Apologia dell’abbandono. Due romanzi a confronto

di Michele Cavejari


Corona e Llamazares, Erto e Ainielle: o del genius loci che si fa imago mortis.


Aleggia tutt’ora nell’aria. La si respira. Superate le gallerie, procedendo verso il paese, è impossibile non esserne pervasi. È la malinconia, questa strana e impalpabile amarezza che si spinge molle per i monti, insieme alla bruma, da oltre cinquant’anni. Precisamente, dal 9 ottobre 1963, il giorno della tragedia.

Quasi 2000 morti. Oltre 270 milioni di metri di cubi di rocce e detriti, l’equivalente di tre chilometri di boschi e campi coltivati, che franano e affondano nel bacino artificiale sottostante. Una catastrofe annunciata, si disse, perché il monte Toc – prima di crollare – aveva mandato chiari e forti i suoi segnali d’allarme: boati e scosse di terremoto percepibili pressoché quotidianamente.

Ebbene, oggi si rimane come intontiti a cospetto di quella massa di cemento che spunta d’improvviso oltre l’ennesima svolta: la diga. Quella da cui alle 22.39 del 9 ottobre, per l’appunto, si levava una massa d’acqua e rocce alta 100 metri, facendo esondare il bacino artificiale, rotolando cupa a valle e spazzando via una civiltà. La S.A.D.E., con la complicità del governo, aveva creato un mostro, un’assurdità architettonica in un’area geologicamente non idonea. Parimenti, si erano gettate le premesse per cancellare un’intera geografia segnando ancor più profondamente l’anima dei sopravvissuti.

Perché, il vero Vajont, fu dopo… non si stanca mai di ripetere lo scrittore Mauro Corona.

Infatti, nonostante la gente di Erto, paese natio di Corona, sia stata miracolosamente risparmiata dall’onda insieme a quella di Casso, fu tuttavia costretta alla diaspora. Quelle genti, d’altronde, e parliamo di 3000 persone, non avevano più nulla di cui vivere. Pascoli, campi e boschi erano partiti insieme al Toc.

La voce narrante de I fantasmi di pietra, sceglie allora di restituire al mondo la tragedia del Vajont, per non dimenticare; e lo fa in una maniera inedita: senza le grida degli uomini, senza rappresentare il disastro, dunque senza la retorica della letteratura o della filmografia apocalittica. Corona scava nella pietra, nella desolazione e nei silenzi del vecchio paese di Erto. Un paese desolato, braccato dalla solitudine. Superstite ma non sopravvissuto. Un mondo perduto.

Più che un libro, I fantasmi di pietra diventa perciò una sconvolgente radiografia all’anima delle macerie, una passeggiata rabdomante sulle tracce della memoria, un tributo dovuto ai luoghi d’infanzia, dove una cultura, con i suoi saperi e i suoi mestieri è stata annientata nel nome del profitto.

Corona si aggira come un’ombra per le strette vie. Accarezza i suoi fantasmi di pietra, case imbevute di silenzio e buiore persino nel pieno del meriggio estivo. Rievoca le gesta di chi le abitava.

Nella nostalgia, nella cronaca struggente di quel che rimane e più tornerà, Erto si fa un enorme Duomo, un luogo di meditazione. Un monito.

È così che allo sfacelo del presente si mescola la luce dei ricordi; ed il lettore cammina con il narratore per le vie invase dall’edera, fra i crolli.

Si incede nell’abbandono. In silenzio, attraverso le quattro stagioni, e poco a poco il paese riemerge dal dolore, dall’oblio. Finestre come occhiaie vuote. Porte fracassate dalle spallate del tempo. Tegole sconnesse, tetti sfondati. Erbe che s’avviluppano ai muri e sambuchi che sbucano dalle macerie, da scorci e crepe, dalle cucine mangiate dalle intemperie.

Corona, mani nelle tasche, avanza solitario. E noi con lui, ascoltando la voce ormai flebile di un paese umiliato dalla dimenticanza. Vetri polverosi, ragnatele a strapiombo sull’abisso, appese a scalinate spellate dai crolli, incombenti sul passante: e non sai chi tenga su chi.

Il paese frana. Oltre 200 case non hanno retto all’incuria. Qualcuno è tornato, è vero, ma sono per lo più anziani. Non bastano, da soli, a tenere in vita un luogo già postumo.

L’Erto di Mauro Conona, dunque, diviene simbolo, esempio antonomastico di un fenomeno che dilaga in montagna: sempre più paesi si svuotano e si lasciano andare. Là dove non nevica firmato, come suole ripetere lo scrittore, ossia lontano dalle mete turistiche come Cortina o Courmayeur, la montagna non è tutelata, non è protetta, non è ascoltata. E le genti sono costrette a tribolare, in alcuni casi, ad andarsene. A questo modo muoiono saperi, se ne vanno popoli, culture.

I fantasmi di pietra è certamente un romanzo autobiografico, ma avanti tutto si tratta di autentica letteratura di salvamento. Le pagine serbano in sostanza lo stile del resoconto, ma al contempo si tingono d’epica. Quello di Corona pertanto è un appello autentico, sincero, a non lasciar andare. A ricordare modi di vivere, usanze, aneddoti. Storie. Uomini e donne divorati non già dal Vajont, ma dai calcoli, dalle speculazioni dell’uomo.

Naturalmente, fra le pagine del libro, non possiamo non notare l’eco – forse l’eredità – di un altro formidabile e terribile romanzo dedicato ad un paese morente, La pioggia gialla di Julio Llamazares. Pubblicato nel 1988, per il lettore che fosse interessato a compiere un percorso letterario attorno al tema delle forme plastiche della memoria, ovvero della fisicità del sentimento, e dunque del corpo di un paese come corpo vivente, può essere interessante accostarlo al precedente e leggere così i due testi in sequenza.

Lo stile di Llamazares, senza dubbio, è decisamente differente rispetto a quello di Corona, ma non in antitesi. Semmai, ad esso complementare. Al realismo onirico del friulano subentra infatti una voce caustica, corrosiva, in grado di proiettare sulla retina – riga dopo riga – un vero e proprio incubo. Dal sogno al vaneggiamento, il passo è breve.

Quello del protagonista Andres de Casas Sosas, pertanto, altro non è che il delirio allucinato dell’ultimo abitante di un paese dei Pirenei aragonesi. È lui lo spettro questa volta, l’anomalia in un paese che si spegne e scolorisce. E laddove le vedute si fanno visioni, il presente non può che trascolorare nel passato e i ricordi stringere il cappio alla gola del sopravvissuto.

Ne emerge un’allegoria della morte. Morte del paese che si decompone. Morte dell’uomo; quasi le  carni dell’uno e dell’altro si puntellino a vicenda.

Cosa sono i paesi? Chi sono i paesi? Il borgo assedia l’intimo del protagonista, e questi a sua volta ne infesta  le geometrie. Andres è così guardiano e insieme spettro. Vivo circondato da morti, da ombre e da una natura ostile.

Forse già postumo, intrappolato nell’architettura delirante e appestata di Ainielle, il paese dell’orrore, il protagonista ci consegna nei fatti un lungo monologo. Parole crude che percorrono le pagine, e che – in una frase – riassumono a questo modo la fenomenologia dell’esperienza del loro latore:

Come un fiume che di colpo ristagna, così il corso della mia vita si era fermato e ora, davanti a me, si stendeva soltanto l’immenso e desolato paesaggio della morte e l’autunno senza fine dove dimorano insieme gli uomini, gli alberi disseccati e la pioggia gialla dell’oblio”.

Cosa fa Andres, nel libro? Si muove per il paese. La gente se n’è andata, e lui – rancoroso cane randagio -, indugia per le vie. A tenere a bada i demoni, a difendere la sua trincea da chi – nel cuore della notte – osa tornare per prelevare ciò che andandosene di tutta fretta ha dimenticato.

La morte avanza, e la mente – ultimo baluardo ove mettersi al riparo – vacilla, si sgretola sotto al peso di un processo irreversibile e senza speranza.

Ma non è la morte ad angosciare Andres. No, affatto. Al contrario, questa finirà col farsi un agognato porto di quiete in confronto alla solitudine, al vuoto, al freddo e alla desolazione del paese, all’autunno che assale e contagia la carne…

Comparando i due libri (perciò Corona e Llamazares), emerge più di altri un aspetto circa la dualità uomo/paese: alle case di Erto, ai muri che prendono la parola, che risvegliano storie, che si compongono di mille voci e pertanto diventano fantasmi, perciò simulacri di uomini; assistiamo in Llamazares al processo inverso, ossia alla reificazione dell’uomo, alla mimesi della carne con la pietra, con il mood in putrefazione.

Di più: se in Corona il tempo può rimettersi in moto grazie alla volontà di memoria della voce narrante, in Llamazares le lancette rallentano sempre più sino a fermarsi proprio in virtù dell’incapacità dell’uomo di sopravvivere ai propri ricordi.

Abbiamo quindi due magistrali moniti, due apologie dell’abbandono. I paesi non sono le case, ma gli uomini. E gli uomini non sono carne, ma pietra. La stessa con cui hanno costruito il loro mondo.

La nostalgia e la voce educanda della bellezza trapelano dalle macerie, respirano deboli fra i calcinacci e l’erba alta. A noi spetta la responsabilità di scegliere se ripristinare il genius loci dimenticato o se consegnare passivamente quella materia al gorgo del tempo, perciò a titolo di imago mortis, testamento di un’umanità sorda e incurante.

Facebook Comments

Lascia un commento