La vittoria dell’omo-geneo, il cammino (senza orizzonte) dei diritti

 

di Valerio Rubino

Gli abbracci sono reti

in cui c’han incastrati;

meglio esser incompleti

che essere completati.

Il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, sul cui disegno il Governo ha posto la questione di fiducia. Al di là dei pasticci legislativi, in altre parole, un parlamento nominato – non democraticamente, ha proclamato – tramite una procedura autoritaria e minatoria, il diritto per ogni cittadino di costituire una formazione sociale specifica; in poche parole, uno stridore di termini: che i diritti possano essere non alienabili, è, purtroppo, cosa dubbia; che un Potere ne possa concedere qualcuno, di certo una contraddizione. Ammettere l’idea che i diritti possano essere qualcosa che non sia una conquista dal basso, ma un contentino elargito dall’alto – peraltro da scranni illegittimi, spiana la strada alla loro reversibilità.

Così, tali diritti si configurano, piuttosto, come privilegi; privilegi, per giunta, temporanei (come ben osservò George Carlin) che, inoltre, beneficano non un singolo, non il cittadino in se; piuttosto, una configurazione – conformemente, per carità, all’art. 3 della Costituzione. Semplicemente, si sta estendendo un privilegio a una maggioranza; una maggioranza più ampia, certo, ma pur sempre una maggioranza. In altre parole – con quelle di Pasolini, più precisamente, diverse categorie sono di fatto escluse dall’esercizio di quelle libertà arrogantemente ed egoisticamente ottenute dai più. Regolamentare le unioni civili – così come i matrimoni, altro non è che la pretesa di un privilegio – un pravilegium, quindi. Il risultato è che nella corsa alle libertà, una delle poche in cui non si può restare indietro, nella nevrotica abbuffata dei diritti, gli intralci sono stati tolti ad alcuni, non a tutti. Eppure, c’è aria di festeggiamento, come se la felicità fosse auspicabile, quando non condivisa. Invece, accoppiarsi, così, diventa un obbligo, un dovere, per non rimanere indietro, per godere di certe libertà: è così che la coppia diviene un modello ossessivamente obbligatorio, esattamente alla stregua, per esempio, della coppia consumatore-automobile.

Non c’è niente da festeggiare, non c’è alcuna conquista di civiltà, se da essa nostri consimili sono esclusi; non c’è alcuna ragione per ritenere un successo ciò che è l’ennesima comprova che le democrazie, seppur necessitino del consenso di tutti – un consenso coattivamente esatto, sono spaventosamente sbilanciate nei confronti della maggioranza; una maggioranza, del resto, non più ispirata da principi o fanfaluche – che dir si voglia, più o meno nobili, bensì da un becero materialismo e dal più bieco conformismo; difatti, le fantomatiche conquiste sono di natura pecuniaria. Inoltre, l’insoddisfazione e le controversie legate all’adozione del configlio, così come le polemiche relative alle pratiche locatorie dell’utero, svelano il vero volto di questa fame di diritti – il sospiro della specie, una misteriosa prescrizione atta a rifornire quella stalla in cui il dolore e la morte recluteranno presto le loro vittime: denunziano la vera natura dell’unione, un patto a delinquere, per perpetrare il crimine della creazione, il delitto d’essere genitori, esistenziale ed ecologico. Non si sarà mai speculato abbastanza sull’etimologia della parola famiglia, sulle sue radici, che affondano nel concetto di famuli, gli asserviti, e nella potestà del capofamiglia. La famiglia nacque e si configura come un istituto vecchio, patriarcale, feudo del potere, incubatrice di violenze e sofferenze, che soffoca qualsiasi afflato di individualità. Un istituto, tra l’altro, spoliato di tutti i suoi valori etici, degradato a specimen del consumismo. Eppure, è un modello imposto ad nauseam, nonostante sia lontano tanto dal comunitarismo del primo Cristianesimo tanto da quel punto di memoria, quel nido avvolto dalle proprie radici che fu la culla dei nostri nonni.  

Nonostante l’esperienza quotidiana riveli che la famiglia è una tomba per l’uomo, determinata da un sistema di obblighi e coercizioni (i moenius con cui sono stati formati patrimonio e matrimonio), è divenuto l’orizzonte verso cui introiettare istanze di egualitarismo. Anche in questo caso, però, l’unica cosa egualitaria è la meschinità. Una meschinità che permea l’opinione pubblica, le cui escrescenze sono richieste, proposte e proteste, tutte bassamente volte alla conquista di libertà che, più che ideali, paiono questioni da litigio condominiale: reversibilità della pensione, assegni di mantenimento, e altre minuzie ragionieristiche. Lo zenit di una spinta alla normalizzazione, all’appiattimento, e che si manifesta paradossalmente nel carattere reazionario della comunità LGBT. Una comunità in marcia, festante, verso il passato, senza alcuna proposta innovativa, senza alcun proposito di scalfire, bensì di allargare, quella struttura sociale entro cui tutti soffrono, ma fanno tutti finta di niente, zittiti dal (finto) benessere, ora esteso. Una proposta più innovativa, invece, sarebbe fornire a chiunque la possibilità di un’unione, scegliendone forme e vincoli, sebbene trascendano da quelli convenzionali. È un passo avanti, si obietterà. Ma la storia insegna, e insegna che il compromesso è un freno all’ottenimento di libertà, non una pietra miliare del suo percorso: la via obliqua per le conquiste politiche non è mai una via, è un vicolo cieco, perché ora, con gli omosessuali saliti sul carrozzone dei diritti coniugali, le minoranze, ancora più risicate, non avranno più la forza politica per ottenere veri diritti, universali, come la possibilità

I ragazzi che si amano, quelli che si baciano in piedi / contro le porte della notte, non ci sono per nessuno. L’intimità, ritagliata a fatica dalle grinfie dei pettegolezzi, quella forza che dovrebbe disinnescare le parole, è data in pasto alle scartoffie. L’amore è un atto politico e, invece di combattere gemito per gemito contro l’invidia, la rabbia e l’ignoranza, si reclama a forza una tolleranza – nient’altro che indifferenza, in realtà, che null’altro rinsalda se non il monopolio del Potere sul comportamento. L’amore è un atto politico e, ora, persino una delle sue correnti più trasgressive è stata divorata dal pensiero dominante, la cui mira è, semplicemente, normalizzare le eccezioni, fagocitando l’alternativa. In altre parole, rendere futile la libertà.

In conclusione, la promulga della legge “Cirinnà” inibisce l’autodeterminazione degli individui, esacerbandone la spinta all’inclusione nel tritacarne di strutture obsolete e nocive, imposte dall’alto, dimostrando la paralizzante mancanza di capacità nell’immaginare una realtà diversa. Nonostante ciò, si annusa aria di cameratismo, aria di vittoria. Buon per loro. Noi, invece, si resta soli, soli esistenzialmente, soli socialmente e, ora, anche politicamente: soli, sempre, e comunque. Soli: estranei al cammino, senza orizzonte, della civiltà.


Per approfondire:

P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, 2008.

J. Prévert, Spectacle, Gallimard, 1972.

A. Schopenhauer, L’arte di trattare le donne, Adelphi, 2000.

 

 

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