuale scopo della creazione. Appare ovvio come questa modalità di cifratura di un messaggio possa essere allargata anche a tutto il resto di ciò che è scritto, salvo ricordare perennemente (come l’auriga al generale romano in trionfo) che la poesia è l’ambito all’interno del quale l’alterità del logos e il “fuori” di questo dentro – che è il discorso logicamente costruito – è accettato o, meglio, tollerato. La tolleranza riservata alla poesia è un risultato della sua forma. Una forma acquisita attraverso secoli d’esercizio e di forzatura del segno in un’orchestra di altri segni e di rimandi affermativo-negazionisti. Nella spiritualità della poesia (dovremo chiarirci sul concetto di “spirito” così come su quello di “spiritualità”) è il resto. Ciò che rimane dopo secoli di decantazione in forma scritta. Lo spirito rimanente che ritorna (revenant), si ripresenta e tuttavia non si impone alla consapevolezza di colui che recepisce il segno (o il messaggio cifrato) che deve di conseguenza arrendersi oppure sforzarsi di comprendere un’intera “altra” coscienza e i suoi moti produttivi. Questo sforzo, non dico che sia impossibile ma certamente non se ne contempla il termine. Per spiegarmi meglio: per quanto possano esserci studiosi di altri studiosi non avremo mai un escatologo capace di riferire precisamente e “definitivamente” pensiero e coscienza di un altro, deceduto o non presente. Da ciò consegue l’incomprensibilità di tutto quel che è conveyed. Non trovo verbo migliore di quello inglese per descrivere il moto del pensiero da una coscienza ad un’altra. Il lavoro di traduzione («mestiere maledettissimo»[4]) non può mai essere portato a “termine”. Non ha definizione, non ha fine ed è come una scala a chiocciola che scende e sale allo stesso tempo, una spirale di senso che non va verso il (né si allontana dal) senso primordiale ed originario di un termine, il quale, a sua volta, è già traduzione di qualcosa di insensibile. La condizione del linguaggio umano in rapporto al pensiero che lo produce è dunque quella di qualcosa di indescrivibile, per certi versi. Fatto d’aria. L’intera essenza spirituale viene fatta decadere in quella linguistica ma è ovvio che nel processo qualcosa si perda o meglio: rimanga. Il residuo è quella sostanza sulla quale ci si interroga sempre a mo’ di archeologi che vedono una rovina e si fanno domande su cosa fosse prima, a cosa servisse e chi la costruì prima del decadimento generale. Se le nostre parole sono un decadimento dell’immateriale nel materiale (per quanto aleatorio il “materiale” possa essere) bisogna pure ammettere che per ottenere questo risultato c’è stato un processo di spostamento dal fuori al dentro la cui rapidità è brevissima, se si considera il singolo atto in sé, e allo stesso tempo millenaria, se si considera il processo in generale e storicamente. Ma come può quindi accadere che una stessa cosa sia e contemporaneamente non sia? Secondo Aristotele non può essere. Non può essere perché un fenomeno del genere produce falsa conoscenza e non dà certezza, non dà definizione apprezzabile. Non è forse nell’attimo che precede il passaggio dall’uno all’altro, nella linea di confine, nel timpano separatore, nella chora platonica, che la conoscenza è davvero possibile? Si tratta di un momento nel quale non possiamo penetrare perché non siamo in grado di varcare i confini dello spazio e del tempo a nostro piacimento, o almeno non senza irreversibilità. Possiamo solo ammirare il “Paradiso”. Essendo discesi da esso, la nostra dimensione è quella dei sognatori o delle scimmie dello zoo che battono i palmi sui vetri per cercare l’alètheia.

 

Note:

[1] Come suggerisce l’etimologia della parola “esulare” significherebbe vagare senza sapere non solo dove si va ma, ancor più importante, da dove si viene. Ciò che esula è sempre un senza-patria, un senza fissa dimora. Rintracciarlo è possibile solo a partire dall’incontro fortuito poiché ogni ricerca è destinata a fallire.

[2] Lo stesso termine greco sta proprio per “generatore”, motore attivatore di qualcosa di non meglio precisato. Generatore, quindi, dell’imprecisato che si fa ente precisato attraverso la riflessione.

[3] La perfezione formale di Dante non dà spazio all’ispirazione. In Dante l’ispirazione è il facile pretesto messo davanti agli occhi del lettore per influenzarne, a vantaggio del poeta, la mente. Lo stesso concetto di Spirito in Dante non è altro che la manifestazione di un Deus ex machina che proprio poiché tale non può provenire dal percepito e dall’sipirato.

[4] Espressione usata dal romanziere Andrzej Sapkowski all’interno di uno dei suoi romanzi fantasy. Si badi a non prendere il genere come metro di giudizio dello scrittore. Sapkowski possiede una personalità poliedrica e uno spirito vigile tanto da decidere di far tradurre i suoi romanzi solamente a partire dalla sua lingua originale: il polacco.

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