Il Corano come libro della consolazione

di Claudio Caramadre

Premessa

Quando ho scritto questo articolo non erano ancora avvenuti i tragici fatti di Bruxelles, gli attentati suicidi che hanno tolto la vita a degli innocenti. Ciò che è stato scritto non cambia. Episodi come quelli di Parigi e Bruxelles rimarcano solamente ancor più la necessità di un dialogo e di una comprensione che sia profonda e che non parta da presupposti che tengano conto solo della concezione Occidentale del mondo. Il Corano è un libro bellissimo in cui Umano e Divino non si combattono né si informalizzano. Il Corano è il libro all’interno del quale l’Uomo scopre tutta la sua umiltà davanti all’immensità del creato. Questo mi dà anche l’opportunità di raccontare a voi lettori come sono entrato in contatto con questo testo sacro. All’interno del libro si cita spesso una formula che suona più o meno così: “Abbiamo fatto discendere questo Libro su di te”, come per dire che l’incontro non è stato fortuito ma voluto da Allah o dal Destino, fate voi. Ebbene un giorno, durante le lunghe pause universitarie fra una lezione e l’altra passeggiavo in libreria e vidi diverse edizioni del Corano su uno scaffale. Ne sfogliai un paio e le riposi. Una ragazza col velo che passeggiava nello stesso corridoio mi vide e mi chiese se poteva consigliarmi lei un’edizione economica ma che avesse anche delle note esplicative. Era emozionata. Probabilmente non le era mai capitato di vedere qualcuno interessato al suo libro sacro e alla sua religione. Ecco, anche per non tradire quel giorno, vi invito alla comprensione. Buona lettura.


I testi sacri delle tre principali religioni monoteistiche dell’Occidente non possono essere considerati come discontinui in un percorso di evoluzione e variazione storica all’interno delle singole comunità che li hanno prodotti. Non sarebbe infatti possibile distaccare l’interpretazione dell’Antico Testamento dall’analisi del popolo ebraico che certamente l’ha prodotto seppur con variazioni di tema e polemiche riguardanti il messaggio che avrebbe dovuto recapitare, come sarebbe altrettanto impossibile proporre un’analisi talmente distaccata e asettica del Nuovo Testamento senza prendere in considerazione il periodo storico, i fatti, i luoghi ed i personaggi che portarono alla sua stesura.

Stessa cosa dicasi per il Corano.

Inoltre non sempre (per la verità quasi mai) ci troviamo davanti a testi che siano frutto di un preciso progetto letterario, anche perché questo farebbe decadere la nozione di rivelazione della Parola di Dio o della Verità insita in tale parola. Poiché parola di Dio, essa è percepita e recepita quando Dio “parla” e non può essere altrimenti. All’interno di tali opere può essere, a mio avviso, rintracciato un filo rosso capace di collegare e racchiudere nello stesso insieme tutti i passi rivelati, favorendo così una interpretazione sommaria e certamente fin troppo parziale, poiché non attenta ai particolarismi, che tuttavia detiene il misero merito di individuare le categorie all’interno delle quali tali scritti si situano. Come determinare tale insieme e tali categorie?

La lettura approfondita e la comprensione di Antico e Nuovo Testamento e Corano è un inizio.

Nel caso di questo articolo diremo sommariamente dei primi due e ci soffermeremo sul terzo senza escludere una futura trattazione degli altri.

Il Corano (al-Qur’an) già dal suo nome sembra volerci riferire qualcosa. Prende le distanze dalla tematica testamentaria poiché non è un patto univoco e a sé stante né un lascito dall’enfasi apocalittica. Dopo le rivelazioni e i patti, vecchi e nuovi, fra Dio e gli uomini ecco che arriva il coro, il canto finale di Dio assieme agli esseri umani. Arriva la recita, il teatro come forma di un nuovo rapporto, forse più formale, fra l’Altissimo e l’essere umano. Se dunque, tornando agli insiemi e alle categorie cui abbiamo accennato, possiamo definire l’Antico Testamento come “l’affermazione” di Dio e il suo primo patto con gli uomini e il Nuovo Testamento come revisione e correzione di quel primo accordo, il Corano è senz’altro il Libro della consolazione dell’essere umano che in un certo senso sente di aver peccato contro Dio nell’Antico Testamento e di averlo successivamente deriso con il Nuovo tramite la secolarizzazione e la trasformazione della sua parola in normale e triste litania.

Il Corano è quindi la nuovissima e definitiva edizione di un libro molto antico, un canto, forse del cigno. Non solo. Se l’Antico Testamento è il libro in cui Dio manifesta il suo potere attraverso premi (pochi) e punizioni (moltissime) e il Nuovo Testamento è il testo sacro in cui si rivela il vero scopo di Dio e le sue autentiche volontà nei confronti dell’uomo, allora il Corano è il libro in cui Dio consola l’uomo che non è riuscito per due volte ad avere pienamente fede in lui. Per certi versi dunque, il Corano certamente rimette in piedi alcune categorie dell’Antico Testamento e ne conserva alcune del Nuovo.

Vanno ora considerate le peculiarità delle culture che hanno generato tali rivelazioni poiché, anche dando per scontato che si tratti di rivelazioni divine, va detto che la loro messa per iscritto è dovuta all’interpretazione umana di tale rivelazione. In nostro soccorso giunge dunque quanto affermato da Ludwig Feuerbach ne “L’essenza del cristianesimo” e cioè:

L’essere divino non è altro che l’essere dell’uomo liberato dai limiti dell’individuo, cioè dai limiti della corporeità e della realtà, e oggettivato, ossia contemplato e adorato come un altro essere da lui distinto. Tutte le qualificazioni dell’essere divino sono perciò qualificazioni dell’essere umano.

Dobbiamo allora considerare la divinità di queste tre grandi religioni monoteiste come espressione di tre diverse forme di vivere, nemmeno costanti. La divinità, pur essendo la stessa per tutte e tre, risulta facilmente tripartibile e alienabile dall’una all’altra delle differenti categorie d’essere delle culture che ne hanno prodotto una variante. Molto ci sarebbe da discutere sulla variante ebraica, cioè se essa stessa sia una variante di qualcosa o una forma invece originaria e originata dal popolo ebraico stesso. Lasciamo questo problema a riflessioni future. Se è vero o se è possibile prendere per buona la proposizione secondo la quale ogni religione, e di conseguenza ogni divinità, sia espressione di colui che la produce, allora dobbiamo chiederci per quale motivo ci troviamo ad affermare che il Corano e Allah siano artefici di una consolazione. Chiaramente dobbiamo ammettere che tutte le religioni cercano in fondo di consolare l’uomo seppur non ne facciano sempre il proprio scopo principale; tuttavia nel caso del Corano v’è da dire che la consolazione occupa un posto ben più che privilegiato rispetto alle altre. Tale modalità d’affermazione di un affetto e della “soddisfazione”[1] di un bisogno non meglio precisato che ha causa ma non ha proprietà d’essere (si può infatti dire “consolare per una delusione” ma non possiamo affermare il contenuto o il senso di una consolazione) è nevralgico all’interno della cultura islamica e per un numero praticamente enorme di fattori.

L’Islam nasce da un grande dolore personale, quello di Maometto vistosi addirittura terrorizzato da un jinn malvagio[2] che gli impone di predicare nel nome del Signore e arriva alla rivelazione di benevolenza da parte del divino con le parole che il Profeta trascrive minuziosamente e che entreranno a far parte del Corano:

Per la luce del mattino, per la notte quando si addensa: il tuo Signore non ti ha abbandonato e non ti disprezza.[3]

Già da questo si evince l’intento consolatorio delle parole rivelate dal messo divino. A Maometto viene detto di non avere preoccupazioni né di temere che l’amore del Signore lo abbia abbandonato. Dio non disprezza l’uomo ed è presente per consolarlo. La solitudine non esiste, Allah è sempre col fedele e non tanto per osservarlo e giudicarlo (non solo almeno) ma per aiutarlo, per dargli conforto. Si legge nella sura 57:

Egli è Colui Che ha fatto scendere sul Suo servo segni evidenti, per trarvi dalle tenebre alla luce; in verità Allah è dolce e misericordioso nei vostri confronti.[4]

Dolcezza e misericordia per un popolo sconfitto che aveva voglia di emergere e farsi valere. La concezione consolatoria di Allah è perfetta per un popolo che non ha mai avuto la possibilità di farsi padrone del proprio destino. La divinità dona la forza necessaria agli animi e l’Islam si espande a dismisura. Il Dar-al-Islam diviene talmente grande da suscitare una risposta militare europea. Secoli dopo l’Islam è di nuovo sconfitto e il suo dominio vacilla. Le divisioni interne, le occupazioni straniere dalla guerra fredda ad oggi e le operazioni militari che spuntano come funghi fanno tornare alla concezione di partenza e danno nuovo slancio al Corano e al suo intento consolatorio. Il Libro quindi, a maggior ragione oggi, ha molto da offrire e fa molta presa su tutti quegli strati della popolazione che hanno subìto gli effetti negativi della scomparsa dei grandi poteri della regione medio-orientale in favore del controllo europeo e in generale occidentale. Del Dar-al-Islam non rimane che il ricordo, perciò si spera nella magnanimità di Allah:

Il tuo Signore ti darà [in abbondanza] e ne sarai soddisfatto. Non ti ha trovato orfano e ti ha dato rifugio? Non ti ha trovato smarrito e ti ha dato la guida? Non ti ha trovato povero e ti ha arricchito?[5]

In ogni dove il Corano promette al fedele una vita migliore sia nell’aldilà che nella vita terrena, cosa che non succede negli altri libri sacri e che è, probabilmente, proprio conseguenza della storia e dell’osservazione delle sofferenze degli altri popoli, che l’Altissimo non salvava nonostante la loro ferrea fede, da parte della umma maomettana. Il bisogno personale di consolazione non è propriamente quello che si addice al Corano; piuttosto è alla consolazione di tutta l’umanità che il Libro aspira e di questo v’è traccia ovunque. Si potrebbe quasi dire che il Corano sia una carezza fatta a chi ha bisogno, fatta a quelle coscienze che non hanno ancora avuto il loro momento di gloria. L’ispirazione va verso l’iperbole e torna indietro. Coloro che sottolineano la spinta verso la violenza e verso la sopraffazione contenuta in questo libro sacro devono, per dar credito a queste ragioni, ignorare completamente il contesto in cui tale opera fu redatta (nonché le modalità non continuative ed episodiche) e astrarla da qualsiasi discorso metafisico che nelle religioni e nei culti in generale è sempre presente. In altre parole chi vuole accusare il Corano di violenza deve porlo su un piano meramente letterale e non letterario facendo finta che gli altri testi sacri non parlino di assassinii o immani spargimenti di sangue. Nonostante questo il Corano si distanzia dalla vena sensazionalistica dell’Antico Testamento e anche da quella miracolosa del Nuovo in favore di una visione molto più materialistica all’interno della quale rintracciare il tocco e l’azione divina. Non è nell’alto dei cieli che il Signore opera, non manda solo emissari, egli è in mezzo ai popoli, vede tutto, prende nota e calcola premi e punizioni. Come nel Nuovo Testamento, Dio si trova fra coloro che più soffrono e ha premura di essi. Ogni difficoltà non è tanto preparatoria ad un benessere nell’aldilà, né è qualcosa da sopportare e su cui piangere. Il Corano guarda i problemi del bisogno e della misericordia da un lato totalmente nuovo:

In verità per ogni difficoltà c’è un sollievo. Sì, per ogni difficoltà c’è un sollievo. Appena ne hai il tempo, mettiti dunque ritto, e aspira al tuo Signore.[6]

Mettiti dunque ritto.” Ecco l’esortazione consolatoria, la carezza di Allah nei confronti dell’uomo. Restare in piedi nonostante l’impervia vita, resistere a ogni difficoltà come individuo e come comunità. Siamo davanti ad un dispositivo di resilienza alla storia e al cosmo; una strategia di resistenza che non può essere sconfitta (potenzialmente) da nulla e forse la storia del medio-oriente degli ultimi decenni sta proprio a confermare l’esistenza di questo dispositivo morale e spirituale. Mentre il Nuovo Testamento cristiano calca la mano sul benessere che verrà raggiunto nell’aldilà, il Corano sembrerebbe dare spazio ad un benessere afferrabile in questo mondo. Una speranza, per molti di quelli sconfitti dal libero mercato, per la quale combattere, chiamata anche “Approvazione (o godimento) di Allah”.  Lo spirito di coesione con le due precedenti testimonianze, fra l’altro, è massimamente presente all’interno di ogni Sura, come esempio di questa consapevolezza (quella di discendere dalla Bibbia dei due testamenti) citiamo la Sura an-Najm:

E questi è Colui che procura risa e lacrime.

A causa della sua pretesa di continuità con le altre due religioni monoteiste il Corano, nato per essere una sorta di appendice alla Bibbia, è divenuto nel corso dei secoli un libro a sé stante, capace di stare in piedi da solo ma per la cui interpretazione è necessaria la conoscenza di Antico e Nuovo Testamento visto anche che ogni versetto vuole essere ricordato a memoria e che per raggiungere questo scopo deve essere sintetico. Il Corano realizza dunque una sintesi consolatoria dei libri sacri che lo hanno preceduto e questo è apprezzabile nella Sura al-Baqarah (v. 152), quando tenta di spiegare in una riga il motivo per cui così tanti profeti sono stati mandati sulla Terra, un monito e una promessa di speranza al tempo stesso che riecheggia (e consola) tutti i fedeli che attraversano le difficoltà proprie del Medio Oriente e di molte altre parti dell’Asia e dell’America (nonché dell’Europa)nell’era post-moderna:

            Ricordatevi dunque di Me e Io Mi ricorderò di voi.


 

 

 

Per approfondire:

Noble Quran: http://quran.com/

Note

[1] L’etimo del verbo latino consolari ricorda proprio la soddisfazione di un bisogno impalpabile.

[2] Il jinn in seguito si rivelò essere, secondo la maggior parte delle fonti, un messo divino angelico: l’Arcangelo Gabriele.

[3] Sura XCIII, AdDuhâ  (La Luce del Mattino), vv 1-3.

[4] Sura LVII, Al-Hadîd (Il Ferro) , v 9.

 [5] Sura XCIII, AdDuhâ  (La Luce del Mattino), vv 5-8.

[6] Sura XCIV, Ash-Sharh (L’Apertura), vv 5-8.

 

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