Zygmunt Bauman: la modernità e le sue forme

 

di Gloria Iannucci

I libri di Zygmunt Bauman sono stati tra i primi libri sociologici che ho letto prima di intraprendere il mio percorso di studi in sociologia, infatti è stata la lettura di Amore liquido e Vite di scarto che mi ha spinto ad avvicinarmi a questa scienza sociale a molti ancora sconosciuta ed oscura. Le riflessioni del sociologo polacco sulla post-modernità, le sue intuizioni sulla società contemporanea, le critiche alla globalizzazione e alle sue dinamiche distorte mi hanno rapita ed appassionata fin da subito poiché davano una concreta risposta alle domande che mi ponevo osservando una realtà sociale che appariva ai miei occhi offuscata.

Bauman è stato ampliamente criticato da una parte del mondo accademico poiché ritenuto uno studioso troppo teorico e troppo poco empirico; al di là di queste critiche però è opportuno riconoscere la sua grandiosa perspicacia nel riconoscere taluni fenomeni sociali prima ancora che essi si affermassero completamente; le sue conoscenze e la sua formazione gli hanno permesso di sviluppare profonde riflessioni sulla società nella quale viviamo oggi e considerazioni altrettanto profonde sulla società del passato. Egli inoltre mirava, come ricorda Carmen Leccardi, a fare della sociologia una scienza impegnata, una scienza capace di rinsaldare e smuovere le coscienze, coinvolgendo la sfera non solo politica ma anche etica, intesa come pura riflessione sul comportamento pratico dell’uomo. Dunque, intendeva la sociologia una scienza che avrebbe permesso la riflessione, la presa di coscienza dei fenomeni che circondano l’uomo e che avrebbe consentito agli attori sociali di agire in risposta a ciò. Egli era convinto che solo attraverso la conoscenza di determinati fenomeni sociali e la denuncia degli stessi fosse possibile raggiugere quell’autonomia, quella libertà e quella giustizia che sin dall’inizio del suo percorso ha considerato valori imprescindibili. La sua sociologia era “socialista e culturale”, in primis essa doveva basarsi su un dinamismo etico, costituito dalla volontà del sociologo di essere attivamente alla ricerca di problematiche sociali rilevanti, poi essa doveva porsi come strumento utile al fine di raggiungere la libertà e la giustizia che tanto auspicava[1]. Stando a ciò, la figura del sociologo era vista dallo studioso polacco come una figura avente una grande responsabilità, poiché credeva che attraverso lo studio razionale della vita sociale e delle sue dinamiche in continuo mutamento fosse possibile superare l’essenza di dominazione che attanaglia la realtà nella quale tutti noi, come attori sociali, siamo immersi.

I più conoscono Bauman per la celebre metafora della liquidità; egli infatti parlando della società post-moderna giunse ad avvicinare questa e tutto ciò che in essa è presente alla forma di stato liquido, a qualcosa che si scioglie e si disperde: ‹‹i fluidi viaggiano con estrema facilità. Essi scorrono, traboccano, si spargono, filtrano, tracimano, colano, gocciolano, trapelano; a differenza dei solidi non sono facili da fermare: possono aggirare gli ostacoli, scavalcarli, o ancora infiltrarvisi››[2].

Ma come è arrivato a tale metafora? Se oggi ci troviamo in una modernità le cui sembianze sembrano essere liquide è mai esistita una modernità fondata su uno stato solido?

Questo è ciò che mi propongo di raccontare in questo scritto al fine di elaborare una precisa disamina, seppur breve, dell’attività speculativa relativa alla modernità elaborata da Zygmunt Bauman nel corso della sua vita.

Egli inizia la sua riflessione sulla modernità attorno agli anni ’80 del ‘900, quando sulla scia delle letture marxiste guarda ad una parte del mondo, quello moderno, come colonizzatore mirante ad un continuo ed incessante progresso. La modernità si afferma nel mondo occidentale come pura volontà civilizzatrice di ordinare e di mirare costantemente ad un miglioramento e ad una perfezione in grado di annientare le dicotomie e le diversità e di affermare alcune entità su altre (l’Occidente sull’Oriente ad esempio). La modernità, che per Bauman iniziò nel XVII secolo, è stata accostata dallo studioso ad una lunga marcia verso la prigione, una lunga marcia verso il controllo, l’ordine e l’annientamento delle differenze per rendere tutto perfettamente controllabile.

La modernità non è altro che un mero tentativo di affermare la supremazia dell’Occidente e della sua cultura sulle altre, sminuendole e ritenendole pregne di imperfezioni e l’Olocausto non è che un esempio di tale visione, probabilmente il più eclatante e il più manifesto. Esso rappresenta il prodotto di una mentalità maniacalmente ordinatrice e razionalista che ha l’ossessione di mettere ordine e raggiungere ciò che per essa rappresenta la perfezione. Questo terribile accadimento è per Bauman un prodotto di ingegneria sociale e di burocratizzazione che è nel pieno dell’essenza della modernità europea, una mentalità volta alla ricerca di armonia ed ordine a tutti i costi. Questa è quella che successivamente egli definisce come modernità solida, fondata sul controllo del futuro e sulla rigidità.

Tuttavia c’è un momento nella storia in cui l’uomo si rende conto che la modernità non è solo razionale, rigida e fissa ma possiede un altro lato, diverso, opposto; il momento in cui l’uomo prende coscienza dell’ambivalenza della modernità segna il passaggio alla post-modernità. La realtà è costituita da profonde discrepanze, complessità ed aspetti imprevedibili che rendono l’uomo da una parte maggiormente cosciente e consapevole dell’ambivalenza che lo circonda e dei propri limiti, dall’altra solo e responsabile delle proprie scelte. L’uomo post-moderno, attraverso una speculazione critica, ha compreso l’impossibilità di raggiungere taluni scopi solo mediante la ragione illuminista e non gli resta che compiere un’auto-costituzione: egli si costituisce in un ambiente sociale instabile in modo caduco ed effimero.

Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000 Bauman contempla una nuova definizione relativa alla post-modernità, termine in quel periodo sovrautilizzato, e comincia a parlare di modernità liquida in relazione soprattutto agli scenari istituzionali e politici che si stavano sfaldando in quel periodo. Ci troviamo in un periodo di grande transizione, un periodo in cui la politica stava totalmente cambiando le proprie modalità di essere, dalla politica dei grandi movimenti collettivi si stava passando ad una dimensione più chiusa ed individuale. Così anche la vita sociale lentamente stava perdendo valore e gli individui iniziarono a chiudersi sempre più in sé stessi, nelle loro biografie, nelle loro problematiche, come se queste anziché essere di natura collettiva fossero singole ed individuali. Si afferma così il privatismo e l’individualismo, il primato dell’apparire su quello dell’essere, trionfa il narcisismo e l’egocentricità, la volontà di sembrare a tutti i costi qualcosa che non si è in nome, forse, di un mercato sempre più pressante e presente nelle nostre vite. L’uomo diviene un puro homo oeconomicus, volenteroso di consumare e niente più e, consumando, mantiene in vita la macchina capitalista che rinnova e corrobora la disuguaglianza e l’iniquità sociale.

Ecco allora che le grandi certezze degli anni ’70 e ’80 si sciolgono, l’uomo si chiude in sé stesso e i legami si liquefanno, divengono sempre più deboli e fragili ma più frequenti e rapidi poiché come scrisse Bauman in Amore liquido ‹‹quando manca la qualità, si cerca rifugio nella quantità. Quando non c’è niente che duri, è la rapidità del cambiamento che può redimerti››[3].

[1] M. Ghisleni, W. Privitera (a cura di), Sociologie contemporanee, Utet, Novara 2009.

[2] Z. Bauman, Liquid Modernity, Polity Press, Oxford 2000, tr. it. di M. Cupellaro, Modernità liquida, Laterza Editore, Bari 2014.

[3] Z. Bauman, Liquid Love, Polity Press, Oxford 2003, tr. it. Amore liquido, Laterza, Bari 2006.

 

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