L’indifferenza

di Michele Cavejari

L’indifferenza è il peso morto della storia. Gramsci lo scrisse nel 1917; per proseguire:

l’indifferenza opera potentemente […] passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà […]. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

A rigore, non resta altro da aggiungere. E tuttavia, qualcosa sento di dovervi allegare. Nulla che possa ampliare la portata morale di righe già di per sé totali; semmai, qualcosa che funga da loro inquadramento. Mi sento di accompagnarle con un esempio concreto, che ne rinnovi l’attualità imperitura e dunque il calibro soteriologico.

Di quelle righe, credo, se ne deve onorare l’esortazione: all’atto pratico, aggiornare la trama implicita estroflettendone la possibile realizzazione pratica ai tempi moderni.

Se il secolo è mutato, infatti, non altrettanto si può dire della salienza del monito, dell’ammonimento che – pur vecchio di cento anni – seguita a risultare disperatamente necessario; tutto fuorché anacronismo o remora passatista.


L’indifferenza come vasta ignoranza prodotta dalla massima specializzazione

L’indifferenza, oggi, è talmente vasta e radicata negli automatismi quotidiani da risultare quasi impercettibile. Vediamo solamente quel che ci riguarda personalmente. Quel che ci tocca come individui privati. Del resto, non solo non sapremmo, ma neppure possiamo immischiarci. Non ci è consentito occuparci delle questioni panoramiche, ad ampio respiro.

Pronunciata così, me ne rendo conto, l’affermazione non può che suonare esagerata, un’iperbole scagliata a titolo provocatorio. Purtroppo però, comparando le riflessioni di pensatori anche abbastanza lontani come Ellul e Anders, ho ragione di credere che – per quanto estremo – il quadro si avvicini molto fedelmente alla realtà dei fatti. Ragioniamoci.

La moderna fenomenologia della realtà è viziata dalla specializzazione multidimensionale di ciascun soggetto. In altre parole, l’esperienza viene compartimentalizzata, posta sotto l’egida di esperti ferrati in un campo ristrettissimo, resa approcciabile e dunque operabile unicamente per segmenti. Risulta con ciò difficile poter accedere ad un punto panoramico dal quale agire armonicamente o anche solo pensare comparativamente. Ognuno collassa al micro-orizzonte di sua pertinenza, rimane circoscritto alla performance, alla reiterazione di uno schema, di un metodo. E poiché ciascuno è massimamente competente solo nel suo compartimento, il resto lo delega ad altri, massimamente esperti del proprio recinto ma visceralmente ignoranti della vastità che lo eccede.

Il soggetto privato si limita insomma ad eseguire il proprio task. Il proprio “dovere”, lo “scopo aziendale”. Ed eccoci dinnanzi al principio di medialità che introduce Anders nel suo L’uomo è antiquato: l’individuo si limita ad inserirsi nel proprio settore, apportandovi il tassello che altri utilizzeranno ed altri ancora completeranno. A tutti gli esecutori materiali di questo processo, però, sfuggirà la visione d’insieme, dacché ognuno non “agisce” ma bensì funziona in “un contesto”, si sincronizza all’alterità senza percepirla attorno a sé. Ed ecco parimenti la scaturigine dell’impressione diffusa di avere sempre la coscienza pulita quando invece si concorre – similmente all’Eichmann Arendtiano1 – alla realizzazione del male assoluto, che è banale, eretto con miope parzialità, come sommatoria di indifferenze molteplici, eterogenee, tratte da differenti angolature, cieche alla visione d’insieme.

In perfetta buona fede e considerando il nostro impiego moralmente neutrale, diventiamo perfettamente immorali.

È evidente, allora, che quando Gramsci ci esortava a compiere il “nostro dovere”, non intendeva affatto delineare la devozione al task. Ci voleva vigili, all’erta, sempre chiamati in causa là dove eravamo ed in relazione a quanto potevamo fare. Per compiere grandi cose, d’altra parte, non è necessario scomodare grandi eventi. È sufficiente mettere a fuoco ciò che richiede la nostra presenza, che esige proprio noi fra i tanti. Per quanto infinitesimale possa essere quel compito, diverrà l’unica cosa che abbia realmente importanza, il solo atto che ci riscatti, che ci salvi. Eccola, la dimensione soteriologica del senso di responsabilità, dello sguardo panoramico che carpisce il dettaglio.


Il Referendum di Aprile come “campo di prova”

A dispetto di quanto si dica in giro, bisogna rifarsi alle piccole cose proprio perché sono definite “soltanto” piccole cose: ossia sminuite da un tremendo avverbio limitativo.

La parola “soltanto” dovrebbe restare fuori dalle nostre considerazioni, essa è esattamente ciò di cui si ciba l’indifferenza. Rispolveriamo i “nonostante”. Al fatto che una cosa sia “soltanto” una piccola cosa, sostituiamo il mobilitante “nonostante” sia una piccola cosa. E facciamola, quella cosa. Sforziamoci di insistere, ostinati, nel dare il buon esempio, sin dalle minuscole circostanze. Alleniamoci alla generosità senza testimoni ed a quanto esula dalla nostra competenza.

Ora, le righe che seguono non vogliono essere un supponente sermone. I ragionamenti in oggetto sono semmai un modo di ricordare quanto ogni giorno – pur nelle migliori intenzioni – ognuno di noi reciti diligentemente la sua parte nel lasciar attecchire l’indifferenza, e quanto sia arduo liberarsene.

In altri termini, si tratterà di articolare pochi e brevi spunti, considerazioni espresse per angoscia – sull’esempio di Anders2 – in un’epoca che, elucida il medesimo, si mostra analfabeta dell’angoscia; ovvero incapace di provarne ed esperirne la dimensione autentica e Kirkegaardiana, dunque escatologica.

Ma andiamo con ordine. Tre domande e tre specificazioni.

Di cosa sono a scrivere? Di indifferenza.

E quale ne sarebbe l’esempio concreto, aggiornato al 2016, come accennavo nelle premesse? Il prossimo Referendum sulle trivelle.

E perché, in proposito, scomodare proprio l’indifferenza? Non è forse il Referendum in sé un modo di fenderla? In parte sì, non possiamo negarlo. Ma il nostro dovere non può esaurirsi in una spunta in cabina elettorale. La nostra angoscia non può durare “banalmente” il tempo di un voto, sulla scia di ciò che è stato per il nucleare nel 2011: là dove ognuno poi si è sentito a posto con la coscienza dacché era riuscito a non farne attecchire il germe in Italia, sebbene poi seguitasse (e seguiti) ad acquistarne (tramite il suo Governo) l’energia dall’omonimo francese.

Boicottare il nucleare doveva essere un segnale, un primo passo. È rimasta una mossa “di pancia”, dettata dalla paura per lo stoccaggio delle scorie e per l’approssimativa sicurezza (Fukushima docet) degli impianti. Un gesto essenziale, certo, ma – come volevasi dimostrare – senza prospettiva.

Se la storia si ripetesse anche per il referendum del 17 Aprile prossimo, possiamo affermare di aver già tutti perso in partenza. Ciò, s’intende, sia sul fronte dei “si”, che dei “no”.

Mi spiego meglio.

Scrivevo poc’anzi: “Vediamo solamente quel che ci riguarda personalmente. Quel che ci tocca come privati. Del resto, non solo non sapremmo, ma neppure possiamo immischiarci. Non ci è consentito occuparci delle questioni panoramiche, ad ampio respiro.”

Nello specifico del Referendum, a menomare la possibilità autentica di libera e panoramica critica, non è tanto la formulazione del quesito, ossia la sua espressione parziale – dacché “ovviamente” (e la tragicità risiede anche nella scontatezza con cui pongo quest’avverbio a titolo di scongiuro verso l’eresia che sono a pronunciare) non prende in carico l’uso del carburante fossile in sé e perciò tiene fuori discussione le trivelle sulla terraferma. A rigore, non è neppure la delinquente trovata (a cui non siamo nuovi e che ormai – altro tragico avverbio – non sorprende più nessuno) di scindere l’interpellanza dalle amministrative di giugno per minare il quorum. Già, non è nemmeno questa vergogna a sferrare il più tremendo colpo alla morale.

Il fallimento autentico sedimenta nelle premesse non indagate del referendum stesso, nelle fondamenta da cui muove l’esigenza dell’interpellanza e che di fatto non la rendono un’autentica interpellanza. Il fallimento morale risiede nella possibilità di pronunciarsi solo ex post su una politica energetica suicida e miope. Suicida perché “fossile”, e miope per via degli effetti ambientali che ingenera ma rispetto ai quali non entra mai nel merito.

Nella sostanza, dovremmo sentirci defraudati da una domanda che per come è posta ci inchioda tutti univocamente e senza appello non già in qualità di cittadini ma di consumatori, anzi, inceneritori. Un punto che passa pressoché inosservato, e che la dice lunga sulla sua comune interiorizzazione. È placido: siamo degli inceneritori, ci rassegniamo ad essere dei divoratori energetici. Il bisogno massiccio di energia viene dato per scontato e trattiamo la cosa con la massima indifferenza. Perciò, ipso facto, non riusciamo a comporre una reale critica degli scopi. Riusciamo a criticare unicamente i mezzi.

In una locuzione: non si contesta la premessa metafisica della trivella, quindi il nostro delirio prometeico; bensì l’artefatto. Passa perciò totalmente inosservata l’equazione perversa, l’impostura, secondo la quale ad un corpo sociale progredito debba per forza corrispondere un elevato consumo di watt pro-capite3. Un simile mantra, nei fatti, nulla dice rispetto alla qualità della vita dei propri cittadini, ovvero non si pronuncia circa la loro libertà di spostarsi, di esprimersi e di costruire.

In altre parole, ed è un paradosso, il problema non è la trivella. Magari lo fosse! Il problema siamo noi, e resterà tale anche qualora l’affluenza al Referendum raggiunga il 100% degli aventi diritto.

La questione delle trivelle si embrica solo parzialmente nel nostro immaginario intontito, paralizzato dalla sete di energia. Non sentiamo né sappiamo formularci l’oggetto a cui siamo messi di fronte, perché esso trasborda da ogni lato il quadro in cui ci viene presentato. La mancanza di fantasia morale, i nostri muscoli etici atrofizzati, ne impediscono la messa a fuoco.

Il carburante resterà comunque la nostra ossessione.

Sia esso “verde” o “nucleare”, a noi preoccuperà unicamente il suo stoccaggio.

Non ci inquieta il fatto che ormai possediamo la fenomenologia dell’esperienza di un inceneritore; dunque il fatto che pensiamo solo a chiedere energia di “tipo” diverso.

L’indifferenza alla nostra sete di energia è dunque il dramma: il non saperne chiedere di meno.

Un dramma, peraltro, che perdurerà, si diceva, tanto con la vittoria dei “no” che dei “si”. Con quella dei “no”, dacché la scelta implicherebbe aver applicato anche in questo campo il fasullo senso di responsabilità economicista, contabile, la ragione di chi è ormai a sua volta “fossile”, e ritiene di non poter fare altrimenti, schiacciato da un’impellenza tutta ideologica, anzi, post-ideologica, dacché naturalizzata a prassi – non formulata come opzionale, ma a conditio sine qua non del suo mondo. Ma dramma pur sempre sarebbe anche nella disperante vittoria di Pirro dei “si”: “di Pirro”, in quanto andrebbe ad agire su una data, su un accidente, anziché sulla sostanza delle estrazioni petrolifere, e “disperante” dacché darebbe l’illusione di aver agito nobilmente, positivamente, idealisticamente, dunque di aver fuggito l’indifferenza.

Non oso neppure prendere in considerazione la più tremenda delle ipotesi: l’astensionismo. Questi sarebbe né più né meno il testamento definitivo di una specie. Lo dico senza esagerazioni filosofiche. Il suo testamento, poiché se il quesito referendario postula un pensiero coniugato al futuro, chiamarsene fuori significa né più né meno ritenersi postumi, equivale al farsi da parte rispetto all’avvenire come problema che ha cessato di riguardarci.

Ebbene l’indifferenza è camaleontica, subdola, multidimensionale. L’indifferenza è disertare il seggio, ma soprattutto credere che la questione si possa risolvere in cabina elettorale domenica 17 Aprile.

Dobbiamo considerare che – nostro malgrado – votiamo ogni giorno anche al supermercato, in base a quel che mettiamo nel carrello. E poi dal benzinaio, e persino seduti al computer.

Un voto viene espresso nel numero di volte che si inforca la bici, lasciando in garage l’auto; nel numero di luci che scegliamo di tenere spente, anziché in quelle che possiamo vantare accese. Il voto essenziale sta nel chilometraggio imposto ai cibi che portiamo a tavola e nel numero di passaggi su ruote dell’acqua che beviamo.

È chiaro, infatti, che continuando a vivere come viviamo, le trivelle potranno anche non presenziare fisicamente nel mediterraneo, ma perdureranno altrove, per conto nostro, così come le centrali nucleari dopo il voto contro il nucleare.

Siamo davvero così ingenui da credere che basti aprire una finestra e non vedere all’orizzonte la trivella per poterci dire idealisti? O ci comportiamo piuttosto come chi non pretende limitazioni alla propria ligia attività di consumatore, nessuna rinegoziazione circa il proprio stile di vita, ma poi guai se gli piazzano l’inceneritore vicino casa?

Tutti i giorni dobbiamo fare i conti con l’indifferenza e l’astensione. Possiamo dunque scegliere. Rassegnarci alla lotteria degli eventi, o allenare un contro-pensiero, una parola contraria.

Certo, si vive meglio e con meno ansie quando libertà è una questione di alti volumi di “roba” disponibile, anziché il grado di coerenza fra quanto si pensa o si dice e quanto si può fare, è dato fare, è possibile immaginare di fare. É più facile quando libertà è una questione di aspettativa, di pretesa: orizzonte sgombero da problemi di natura etica. Ma cosa resta alla fin fine di questa libertà?


Conclusioni

Tutto, e quando si dice tutto, si intende proprio tutto, dipende da noi.

Il problema – lo si ribadisce per l’ultima volta – non è Renzi che va a Parigi per negoziare i livelli di tollerabilità del cambiamento climatico e poi punta al “fossile”, ma il nostro consumo energetico pro capite. Non sono le multinazionali a sfruttare il terzo mondo, siamo noi che continuiamo a renderci mandanti e complici delle loro angherie, consumandone i prodotti. Le foreste bruciano nel nome della nostra fame. I mari si svuotano per i nostri appetiti. Lo sfruttamento per far funzionare i nostri aggeggi a coltan, in primis per far funzionare il supporto con cui paradossalmente sto redando la mia indignazione. E questa non è retorica. È un dato di fatto; smettiamola di raccontarci favole.

Lo smog non è questione di auto inquinanti. “Chi sono” le auto?

Non dico niente di nuovo, ovviamente. È già tutto antologizzato nell’inevitabile svalutazione della condizione di vita percepita, nonché nello svilimento dei cosiddetti diritti livellatori. Questi ultimi, come scriveva Ortega y Gasset4, cessano di essere colti come ideali da difendere, e vengono intesi alla stregua di presunzioni inconsce, soglie basiche, rampe di lancio. Il fatto che un tempo tali garanzie – civili, politiche, economiche e culturali – fossero privilegio di una esigua minoranza, non interessa. La scontatezza del peso del proprio suffragio è oggi un’ovvietà liquidata con supponenza. Un diritto esercitato senza entusiasmo e con presunzione. Perdiamo di vista i sacrifici pagati per ottenere ciò che quotidianamente viene imbracciato, ed al diritto come riconoscimento e riscatto subentra l’accezione di diritto come pretesto consumistico da avanzare verso qualcuno o qualcosa.

In ultima, sorge la tragicomica prassi del “consumatore tipo”, la schizofrenica condotta di colui che rincorre una cosa reclamandone un’altra, la fiacca inerzia di chi ha disimparato a scegliere, nell’ingenua certezza di poter indefessamente sommare vantaggi e non dover praticare alcun esercizio di rinuncia.

Il turbo-consumatore esige che lo Stato predisponga tutte le comodità di cui necessita e al contempo pretende di godere di una libertà totale; scrive anche Ellul5. A quest’uomo pare “normale” consentire a sempre più autovetture di circolare sempre più celermente, bruciare litri e litri di petrolio, consumare senza limiti luce e gas… e al tempo stesso tutelare l’ecosistema, respirare aria pulita, mangiare alimenti bio, godere di più spazi verdi, rifiutare le centrali nucleari, evitare importazioni di energia, pagare tasse più basse, eccetera.

Se oggi continuiamo a sostenere che quanto è lecito è necessariamente buono, spesso e volentieri ci sbagliamo. La legittimità del nostro operare ha ben poco a che vedere con il Bene comune. Il calcolo economico fa pendere la bilancia dalla parte del Mercato, e questo, pur nelle dichiarazioni di buone intenzioni – specialmente se in riferimento al terzo mondo -, ratifica la più bieca immoralità.

Sotto lo slogan del lecito, spesso si annida il segno della sola legittimazione economica. Lo dimostrano, per esempio, i limiti fissati alle emissioni inquinanti, ossia quelle soglie di tollerabilità arbitrariamente amministrate da tecnici che cercano di arrivare ad un compromesso tra la floridezza degli interessi di mercato (aumentare la produzione di merci e di energia, pompare i trasporti ed i consumi…) e la salute degli acquirenti (non soffocare il cliente prima che questi abbia rimpinguato le tasche a “chi di dovere”).

Ad ognuno spetta la precisa scelta se prendere parte alle dinamiche che contraddistinguono i nostri tempi, o se restarsene in disparte a guardare, lasciandole andare alla deriva nella corrente.

In ballo v’è non soltanto il diritto di parola, ma “il dovere di parola contraria”6: quella non ossequiosa e perciò massimamente sgradita, dunque indispensabile strumento di resistenza.

Assumiamo ad esempio Erri De Luca, incriminato e poi assolto per aver espresso la necessità di sabotare un’area strategica per lo Stato in Val di Susa, ossia – come egli stesso specifica – un’area “sottratta a dissenso, dove non si può protestare e dove pertanto si può usare l’esercito con funzione di ordine pubblico”7.

La Val di Susa, a ben guardare, non è che un epifenomeno, un caso antonomastico di resistenza moderna, di lotta all’indifferenza, affinché un luogo possa continuare ad esistere. Esistere è resistere. E resistere significa assumersi le proprie responsabilità, non esitare. La nostra libertà, dopotutto – esplica De Luca –, “non si misura in orizzonti sgombri, ma nella conseguenza tra parole e azioni”8.

Man mano che l’industrializzazione cresce, invece, il valore di un uomo lo si desume dalla sua capacità di incenerire. Ne è dimostrazione lampante la quantità d’energia quotidianamente richiesta, ovvero la nostra incapacità di desiderare meno energia anziché limitarci a suggerire semplicemente fonti di tipo diverso (solare, eolico…).

A dispetto di quanto postuli la legge di Leslie White, antropologo che attribuisce all’energia – per la precisione al suo consumo pro-capite per anno – la forza motrice dell’evoluzione culturale9, l’energia bruciata – secondo Illich – si rivela invece inversamente proporzionale alle possibilità dischiuse. Perciò, riflette il nostro, “anche ammettendo che una potenza non inquinante sia ottenibile e in abbondanza, resta il fatto che l’impiego di energia su scala di massa agisce sulla società al pari di una droga fisicamente innocua ma assoggettante per la psiche”10. Una società popolata da schiavi energetici non può sostenere di essere al contempo anche una trama coesa di individui autonomi e attivi.


Per approfondire:

A. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano (2003),

E. De Luca, La parola contraria, Feltrinelli, Milano (2015),

G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. I, Bollati Boringhieri, Torino (2012),

I. Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, Torino (2006),

I. Illich, La convivialità, Boroli Editore, Milano (2005),

J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, SE, Milano (2001)

S. Latouche, Ellul, Jaca Book, Milano (2014),

S. Silverman (in) F. Barth, A. Gingrich, R. Parkin, S. Silverman, Storie dell’Antropologia. Percorsi britannici, tedeschi, francesi e americani, SEID Editori, Firenze (2010)

Note

1Cfr. A. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano (2003).

2Cfr. G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. I, Bollati Boringhieri, Torino (2012) p. 248.

3 Cfr. I. Illich, La convivialità, Boroli Editore, Milano (2005), p. 49-50.

4Cfr. J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, SE, Milano (2001)

5 Cfr. S. Latouche, Ellul, Jaca Book, Milano (2014), p. 50-51-52-53.

6Cfr. E. De Luca, La parola contraria, Feltrinelli, Milano (2015), p. 39-40, 45.

7Ivi, 31.

8Ivi, 24-26, 41.

9Cfr. S. Silverman (in) F. Barth, A. Gingrich, R. Parkin, S. Silverman, Storie dell’Antropologia. Percorsi britannici, tedeschi, francesi e americani, SEID Editori, Firenze (2010), p. 184.

10 Cfr. I. Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, Torino (2006), p. 11.

Facebook Comments

Lascia un commento