L’androcentrismo dissimulato

di Michele Cavejari

La donna, il suo corpo in primis, è ancora ridicolizzato o banalizzato in gran parte degli spot o dei format, nonché costretto a tradursi nelle più imbarazzanti disfunzioni o patologie che mai i rivenditori si sognerebbero di attribuire al sesso maschile. In buona sostanza, il genere femminile fa comodo, e bisogna tenerselo stretto, ma per “mantenerlo buono” dev’essere adulato come specifico target, tipicizzato nella pasta del “consumatore”.

Ed ecco che il consumo di prodotti di genere, conseguenza pratica della lusinga all’acquisto orientato in base al genere, si sbugiarda da sé quale risposta d’impulso che impedisce profonde prese di coscienza e conforta il bisogno di riconoscimento in una modalità di espressione che non serba conseguenze o impatti duraturi.

In altre parole, credere di “soggettivizzarsi”, distinguersi, emergere e costruire la propria femminilità consumando quei gadget e quei prodotti che promettono di esibire al meglio la propria “donnità”, dalle creme ai cosmetici passando per i capi di vestiario, libri, ruoli e linguaggi, significa aderire ad un modello di “comportamento suggerito”, strozzare la propria autenticità nella fiacca adesione alle categorie di pensiero dominante: omologarsi, foggiarsi e atteggiarsi così come si vuole ci si atteggi.

Il proselitismo commerciale che tramuta le maggiori festività in “pretesti di vendita” mercificando i rapporti, non è affatto un fenomeno inedito. Ma, specie per quanto concerne ad esempio l’8 Marzo, in gioco v’è qualcosa di molto più delicato. Gli “auguri” ciclicamente dispensati dall’industria pubblicitaria in onore della “Giornata internazionale della donna”, sono sempre più spudorati nel loro maschilismo; misogini quando non irresistibilmente ridicoli. Fra le pieghe retoriche dei loro filantropici auspici, è possibile cogliere un insulto indisponente e un chiaro intento: la lusinga all’acquisto come conquista; ovvero l’atto di ricorrere a beni e servizi solitamente indirizzati ad un pubblico maschile per utilizzarli in qualità di “ribellismi di facciata”.

La conquista di pieno riconoscimento, ovviamente, non è acquistabile; eppure telefonia mobile, internet, pay tv, negozi e locali smerciano tariffe agevolate, spacciano il rituale del consumo come cerimonia di emancipazione. Pontificano mondi meravigliosi grazie a figure di donne stereotipate. Tempo 24 ore, tuttavia, e segue un altro anno solare in cui la “donnità” persiste ad essere impiegata quale specchio per allodole, ideale di fisicità ed estetica, immaginario compiacente funzionale alla logica maschilista. La simbologia della “giornata della donna” riproduce dunque anzitutto l’ideologia machista, ossia si rivela totalmente funzionale all’imposizione del lessico fallocentrico della crescita economica attraverso categorie e ruoli, nonché occasione adatta al declinare i messaggi e i codici del successo, dell’emancipazione e dell’auto-affermazione secondo la curva erettile dei grafici di crescita.

Celebrare l’8 Marzo, probabilmente, non dovrebbe esaurirsi nell’allestimento di un deprimente banchetto. La cerimonia consumistica per rivincita non rivendica proprio un bel niente, traduce semmai una doppia sottomissione: l’interiorizzazione di una logica discriminante a cui, anziché proporre una contestazione, ci si prostra e ci si consacra senza difese.

Le donne non hanno bisogno di un giorno all’anno “generosamente” concesso, ma di prendersi quotidianamente ciò che spetta loro, resistere al di là degli assunti mitologici della cultura in cui vivono, liberare la semantica del proprio corpo, far prevalere la loro identità radicale prima ancora o al di là del sistema di genere che detta norme, regole e gerarchie, scindere il proprio destino dal sesso e perciò mettere radicalmente in discussione ogni automatismo.

All’8 Marzo come strategia economica andrebbe sostituita una ragionata indocilità verso un certo tipo di imperialismo culturale machista, troppo spesso ammesso e accettato senza beneficio del dubbio.

Altrimenti, quella data resterà certamente una “festa”, ma nient’affatto una “prova” di pieno riconoscimento.

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