Huang Chao: manifesto poetico del dissenso

 

di Claudio Caramadre

Siamo abituati a pensare la poesia come qualcosa di fortemente introspettivo, che scava nel profondo dell’animo umano in generale. Certo, esistono interi filoni di poesia sociale e di poesia di protesta ma raramente sarà capitato di vedere una poesia scritta a causa della rabbia. Non una mera opera di sfogo delle proprie circostanze spirituali ma una vera e propria poesia programmatica atta ad esprimere la collera nei confronti di qualcosa o qualcuno. Non si tratta (scusate il gioco di negazioni e ritrattamenti) di poesia ironica o destinata a indispettire altri bensì essa è un altro – forse meno sviluppato – genere di scrittura poetica. Se spostiamo la nostra attenzione alla poesia cinese e giapponese la prima cosa che balza nella nostra coscienza è la tendenza di questi popoli a misurarsi e a misurare l’interno di se stessi e il rapporto col mondo circostante. Spiccatamente spirituale, la poesia estremo orientale ci indirizza verso l’intimità non senza giochi lessicali o trame ermetiche di difficile interpretazione. Dovremmo però porre maggiore attenzione a tutte quelle tendenze devianti da queste linee guida generalissime al fine di comprendere qualcosa di più dell’intera cultura cinese o giapponese, a seconda degli interessi. È indubbio che poeti come Li Po, Du Fu o Tao Yuanming siano mostri sacri la cui opera rivaleggia tranquillamente coi loro contemporanei occidentali ma spostare l’attenzione verso coloro che, tutto sommato, non sposavano certi canoni o certi scopi della poesia non solo può risultare interessante ma anche divertente.

Prendiamo ad esempio un poeta non-poeta (poiché non era la poesia la sua principale occupazione) come Huang Chao. Il lettore, anche il più esperto, non lo avrà probabilmente mai sentito nominare ma in questo caso la colpa è del poeta stesso che ha fatto della devianza la sua ragione di vita. Nato probabilmente nell’835 e morto nell’884 Huang Chao è considerato un soldato, un mercante, un criminale, un ribelle, un assassino, un ladro ed infine un poeta. Vissuto durante il regno dell’Imperatore Tang Xizong, Huang si trovò a dover vivere d’espedienti. La dinastia Tang si avviava ad un lento e sanguinoso tramonto e sempre più individui si univano ai signori della guerra che impazzavano su tutto il territorio dell’Impero.

Huang cominciò col fare il contadino ma quel mestiere decisamente non faceva per lui visto che quasi subito tentò il mestiere del mercante. Ben presto capì le regole di quel mestiere ed iniziò a rubare. Zucchero nella fattispecie. Nonostante questo mestiere antico fosse certamente remunerativo decise di unirsi alle forze ribelli di Wang Xianzhi, personaggio controverso intenzionato a detronizzare l’Imperatore Xizong. Ben presto ebbe uno scontro con Wang e si mise a capo di un intero esercito tutto suo. I suoi coscritti erano tutti contadini perciò possiamo ipotizzare che la sua non fosse solo una lotta per la conquista del potere ma anche e soprattutto una lotta per l’affermazione sociale di una classe sfruttata all’inverosimile per secoli e secoli. La sfida lanciata all’Imperatore lo rese estremamente popolare ed accrebbe il suo seguito tanto da renderlo capace di dare battaglia in campo aperto all’Imperatore in persona. Dopo aver vinto diverse battaglie ed aver compiuto un massacro ignobile, venne messo all’angolo e trucidato senza pietà.

La forza, lo sprezzo della morte e la rabbia di Huang Chao traspaiono nelle poesie che ci ha lasciato. Nessun contadino avrebbe saputo scrivere delle poesie all’epoca dei Tang perciò possiamo ipotizzare che Huang avesse ricevuto una qualche educazione. Nelle sue poche opere si intravvede, senza sforzo, tutto il risentimento che egli prova nei confronti dell’ordine costituito e in special modo nei confronti del potere imperiale. Talmente tanto potente e sicuro di sé diviene da indirizzare una poesia all’Imperatore in persona:

Al Crisantemo

 Col fischiettante vento dell’Ovest fiorisci bello a corte,

la tua fragranza, però, per la farfalla non è abbastanza forte.

Se un giorno io, come Signore della Primavera, sarò sovrano,

t’obbligherò a fiorire coi fiori del pesco, di mia mano.

 

 

Huang vuole prendere il potere, vuole spodestare l’Imperatore (il cui simbolo è il crisantemo) poiché è arido e si fregia di diritti e privilegi che non merita. Se il poeta diverrà mai Signore della Primavera e quindi simbolo d’una rinascita politica, lo forzerà a sbocciare nello stesso momento del pesco poiché quest’ultimo gli ruberà la scena. Una costruzione poetica che non si vede spesso né in Cina né in Europa. Tuttavia tali costruzioni poetiche (vedasi “Neve” di Mao Zedong) non erano intese per la lettura da parte di terzi, esse erano piuttosto un colloquio interiore che il poeta porta avanti con se stesso. Una messa a fuoco degli obiettivi dell’animo piuttosto che il contrario. Proprio perché simile alla “recollection in tranquillity” della poesia ottocentesca inglese questo genere non deve destare scalpore o somigliare alla poetica archilochea della messa per iscritto dello scandalo in un’agorà intellettuale. Non è scritta per meravigliare ma per meditare.

Questo scrivere-per-meditare farebbe venir dunque meno la pretesa iniziale dello sfogo incendiario trasportato nella poesia da parte di un poeta iroso o titanico. Vista da questo punto di vista, una poesia del genere, è estremamente più razionale e cogitata rispetto a quelle di Wang Wei, il quale dava libero sfogo all’ispirazione tramite il contatto con la natura. Huang porta avanti (ché non ne è certo l’inventore) un filone poetico prettamente politico e programmatico. S’avvale della poesia per scrivere il proprio manifesto di dissenso e questo gli permette di innalzare il livello della sua lotta che non è più solamente fisica ma anche intellettuale.

Sposta (o trasporta) lo scontro anche all’interno dell’intelletto ed ingaggia una lotta furiosa, ma calcolata, con il crisantemo facendoci supporre ch’egli sia il pesco, più bello, più nobile e più fragrante. Non solo: sceglie il pesco non a caso visto che in Cina è ancora oggi simbolo di protezione dalla corruzione del corpo e dell’anima e di conseguenza simbolo dell’abbattimento del regime corrotto (a suo dire) instaurato dall’Imperatore Xizong. Al di là del fatto prettamente politico e delle peculiarità personali di Imperatore e Ribelle, si scorge un animo desideroso di un potere in grado di fare giustizia. Da ciò cui possiamo attingere con le nostre elucubrazioni possiamo tinteggiare la figura di un ribelle che vuole giustizia, non mero possesso.


 

Per approfondire:

X. Yuanchong, 300 Tang Poems Classified by theme, Chinese Foreign Press 2006

 


 

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