Progettare, studiare e abitare la città post-moderna.

foto in copertina di Antonella De Angelis

di Gloria Iannucci

‹‹La dominazione della città, soprattutto della grande città, può essere considerata come una conseguenza della concentrazione in città di strutture e attività industriali e commerciali, finanziarie e amministrative, linee di trasporti e comunicazione e attrezzature culturali e ricreative come stampa, stazioni radio, teatri, biblioteche, musei, sale da concerto, opere, ospedali, istituzioni di alta educazione, centri di ricerca ed editoriali, organizzazioni professionali, istituzioni religiose e di welfare.[1]››

 

Fu Loius Wirth a riconoscere nel 1938 alla città uno stile di vita particolare, uno stile che la emancipasse dall’esistenza rurale: l’urbanesimo. Esso è stato considerato dal sociologo nordamericano uno stile di vita  scaturito dall’incontro di persone, di grandi numeri di persone, possibile solo attraverso molteplici e variegate strutture presenti nella città. Le strutture economiche, politiche ma anche, e forse soprattutto, sociali e culturali hanno permesso lo sviluppo delle città ed hanno influenzato profondamente la vita degli individui. Lo notò Wirth nella sua Chicago degli anni ’30: una città multietnica e multiculturale costituita tanto dalla diversità quanto da impersonalità  e da razionalità. Alla base della città, secondo il sociologo, vi sono gli urbani, contraddistinti da uno sguardo rivolto ai ruoli che l’Altro riveste nella metropoli. Ma questo aspetto ancor prima di Wirth l’aveva scorto Robert Park, anche lui a Chicago, dove vedeva il prevalere della razionalità, del mercato e delle strutture sociali formali e il dissolversi di quei legami tra gli individui che Tönnies avrebbe definito tipici della Gemeinschaft.  Se nella comunità infatti dominavano rapporti affettivi e di intimità, notava Tönnies, nella città moderna questo carattere veniva eroso dalla razionalità, dal calcolo, dall’imporsi del singolo come individuo che mira a soddisfare la propria utilità.

Chicago 1920
Chicago 1920

È evidente, dunque, come la città sia stata profondamente centrale nel dibattito sociologico, essa è stata considerata un’entità capace di produrre sia coesione sociale sia individualismo e sgretolamento di legami affettivi e sociali; una duplice natura la sua, fatta di contraddizioni che tendono ad aumentare man mano che essa stessa e le società crescono e si diversificano non solo numericamente ma anche culturalmente.

Molti sono stati gli studi sulla metropoli, da Marx a Durkheim, dalla Scuola di Chicago (di cui Park e Wirth facevano parte) alla sociologia urbana critica. Non mi soffermerò in questa sede ad approfondire gli studi prodotti in merito, seppur ritengo siano di notevole interesse, il mio obiettivo qui è un altro: delineare l’emergere di un nuovo modello di città e l’istituzione di un nuovo rapporto tra progettisti, studiosi di scienze sociali e cittadini.

Vorrei soltanto fornire ai lettori una chiave capace di aprire una porta che troppo spesso rimane chiusa e che, invece, se aperta ci permette di ragionare sul nostro essere cittadini. La nostra idea di città rimanda spesso all’idea del nido[2], un ricovero nel quale ripararci tuttavia essa dovrebbe essere considerata anche come una piccola tessera di un immenso puzzle rappresentato dal mondo nel quale è possibile viver meglio aprendoci all’Altro.

Essere cittadini vuol dire essere consapevoli, avere la capacità di riflettere sul ruolo che si gioca e riflettere su ciò che accade attorno a noi.

Riporterò dunque la tesi sostenuta da molteplici studiosi di scienze sociali, urbanisti e progettisti che oggi più che mai sostengono sia necessario un nuovo modo di progettare, un modo più consapevole che parta in primis dalla nuova consapevolezza di cui deve armarsi il progettista della società post-moderna: considerare il progetto qualcosa che si inserisce all’interno di una determinata società. Giandomenico Amendola definisce questa nuova consapevolezza del progettista “riflessività”, scrive: ‹‹è la capacità di riflettere su se stessi nell’agire progettuale, di valutarne gli effetti e di sapere, quindi, controllare l’efficacia e la precisione del proprio progettare rispetto agli obiettivi dati.[3]››  Il progettista di oggi deve aprirsi ad altri saperi, saperi che provengono dalle scienze sociali e che possano permettergli di comprendere le esigenze, i bisogni ed anche i desideri degli individui. Questo è il punto centrale del libro Il progettista riflessivo, scritto da Amendola in collaborazione con sociologi e psicologi; l’intero testo si dipana in questa dialettica esperti-cittadini, auspicando il bisogno di progettare e costruire ‹‹per la gente›› e non darla mai per scontata. Un buon progetto ed in seguito una buona realizzazione di questo possono avvenire solo attraverso la consapevolezza che si costruisce in base alle esigenze dell’utenza. L’architettura non deve essere soltanto fruita, come fosse un’opera immutata, intangibile e sacra ma è qualcosa che, essendo vissuta ed essendo inserita all’interno di una società e rappresentando peraltro dinamicità, deve poter essere flessibile e soddisfare le  domande sfaccettate, variegate e dissimili della gente.

Su questo l’architettura post-moderna sta cercando di lavorare, lo aveva già intuito Renzo Piano quando avviò il laboratorio di quartiere ad Otranto, che nonostante la scarsa riuscita, cercò di coinvolgere gli abitanti riguardo le scelte progettuali da intraprendere. Come scrive Gabriella Paolucci la posizione del progettista

‹‹muta considerevolmente di fronte alla prospettiva di doversi confrontare con una pluralità di attori, che portano nel processo progettuale istanze e linguaggi diversi da quelli propri dell’architettura. Viene insomma ridisegnato il ruolo dell’architetto e ridefiniti i fini e le motivazioni di un’attività professionale estremamente specialistica. […] È la collettività dei destinatari che irrompe sulla scena, modificandone i connotati.[4]››

La scelta di adottare questo approccio si contrappone nettamente all’architettura propria del movimento moderno, capeggiata da Le Courbusier.

Cerchiamo dapprima di chiarire cosa si intende per movimento moderno in architettura e poi proveremo a spiegare le cause del mutamento intrapreso dall’architetto contemporaneo.

Il movimento moderno si è sviluppato nel periodo tra le due Guerre Mondiali e nonostante le sue diverse inclinazioni e i suoi diversi esponenti a livello internazionale, l’obiettivo era non tanto la cura dell’estetica delle architetture quanto la rilevanza delle loro funzioni;  pertanto questo movimento è stato anche definito funzionalismo da alcuni e razionalismo da altri. Il fine era quello di produrre delle architetture razionali capaci di modificare il mondo sociale attraverso mutamenti fisici, le architetture dovevano comunicare conoscenza, sapere e allo stesso tempo fermezza e solidità. In questo processo l’architetto era l’unico in grado di portare a termine un progetto, il solo capace di creare architetture efficienti per questo motivo il suo lavoro non doveva essere messo in discussione in alcun modo.

Mill's Owner Association Building
Mill’s Owner Association Building – Le Corbusier

A ciò  il progettista post-moderno  si contrappone.

Le Courbusier, come già accennato, è tra i più famosi architetti del movimento moderno; egli trovò ispirazione a Roma pertanto fece molteplici viaggi nella città eterna, osservando attentamente i monumenti e l’arte italiana. Il passato era per lui presente e guardare i monumenti italiani del passato è stato ciò che gli ha permesso di progettare edifici per  il presente e, anzi soprattutto, per il futuro. Pippo Ciorra ha a tal proposito asserito che  Le Courbusier fosse ‹‹uno che il futuro lo sapeva guardare benissimo››[5].

Egli rientra nella categoria di architetti che vengono definiti utopisti: la sua idea di architettura così come quella di Frank Lloyd Wright[6] (il quale si discosta profondamente dalle idee di Le Corbusier per molteplici apsetti), era basata sulla monumentalità, sulla capacità di stupire le persone e di creare spazi contenenti differenti tipi di attività funzionali agli individui stessi. In Radiant City (1967) Le Corbusier delineò la visione di una nuova società urbana  che mirava alla  concentrazione di persone in edifici grandissimi, magnifici, ricchi di spazi verdi; la città, nella sua concezione, doveva dunque esser costituita da strutture che permettessero di conservare il 95% del terreno disponibile libero da costruzioni[7].

Water House - F. L. Wright
Water House – F. L. Wright

Allora cosa ha prodotto questo cambiamento di paradigma in architettura? Cioè quali elementi hanno fatto sì che da un certo periodo in poi il ruolo dell’architetto cambiasse radicalmente?

Le cause non possono che essere rinvenute dalla società.

Quest’entità dinamica che muta continuamente ha partorito dei figli che cambiano in base al suo cambiamento. Pertanto gli individui della società post-moderna sono individui che non hanno punti di riferimento stabili, non hanno strutture ideologiche a cui ancorarsi, non hanno relazioni costanti ed intime e saranno quindi portatori di una domanda di abitazione e di architettura tanto difforme e “liquida” quando lo è la loro essenza. I cambiamenti avvenuti tra gli anni ’60 e ’70, primi fra tutti la dissoluzione del concetto di “classe sociale” che accomunava gli individui e li faceva sentire parte di un tutto, dandogli la forza di resistere e reagire ai detentori del potere, ha prodotto individui soli che si trovano nelle grandi città a girovagare solitari e a relazionarsi con persone con cui non condividono nulla o quasi. Questi sono gli individui post-moderni. Al contempo come ricordava lo stesso Toruine, ma anche Bauman e Giddens, sono individui che hanno maggior possibilità di scelta e di libertà. Ed è proprio per questo che oggi gli individui vogliono avere maggior peso anche nella realizzazione di architetture che li riguardano. Come ricordava Giandomenico Amendola l’uomo metropolitano è in bilico tra Dedalo e Icaro:  vuole controllare la città dall’alto ‹‹con lo sguardo puro e implacabile del tecnico[8]›› come Icaro ma allo stesso tempo mira anche a guardare la città come un labirinto nel quale ‹‹si aggirano persone portatrici di diversità e di comportamenti non scontabili in anticipo[9]››, ciò può essere fatto solo assumendo il punto di vista di chi la percorre.

La città contemporanea, ricorda Amendola, conduce alla centralità dell’uomo, ciò è dovuto non solo alla sua riaffermazione come soggetto dopo la crisi delle grandi ideologie ma anche al fatto che oggi la città è messa in discussione dalla globalizzazione e dai processi di de-industrializzazione, avviatisi a partire dagli anni ’80 che hanno prodotto trasformazioni non solo sociali ed economiche ma anche riorganizzative. La città oggi deve rispondere ad una domanda segmentata dei cittadini i quali non solo vivono in essa ma la consumano, sono cioè dei city users, aventi sicuramente richieste diverse rispetto a coloro che la città la vivono. Pertanto la domanda dei turisti o dei frequentatori della città sarà sicuramente diversa da coloro i quali vivono quotidianamente quel luogo. Per questo motivo Amendola in Tra Deadalo e Icaro aveva delineato l’esistenza di dieci tipologie di città tra loro diverse ma che non si escludono reciprocamente, tutt’altro: le diverse dimensioni possono connettersi tra loro.

Se ciò che è stato progettato o creato non si basa sulle reali necessità delle persone il luogo assumerà inevitabilmente caratteri negativi, che potrebbero comportare l’emergere di problemi sociali; non a caso i luoghi trascurati dalle istituzioni pubbliche sono quelli meno curati esteticamente e sono quelli in cui la criminalità si addensa in modo evidente, causando non pochi problemi sociali.

Diviene necessario riflettere sui bisogni degli individui prima di intraprendere una progettazione o prima di pensare ad una riqualificazione o rigenerazione di un luogo attraverso l’ascolto dei cittadini e l’incoraggiamento della loro partecipazione nei processi decisionali. Studiare le architetture per produrre cambiamenti in esse e per renderle conformi ai bisogni dei molteplici individui è una finalità sociale, poiché i luoghi suscitano nelle persone reazioni emotive: una città, così come un quartiere o un edificio, producono percezioni colte dagli individui come stimoli e trasformate poi in emozioni che si riprodurranno nel proprio immaginario ogni qual volta si pensa a quel luogo. Per questo motivo una parte della sociologia dell’architettura mira a rendere migliori edifici come ospedali o carceri, circondandoli di spazi verdi ad esempio.

Appare dunque evidente come la sociologia faccia dell’architettura un’arma utilizzata al fine di indagare l’individuo post-moderno e il divenire della società, poiché questa scienza non si accontenta di guardare ai comportamenti collettivi ma è costantemente attenta all’ambiente, alle circostanze e al contesto storico-sociale che inesorabilmente influenza il comportamento del soggetto come parte di qualcosa di più ampio.

 


 

 

 

Per Approfondire:

-G. Amendola, Il progettista riflessivo. Scienze sociali e progettazioni architettonica, Editori Laterza

-G. Amendola, Tra Dedalo e Icaro. La nuova domanda di città, Editore Laterza, Bari, 2010

-J. J. Macionis, V.N. Parrillo, Prospettive urbane. Un approccio sociologico e multidisciplinare, Pearson , 2014

L’Italia di Le Corbusier: https://www.youtube.com/watch?v=LCVe_StF7C8

 

 

Note

[1] Louis Wirth, Urbanism as a way of life, in The American Journal of  sociology, Giugno 1938, p. 5

[2] Cfr. Sindrome NYMBY (Not in my back yard): l’atteggiamento di coloro che ritengono necessario costruire infrastrutture o opere che potrebbero produrre danni ambientali ma al contempo costoro si mobilitano affinché questi non vengano costruiti in prossimità dei loro quartieri.

[3] G. Amendola, Il progettista riflessivo. Scienze sociali e progettazioni architettonica, Editori Laterza, p. 3

[4] Ivi, p. 46

[5] https://www.youtube.com/watch?v=LCVe_StF7C8

[6] F. L. Wright è stato un architetto americano del Novecento,  il quale aveva un’idea di architettura di gran lunga distante da quella di Le Corbusier; era infatti un sostenitore dell’architettura organica cioè di un’architettura che legasse le strutture all’ambiente naturale, coadiuvato dall’utilizzo di tecnologia. Mirava ad un’armonia tra le parti e il tutto per coniugare uomo e ambiente. In Architettura Organica manifestò il rifiuto di creare architetture puramente estetiche e l’intenzione di creare architetture basate sull’equilibrio tra uomo e natura.

[7] J. J. Macionis, V.N. Parrillo, Prospettive urbane. Un approccio sociologico e multidisciplinare, Pearson , 2014

[8] Giandomenico Amendola, Tra Dedalo e Icaro. La nuova domanda di città, Editore Laterza, Bari, 2010, p. 6

[9] Ivi

 

Facebook Comments

Lascia un commento