Camminare.

di Michele Cavejari

Immaginiamo le cronache di un ipotetico viaggiatore, messaggero di un faraone d’Occidente. La fantasia di un esploratore visionario, chiamato a gettare lo sguardo su di una terra vasta e sconfinata, ricca di contraddizioni ma anche di fascino melanconico. Il sogno di un saggio pellegrino chiamato a riferire di quanto ha visto a colui che regge una vasta fetta di quell’impero crepuscolare. Immaginiamo qualcosa come un Marco Polo precipitato nel suo futuro più remoto e un Gran Khan strappato alle sue stoffe orientali, per divenire un ricco politicante o un magnate, un businessman. Immaginiamo una pagina costruita sulla falsa riga de Le città invisibili di Italo Calvino, e collochiamone l’intreccio ai tempi moderni.

Marco Polo siede accanto all’imperatore, in una vasta sala ad aria climatizzata. Il Gran Khan gli domanda quanto grande possa dirsi la libertà di cui godono i suoi figli. Gli chiede un paragone, e – nell’entusiasmo – con le braccia mima una montagna. I suoi occhi traggono lampi di gioia sotto alle luci dell’immenso ufficio in cui alberga: un attico collocato ad altezze vertiginose sulla grande metropoli.

Kublai Khan si prepara a restare sbalordito, piacevolmente sorpreso dal suo cantastorie, interdetto per non aver azzardato un paragone più ardito.

Marco Polo, tuttavia, esita a rispondere. Si fa pensoso. Libertà, riflette. Libertà, ripete a voce alta, meditabondo. Se mi chiedi della libertà, si risolve infine, concedimi un momento.

Marco Polo si china in avanti, si slaccia le scarpe, le toglie, le rovescia. Tace, osservando attentamente le suole. Sopra la sua testa, come una nuvola, appare il Gran Khan. Il suo messo tace, e lui si è fatto sensibilmente irrequieto.

Dimmi, Marco, sei certo d’aver inteso la mia domanda? Perché guardi così in basso e così in piccolo, se ti ho chiesto di una cosa tanto alta e luminosa.

Marco Polo leva lo sguardo, sorride. Mostra, senza insolenza, la suola delle proprie scarpe. Le tacche stupendamente in rilievo, la gomma nera, per lo più intonsa.

Polo guarda Kublai Khan. Ma questi ancora non capisce.

Vedi, se mi chiedi della libertà, prima devo leggere le sue tracce. Devo sforzarmi di pensare a quanta strada ho potuto fare con le mie sole gambe. Devo ripescare nella memoria gli spazi liberi al traffico. Devo analizzare i discorsi uditi nella metro, sul treno, in autobus e in aereo, provando a contare il numero di volte che si è pronunciata la parola “bicicletta”, e solo poi saprò dedurre il grado di considerazione in cui è tenuta l’auto-propulsione.

Se mi chiedi della libertà, mi chiedi anche di calcolare i chilometri che ho potuto fare a piedi, per poi porli a confronto con quelli che ho dovuto sorbirmi a bordo di un veicolo. A questo dovrò necessariamente integrare la stima dell’energia pro capite consumata, e solo allora potrò ipotizzare con una proporzione inversa il grado di civiltà della tua cultura. La libertà dell’immaginario dei tuoi abitanti. Un calcolo arduo.

Marco Polo, tuttavia, guarda meglio una suola. Embricato nel grip, fra le tacche, un sassolino. Incastratosi magari all’atto di percorrere quello stretto sentiero di campagna prima del vasto regno d’asfalto e corsie, o forse prelevato dopo aver percorso quella manciata di metri sulla banchina, fra una fermata del bus e l’altra, rischiando di essere investito. O forse, incapsulato lungo il breve sentiero che conduceva all’attico, prima degli ascensori e delle scale mobili.

Marco lo estrae. Lo mostra al Gran Khan.

Con umiltà, lo depone sul tavolo di vetro che li separa.

Ecco la tua montagna, risponde.

L’attacco di questo pezzo sul camminare, tuttavia, avrebbe potuto recare benissimo un’altra immagine: il soggetto di prestazione (leistungssubjekt) colto nel suo tempo libero, nell’indoor di una palestra. V’è infatti qualcosa di struggente e insieme di profondamente inquietante in un uomo che corre sul tappeto magnetico, fissando una parete bianca a cui è affisso un gigantesco televisore.

Quell’uomo, epitome dell’emancipazione cucinata all’Occidentale, non sta andando da nessuna parte, né tanto meno lo desidera. Lui sta primariamente sfogando lo stress per eludere la sindrome da burnout che altrimenti il multitasking sul lavoro gli affibbierebbe. Su quel tappetto arranca un uomo incapace di percepire con mobilitante indignazione la carenza di spazi per un jogging anarchico: svolto all’esterno. Su quel tappeto diabolico, dantesco, claudica un uomo alla rincorsa di sé stesso, ignaro di essersi lasciato rubare il tempo di un’intera giornata insieme alla possibilità concreta di “muoversi” per raggiungere il lavoro anziché nel dopo lavoro. Un uomo che – se “fortunato” – trascorre la maggior parte di quella giornata con le terga inchiodate alla scrivania, la stessa che gli hanno insegnato a desiderare, ad ambire.

Su quel nastro trasportatore, orbita un volto paonazzo e sudatissimo che finito l’orario d’ufficio è migrato su di un’altra poltrona con le ruote per raggiungere una riserva artificiale e timbrare un altro cartellino, cambiarsi ed occupare una fra le tante e solitarie corsie hi-tech. Lì, quell’uomo ha impostato certi vacui parametri sul display e d’improvviso ha principiato a muovere le gambe. No, non di sua spontanea volontà, ma per non perdere terreno, per farsi correre, per non cadere. Lì si è sfiancato, senza potersi concedere deviazioni. Poi un beep, una sirena. E via, è il turno di altri. Si va a casa. Rigorosamente in automobile. Preda di un tempo dominato dall’urgenza.

Lo stesso Tiziano Terzani descrisse una scena simile nel suo Un altro giro di giostra. Rimase colpito da giovani volti anestetizzati dalla prestazione, dalla performance, addestrati a percepire il metabolismo all’opera, a bruciare il grasso, l’adipe accumulata nei fast food; corpi restituiti alla sua attenzione da immense vetrate, mentre si trovava a bordo di un taxi.

In quella palestra, come in ogni palestra, c’era e c’è gente inconsapevolmente volta a riassumere, con il suo caricaturale sgambettio, tutto il nonsense dell’occidente: correre per non andare da nessuna parte, facendosi muovere anziché agire. Vite colte dall’amnesia sulle grandi questioni.

Ed ecco, in tal senso, emergere l’acuta analisi di Anders circa l’ermeneutica dello sport[1] quale elemento chiave per intendere il carattere della moderna servitù post-contrattuale[2]: la servitù tanto più devota perché inconsapevolmente costruita nel “tempo libero”.

Secondo Anders, infatti, oggi sport significa riconquistare la fatica che il lavoro moderno va negando, ma in una modalità peculiare, ovvero ricercandola sotto forma di divertimento. Una procedura sintomo di una doppia illibertà: una prima, sedimentata nella credenza mitica che il lavoro esentato dalla fatica risulti eo ipso libero, quando invece basta rivolgersi al grado di demoralizzante automatizzazione raggiunto da certe operazioni “burocratiche” per comprenderne la falsa lusinga; ed una seconda depositata nell’ozio, il quale – lungi dall’essere espressione del riposo o anticamera del diletto – diviene tacito presupposto per un impiego di seconda natura, il consumo. Dalla maledizione del lavoro passiamo alla maledizione del tempo libero, scrive Anders, il “mondo sirenico” dei media e della pubblicità che ci ghermisce nella lusinga e ci impiega senza orari o limiti di tempo[3].

Il moto e l’attività fisica diventano ossessioni, frenesia, e la condizione dell’uomo moderno, il soggetto di prestazione di cui parla Han, diviene l’iperattivismo, stile di colui che agisce il corpo per mezzora e che per il resto del tempo non solo è immobile, ma vanta un immaginario paralizzato, talmente intontito dall’industria dei trasporti che preferisce un mezzo a motore, un ascensore ed una scala mobile per ogni altra situazione che è chiamato a vivere. E se la macchina è posta nelle condizioni di giungere ovunque, imponendo i suoi chilometri tutti uguali e senza odori, perciò insignificanti, parimenti anche i luoghi si banalizzano. E nella banalità non dimora alcuno sguardo. Presto o tardi persino l’occhio cessa di aspettarsi qualcosa di diverso rispetto al paesaggio prevedibile e anonimo che gli passa accanto al di là del finestrino: luoghi come dedali privi di segni, di fruibilità, ridotti al conformismo di una lingua d’asfalto sagomata da guardrail.

E se al modo di andare corrisponde il modo di guardare, e a quello di guardare quello di pensare, allora all’occhio aderente al parabrezza, fa eco un pensiero incollato all’orizzonte più immediato dei falsi problemi più contingenti. Un pensiero impossibilitato a fermarsi e fissare qualcosa sufficientemente a lungo persino nel week-end, giacché trascinato avanti nella pantomima della colonna vissuta a bordo dei veicoli lungo l’intera settimana.

Gli individui moderni non marciano, non camminano. Sciamano. Una celebrazione inquieta e caricaturale dell’andare per andare, senza per forza recarsi da qualche parte. Uno straziante aggirarsi in loop, sempre dissuasi e disarcionati dai propri pensieri.

Il camminare quotidiano, nella maggioranza dei casi, risulta impedito. Per il resto, svalutato. In compenso trionfa come attività di consumo. Facciamo trekking, fitwalk, jogging, footing, nordic walking, e compagnia bella. Attività che non prevedono uno stato d’animo, che non implicano la filosofia del camminare: concedersi deviazioni per meglio ritrovarsi alla fine del percorso.

Ecco perché dovremmo tornare a camminare per poter valutare realmente i confini della nostra libertà. Camminare, infatti, non è solo un modo di spostarsi, ma uno stile. Si parte dal sé, si ritorna al sé, diversi.

Il vero camminatore sceglie dove meglio smarrirsi, non il sentiero battuto ove più efficacemente cronometrarsi. Il camminatore, che poi solitamente è anche un buon pensatore, tocca le pietre, infila la mano nei corsi d’acqua, indugia, taglia per i campi, inventa bisettrici anziché scorciatoie, scolpisce nel vento nuove rotte, labirinti interiori che non per forza necessitano di strade, di corsie. E si cala nel proprio intimo, per riemergere nel mondo.

Il buon camminatore, lascia a casa l’orologio. Azzarda a dimenticarsi persino il telefono. Si porta appresso uno zaino in cui mette il necessario. Quanto basta, senza il peso inutile che presto o tardi finirebbe solo col segargli le spalle. E così egli si libera del superfluo, impara a farne a meno. Il buon camminatore sa di contare più del suo bagaglio. Ed è pronto ad imparare dal percorso: la parsimonia, il ritmo, la lentezza, la prudenza, il coraggio verso l’imprevisto. Accetta il momento in cui si ritroverà ai ferri corti con sé stesso, faccia a faccia con le sue paure, le sue fragilità.

La marcia, dopotutto, è pedagogica. Lo sapeva Socrate. Lo sapevano i peripatetici. Tutti, sapevano che camminare aiutava a pensare, e parimenti, sapevano che colui il quale si sarebbe messo a pensare, presto o tardi si sarebbe anche sentito in dovere di muovere le gambe.

Il pensiero chiama il piede e gli dice: cammina. Fammi riflettere.

Ecco perché camminare è mal visto, oggi. Ecco perché è divenuto un pericoloso atto di resistenza. Invita a perdere tempo! Un vero e proprio insulto all’ottimizzazione, alla gestione imprenditoriale della giornata, e con ciò uno sberleffo all’efficienza.

Camminare è iniziatico, rinnova lo sguardo. Camminare è dire sì al mondo, aprirsi ad esso dacché restituisce un corpo non già come prodotto della velocità, dunque nell’ebbrezza, nella paura, nell’adrenalina del rischio, ma in base alla sua piccolezza, di attiva partecipazione ad un orizzonte che non si attraversa ma in cui ci si compie, attivamente, con tutti e cinque i sensi.

Camminare restituisce la consapevolezza della distanza, della lontananza, della fatica che costa colmare un banale chilometro. E soprattutto, che nessun chilometro è banale.

Insegna che il viaggio è più importante della meta. Insegna che il viaggio è il cammino, non la meta! Insegna che fare esperienza di una terra straniera significa cogliere le transizioni fra casa propria e quel mondo laggiù, niente affatto spedirsi altrove a bordo di un mezzo che non tiene conto del “fra”.

Insomma, camminare è disperatamente necessario perché favorisce l’elaborazione di un pensiero complesso, a lungo termine; perché porta a percepire le piccole cose.

E pensare che la specie umana aveva avuto inizio “con i piedi” – scrive Leroi-Gouran -, anche se molti nostri contemporanei se lo scordano, pensando di discendere direttamente dall’automobile.


 

Per Approfondire:

H.D. Thoreau, Camminare

Le Breton, Il mondo a piedi. Elogio della marcia.

G. Anders, L’uomo è antiquato. Volume II.


 

Note:

[1] Cfr. G. Anders, L’uomo e antiquato, cit. 92 e seguenti.

[2] Ivi, 154 e seguenti.

[3] Ivi, 155.

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